Difficile smentire, nel loro insieme e nel loro senso più corrente e generale, le osservazioni proposte da liberal per la discussione intorno agli Stati Uniti d’America. Esempio: «Dall’Europa, dalla sua cultura politica prevalente, si guarda sempre più all’America in modo semplificato. C’è la tendenza a sottovalutare i valori della sua democrazia e a sottolinearne, al contrario, i limiti». Se le espressioni «Europa» e «sua cultura politica prevalente» indicano soprattutto gli umori dell’opinione pubblica europea, allora è un «fatto» che mentre alla fine della seconda guerra mondiale gli americani erano per gli europei i «liberatori», oggi vengono sempre più sentiti come i cittadini di uno Stato che ritiene di non dover dar conto a nessuno del proprio operato. Questo è un problema di «psicologia delle masse», facili a dimenticare i benefici ricevuti (anche perché il ricambio generazionale fa sì che i dimentichi di oggi non siano più i beneficati di ieri). Se invece liberal intendesse affermare che oggi in Europa è in atto una critica dei valori espressi dalla Costituzione americana, questa affermazione vorrebbe dire che in Europa cresce la preferenza (o la nostalgia) per lo Stato autoritario. Ma questo non è vero (in Europa i partiti di estrema destra e di estrema sinistra sono piccole minoranze); e non sembra nemmeno che liberal voglia sostenere questa prima costituzione liberal-democratica apparsa nel mondo moderno, la prima, cioè, dove il principio della libertà dal potere politico si unisce al principio dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. È fuori discussione, inoltre, che «gli Stati Uniti sono nati da una grande decisione collettiva di proteggere gli interessi e il bene comune», definiti soprattutto in relazione a ciò che essi significano nella cultura illuministica. Qui va aggiunto che tale decisione è tanto più rilevante quanto più essa ha inteso arginare (con maggiore o minore successo) gli interessi e il bene dell’economia di mercato, dove l’agire capitalistico non ha e non può avere di mira l’interesse e il bene comune, ma l’interesse e il bene privato, cioè l’incremento del profitto (sì che l’interesse e il bene comune, nell’intrapresa capitalistica, non è lo scopo dell’agire economico, ma una conseguenza, un sottoprodotto di quell’incremento). Relativamente allo sfondo (o al contenimento) liberal-democratico del capitalismo si può dire, con liberal, che «è la natura della democrazia americana a presentarsi come un fenomeno unico anche nel contesto più generale dell’Occidente». La domanda centrale (e, se non mi inganno, retorica) di liberal suona comunque: «Non è forse questo» - americano - «l’unico modo di vivere una democrazia, che altrimenti si limiterebbe a essere un insieme di procedure…?». Ed è preceduta dall’affermazione della capacità della democrazia americana di credere in se stessa e di assumersi le proprie «responsabilità». Queste affermazioni riguardano un insieme di questioni eterogenee: da un lato, la tesi che la condotta storico-fattuale degli Stati Uniti è sostanzialmente fedele al proprio ordinamento costituzionale; dall’altro lato, la tesi che l’Europa avrebbe il miglior ordinamento costituzionale se adottasse quello statunitense e, anche, che gli europei condurrebbero la miglior vita politica se sul piano storico-fattuale si adeguassero alla propria rinnovata Costituzione così come gli americani vi si adeguano.
