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Noi Atene, loro Roma

LIBERAL BIMESTRALE
di Nikolaus Lobkowicz
Liberal Numero 19 - Agosto/Settembre 2003
 

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cop19_thLa guerra in Iraq sembra aver gettato un’ombra sugli Stati Uniti d’America, la più antica e la più stabile democrazia nel senso moderno del termine. Più precisamente: ha fornito nuova linfa al latente antiamericanismo degli europei, soprattutto degli intellettuali europei. Come può, così si sente argomentare, una democrazia e addirittura la democrazia più vecchia di tutte, intraprendere una guerra oggi, all’inizio del Terzo millennio? Forse gli Stati Uniti hanno l’ambizione di diventare i dominatori del mondo? Dietro a tali giudizi e a tali domande si nasconde un latente complesso di inferiorità del «vecchio mondo». Già da tempo sembra essersi delineata l’idea che l’Europa occupi il ruolo che nell’antichità aveva Atene dinanzi all’Impero romano: un asilo della riflessione e della filosofia di fronte a uno sprovveduto (molti direbbero: privo di cultura) agglomerato di potere. Pensando ciò, gli europei trascurano però il fatto che essi - oltre al cristianesimo - devono l’essenza della loro civiltà sia alla tradizione greca sia a quella romana. Se non ci fosse stato l’Impero romano, Atene sarebbe oggi da lungo tempo dimenticata. Tuttavia, proprio come - e ancor più di essa - l’antica Roma ha assunto in sé il pensiero greco e a suo modo ne è stata la prosecutrice, gli Stati Uniti d’America sono un rampollo dell’Europa. Ciò che li differenzia dall’Europa, tanto nei loro lati buoni quanto in quelli discutibili, si spiega alla luce della loro storia. È la storia di un Paese creato e costruito da esuli e perseguitati che fuggivano dalla persecuzione religiosa, dalla follia razzista, dalla fame, spesso anche dall’inerzia e dalla noia della loro patria europea. Ciò produsse un’autentica solidarietà e una disponibilità ad aiutarsi reciprocamente, che in Europa finora non abbiamo praticamente mai conosciuto; e produsse anche una volontà di costruire una nazione in cui le differenze sociali e di visione del mondo contassero - e di fatto contano - incomparabilmente meno che nella vecchia Europa. La dinamica di questa volontà, la disponibilità a permettere a ognuno di realizzare il proprio progetto di vita e il suo modo di vivere, ha avuto come effetto che per secoli gli Stati Uniti sono stati una «terra della libertà».
Se si osserva con più attenzione, ciò non è accaduto senza che si sia dovuto superare ardui ostacoli. All’inizio furono guardati con diffidenza i cattolici, perché li si reputava - e a suo tempo non del tutto ingiustificatamente - intolleranti. Successivamente si trattarono con diffidenza gli irlandesi e i rappresentanti di molte altre nazioni, perché i loro immigrati, fuggiti dalla fame, provenivano dagli strati meno colti della popolazione europea. Inoltre, non è passato molto tempo nemmeno da quando gli Stati Uniti, soprattutto alcune zone agricole, furono percorsi da un latente antisemitismo. E ci volle molto affinché si capisse che i discendenti degli schiavi avrebbero dovuto avere gli stessi diritti dei bianchi. Ma ciò nonostante ha potuto sempre riaffermarsi la concezione secondo la quale tutti gli uomini sono uguali, e questa idea di uguaglianza è sempre rimasta legata con l’altra idea fondamentale, quella della libertà. Talvolta l’istanza di uguaglianza ha strani effetti. L’America è il Paese nel quale nacque il femminismo - in parte giustificato, in parte eccentrico e talvolta semplicemente assurdo - e nel quale nessuno, se ciò non era stato in precedenza esplicitamente concordato contrattualmente, può essere mandato in pensione perché è troppo vecchio. Gli studenti negri, poiché appartenevano a uno strato svantaggiato, dovevano essere privilegiati, finché un giorno un candidato studente bianco vinse una causa in tribunale argomentando di essere stato sfavorito da quella politica dominante, e a quel punto le Università, i cui processi perduti possono costare milioni di dollari, non seppero più come dovevano configurare i loro criteri per l’accettazione degli studenti. Negli Stati Uniti ogni discriminazione è bandita; Dio non può essere Padre, se non è al tempo stesso anche Madre. Ma l’America è anche il Paese che finora - e non di rado attraverso sentenze della Corte suprema di giustizia - è sempre riuscito a canalizzare senza la minima repressione concezioni apparentemente non-ortodosse e idee a prima vista folli, in modo tale che alla fine esse si possano dimostrare come un progresso sociale. In questa dimensione l’idea guida era sempre la stessa: la disuguaglianza sociale dev’essere per quanto possibile abbattuta, e al tempo stesso dev’essere assolutamente garantita la libertà di ciascun singolo individuo. Si tratta di un compito difficile già solo a livello teorico, nel quale però gli Stati Uniti non hanno