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Tesi, queste ultime, che possono essere variamente discusse, ma che lasciano fuori campo la questione preliminare e decisiva (alla quale abbiamo già accennato), che peraltro è venuta sempre più in luce dopo la risposta americana, in Afghanistan e in Iraq, all’attacco terroristico dell’11 settembre: che cosa significa, che cosa implica, quali reazioni produce uno Stato che agisce in base alla convinzione di essere di fatto rimasto l’unica Superpotenza alla guida del mondo e a proposito del quale si teorizza anche il diritto a esserlo? La risposta americana all’attacco subito era inevitabile (come in altre sedi ho motivato), ed era inevitabile che la risposta avvenisse nella forma della «guerra preventiva» concepita come legittima difesa. Ma, nonostante tutto quel che si è detto in proposito, non sta qui il problema. Il problema preliminare e decisivo. Esso riguarda il contesto delle convinzioni con le quali gli Usa stanno vivendo questa fase della loro storia. Altro è infatti credere che i supremi interessi dello Stato americano richiedano che esso si difenda adottando misure come la «guerra preventiva», ma lo si creda sapendo che tali misure, prese in modo così fortemente autonomo, sollevano il problema, non meno grave di quello del terrorismo islamico, del rapporto tra l’autonomia americana e il resto del mondo, e cioè sapendo che tale problema è, appunto, problema e non soluzione; altro è che gli Usa trattino come soluzione questo problema e siano convinti che, poiché sono di fatto venuti a trovarsi alla guida del mondo o hanno il compito di porvisi, l’autonomia esercitata nella loro risposta al terrorismo è allora la conseguenza naturale della loro primazia planetaria. Due atteggiamenti profondamente diversi, questi due, e, soprattutto negli ultimi tempi, tra loro in contrasto negli stessi Stati Uniti. II contrasto è alimentato dalla coscienza che gli Stati Uniti non possono reggere da soli il peso immane di cui il secondo, e trionfalistico, di quei due atteggiamenti vorrebbe caricarli. Affermare che «l’unico modo di vivere una democrazia» è quello americano, significa certamente che l’Europa non può mettersi in rotta di collisione con gli Usa. Ma significa anche che l’Europa deve stare a loro soggetta? Il bon ton della riflessione politica auspica che I’Europa non allenti i legami con gli Usa e che d’altra parte non ne sia succube. Ma può l’Europa non essere succube senza forze, e cioè militarmente forte, o addirittura competitiva rispetto agli Usa, ossia continuando ad affidare all’America la propria difesa?
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Sembra che vi sia stata la tendenza a sottovalutare l’asse Parigi-Berlino-Mosca, costituitosi in contrapposizione alla guerra americana contro l’Iraq. Ma si parla anche dell’opportunità dell’ingresso della Russia nell’Unione europea. Se ne parla perché la Russia è Europa, soprattutto oggi, dopo il crollo del socialismo reale, i primi passi verso l’economia di mercato, la rinnovata visibilità della Chiesa ortodossa. Una quindicina d’anni fa avevo scritto (il testo è stato poi incluso nel Declino del capitalismo, Rizzoli, 1993, col titolo «L’Europa tra America e Russia»): «Ciò a cui si presta troppo poca attenzione è che la Russia, una volta aiutata dall’Occidente a uscire dalla crisi economica in cui si trova attualmente, è anch’essa in grado di offrire all’Europa quella protezione militare, contro le minacce del Sud, di cui oggi gli Stati Uniti hanno il monopolio» e in nome della quale possono pretendere che l’Europa stia in posizione subordinata, perché non può restituir loro un vantaggio di egual peso. Scambio che invece è possibile nel rapporto tra Europa e Russia, perché l’Europa ha sì bisogno di aumentare sostanzialmente il livello della propria potenza militare, ma anche la Russia, che può consentire questo aumento, ha a sua volta bisogno del sostegno economico che l’Europa occidentale può darle. Non si tratta qui di «auspicare» (o «temere») la simbiosi Europa-Russia, ma di constatare una tendenza che è nell’ordine delle cose, anche se contrastata da molte forze, innanzitutto da quanti concepiscono gli Usa come l’unica Superpotenza che non può rinunciare a questo suo status e che in ultima istanza deve rispondere soltanto a se stessa. (Tra quelle forze va annoverata anche la Chiesa cattolica, che vedrebbe ridimensionata la sua presenza in Europa a opera della Chiesa ortodossa russa, e che recentemente, per bocca del ministro degli Esteri vaticano Tauran ha manifestato perplessità circa l’entrata della Russia all’Unione europea, Stati come l’Ucraina e la Moldavia).
Per mezzo secolo il bipolarismo Usa-Urss ha assicurato la pace nel mondo, nonostante l’insanabile contrasto ideologico delle due superpotenze. Alla guida dei popoli poveri, l’Urss ha anche contenuto e controllato la loro aggressività. Impensabile, in quel tempo, un terrorismo islamico. Per quanto paradossale possa sembrare, l’Urss ha contribuito in modo decisivo ad assicurare la pace delle società democratico-capitaslitiche. Da quando si è creduto che il bipolarismo fosse ormai tramontato, gli Usa si sono trovati sulle spalle un fardello troppo pesante, reso ancor più pesante dal fatto che la Russia, avviandosi verso la democrazia e l’economia di mercato, si è sempre meno presentata come guida delle rivendicazioni dei popoli poveri e sempre più schierata in favore delle popolazioni slave contro quelle mussulmane. Da quasi vent’anni sostengo che il bipolarismo Usa-Urss è stato la prima incarnazione dello Stato mondiale - ossia del «monopolio legittimo della violenza» esercitato su scala mondiale (cfr. E.S., La tendenza fondamentale del nostro tempo, Adelphi, 1988) e sin dalla caduta del muro di Berlino sostengo che la scomparsa del bipolarismo è un’apparenza che ha illuso e illude molti, perché esso ha un carattere primariamente militare, che non è certo venuto meno per il fatto che l’arsenale nucleare russo, tuttora concorrenziale rispetto a quello Usa, non è più gestito da una ideologia totalitaria (Cfr. E.S., II declino del capitalismo, Rizzoli, 1993). Se il bipolarismo gestito da irriducibili avversari ideologici ha salvaguardato per mezzo secolo la pace (ho spesso rilevato l’ingenuità della convinzione che le due maggiori potenze della Terra considerassero seriamente la possibilità di distruggersi a vicenda), si presenta ora la tendenza reale verso un bipolarismo costituito da due dimensioni economico-politiche (Usa e Europa-Russia) che, in parte già omogenee per quanto riguarda l’Europa, vanno sempre più avvicinandosi e che, insieme, possono costituire quel centro dello sviluppo storico sulla terra che non può essere gestito dai soli Stati Uniti d’America, sì che è nel loro stesso interesse che questa nuova forma di bipolarismo prenda piede ed è prevedibile che alla fine essi prendano coscienza dei loro autentici interessi.
Degno di nota, in proposito, che il presidente del Consiglio italiano, da un anno a questa parte, abbia più volte proposto l’entrata della Russia nell’Unione europea. Le considerazioni qui sopra sviluppate indicano il contesto in cui tale proposta può avere fondamento. E forse è interessante anche (e non paradossale, come a prima vista potrebbe sembrare) che quella proposta sia accompagnata dalla volontà di mantenere un asse preferenziale con gli Usa? Se non è una contraddizione, quella proposta può essere infatti condotta a significare che l’Europa può essere la vera alleata e dunque non subordinata all’America, solo se essa possiede, oltre alla potenza economica, anche quella militare, che oggi continua ad avere il suo fulcro in un arsenale atomico invincibile, cioè in un apparato che sarebbe velleitario per l’Europa costruire (nonostante le chances nucleari di Francia e Inghilterra), ma che la Russia realmente possiede, e la cui manutenzione diventa tuttavia sempre più onerosa per Russia, premuta quest’ultima, da un lato dalla consapevolezza che in un mondo sempre più pericoloso l’invincibilità atomica è un bene irrinunciabile, e dall’altro dalla tentazione di intaccare il capitale atomico cedendone porzioni in cambio dei vantaggi economici che i compratori, più o meno affidabili, potrebbero assicurarle. L’entrata della Russia in Europa pone indubbiamente enormi problemi - soprattutto per quanto riguarda la gestione dell’apparato nucleare russo - che però sono pur sempre inferiori a quelli dell’alternativa costituita da un mondo sempre più complesso (anche per l’affacciarsi di nuove grandi potenze come la Cina) ed esplosivo dove gli Usa fossero convinti di poterne da soli determinare le sorti e dove le difficoltà economiche della Russia potrebbero farle perdere il controllo del proprio apparato nucleare a vantaggio del terrorismo islamico. Il problema del rapporto tra popoli ricchi e poveri si risolve riducendo il loro dislivello economico, ma la tendenza verso l’entrata della Russia nell’Unione europea e il conseguente rinnovato bipolarismo stabilizza l’organizzazione globale dei Paesi ricchi e rende quindi efficace e sicura la loro indifferibile decisione di ridurre la loro distanza economica dai Paesi sottosviluppati.
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La Costituzione americana è un grande modello di società liberal-democratica, ma è un’astrazione proporlo all’Europa senza tener conto del processo storico reale che spinge l’Europa a confrontarsi col problema-Russia. È un’astrazione anche perché il sottinteso dei sostenitori della democrazia e dell’economia di mercato è che quest’ultime, dopo la fine del socialismo reale, non abbiano alternative. Ma, anche qui, debbo rinviare a quanto vado sostenendo da molto tempo. Esiste un Meccanismo inaggirabile, per il quale le grandi forze che oggi guidano il Pianeta - democrazia, cristianesimo, islamismo, nazionalismo, ecc. (e, ieri socialismo reale) - e che lo guidano servendosi, come mezzo della tecnica moderna, sono destinate a diventare mezzi del potenziamento del proprio mezzo, cioè della tecnica, la quale dunque è destinata a diventare il loro scopo. Ma la Tecnica destinata a diventare scopo non è la tecnica scientisticamente intesa, ma è l’apparato scientifico-tecnologico in quanto esso va unendosi all’essenza della filosofia contemporanea, ossia alla struttura concettuale che negli ultimi due secoli ha mostrato l’assenza di ogni limite assoluto all’agire dell’uomo. La tecnica, così intesa, è guidata dal risultato essenziale del pensiero filosofico dell’Occidente. In quanto tale pensiero la guida e le fa scorgere l’assenza di ogni limite assoluto, la Tecnica acquista una potenza essenzialmente superiore a quella di ogni tecnica che invece sia assunta come mezzo e pertanto sia limitata e frenata dagli scopi delle forze della tradizione occidentale. E la superiorità della sua potenza la destina - in un mondo che crede sempre di meno nei valori assoluti della tradizione - a prevalere su ogni forma di tecnica che funzioni come mezzo per la realizzazione di quei valori. E già da questo ordine di considerazioni si può capire che lo strumento vincente conduce a una situazione dove la sua tutela e l’incremento della sua potenza sono destinati a diventare delle forze che invece vorrebbero trattenerlo nella sua funzione di mezzo.
Oggi anche la democrazia si serve della tecnica, ma il mondo procede verso un tempo in cui sarà la Tecnica (intesa in quel suo significato complesso) a servirsi della democrazia (e delle altre forze prima menzionate), ossia a utilizzare l’organizzazione democratica della società per realizzare l’incremento della propria potenza (a utilizzare la democrazia, dico, e non quell’assolutismo politico che appartiene all’insieme dei limiti assoluti di cui il pensiero filosofico del nostro tempo mostra l’impossibilità). Ma la democrazia come scopo della tecnica è qualcosa di essenzialmente diverso dalla democrazia che divenuta mezzo della Tecnica (cosi come la ricchezza al servizio della vita buona, cioè dell’etica, è qualcosa di essenzialmente diverso dall’etica al servizio della ricchezza). Ho in più modi indicato perché il Meccanismo che conduce a questo rovesciamento di scopo e mezzo sia qualcosa di inaggirabile - un rovesciamento, peraltro, che non dice l’ultima parola, ma che è destinato a dominare per lungo tempo la storia del Pianeta (cfr., oltre ai miei due scritti sopra citati, E.S., Il destino della tecnica, Rizzoli 1998; Crisi della tradizione occidentale, Mariotti, 1999; e N. Irti - E. Severino, Dialogo su diritto e tecnica, Laterza, 2001). La democrazia europea e americana continuano a concepire la tecnica come mezzo per realizzare un mondo democratico. Stando all’interno di questa convinzione si può vedere nella Costituzione americana il modello stesso della vita democratica. Ma se, in forza di quel Meccanismo, la democrazia è destinata a perpetuarsi solo nella misura in cui diventa mezzo della Tecnica, e se la democrazia come mezzo è qualcosa di essenzialmente diverso dalla democrazia come scopo, allora il problema dell’adeguazione della democrazia europea al modello americano diventa obsoleto, perché a questo punto viene in primo piano il problema di quale nuova configurazione venga ad assumere, negli Stati Uniti, in Europa e in Russia, la democrazia una volta che essa sia ridotta, appunto, alla funzione di mezzo. Il Meccanismo di cui stiamo parlando avvolge cioè e coinvolge lo stesso problema, prima considerato, relativo al rapporto tra Usa, Europa, Russia.
Il processo democratico che conduce verso il nuovo bipolarismo democratico è inscritto cioè nel più ampio e più profondo processo che conduce al rovesciamento dove l’indefinito potenziamento della Tecnica - in quanto unita alla consapevolezza che non esistono limiti assoluti all’agire umano («Dio è morto») - diventa lo scopo delle forze che tuttora si illudono di servirsi della tecnica, e dunque diventa lo scopo della stessa democrazia. Liberal rileva che la democrazia americana «crede anche nelle responsabilità che si assume e nella sua capacità di difendere i suoi principi di riferimento». Ma al fondamento di questa fede si trova la volontà di non cedere agli avversari; e tale volontà è concreta solo in quanto potenzia il più possibile l’apparato scientifico-tecnologico che le consente di non cedere. Ma sino a che tale apparato è mezzo, strumento, esso è soggetto al logoramento a cui ogni mezzo è soggetto, e la democrazia stessa non può permettere che abbia a logorarsi lo strumento che le assicura la sopravvivenza e la primazia. Ma quando e in quanto evita che la Tecnica, ossia il proprio strumento, attualmente insostituibile, abbia a logorarsi, la democrazia è già sulla strada (la strada del Meccanismo a cui abbiamo accennato) dove la democrazia stessa rinuncia a porsi come lo scopo dell’agire sociale e assume come scopo del proprio agire la tutela e l’incremento indefinito della potenza del proprio strumento. Lo stesso discorso va fatto a proposito di tutte le altre forze che, come la democrazia, intendono servirsi della Tecnica come mezzo per la realizzazione dei loro scopi (reciprocamente escludentisi). D’altra parte la liberal-democrazia americana è unita all’economia di mercato e già da tempo quest’ultima non è più lo scopo dell’azione storica degli Stati Uniti. Essi cioè, in quanto superpotenza planetaria, non intendono sviluppare la propria potenza e guidare il mondo allo scopo di incrementare il profitto dei grandi trusts del capitalismo americano, ma, all’opposto, intendono servirsi del profitto accumulato dall’economia capitalistica allo scopo di sviluppare la propria potenza e dominare il mondo? Infatti anche questi due scopi sono tra loro conflittuali; ed essere potenti per essere ricchi indebolisce da ultimo la potenza e quindi la stessa ricchezza che dalla potenza è resa possibile e sostenuta. L’inevitabile percezione di questa conseguenza spinge l’America verso un atteggiamento dove essa vuole essere ricca per essere potente, cioè per incrementare lapotenza del proprio apparato tecnologico, di cui ci si illude ancora, negli stessi Usa, di servirsi (e peraltro l’illusione è tanto più giustificata quanto meno viene percepita l’inevitabilità del tramonto dei valori occidentali, tra i quali, va sottolineato, vanno annoverati gli stessi valori dell’islamismo). In questa situazione lo scopo dell’agire non è più l’incremento capitalistico del profitto, e quindi non è più la liberal-democrazia in quanto a esso unita: lo scopo diventa la Tecnica; e la democrazia, cambiando volto, assume tratti che sono ancora tutti da decifrare.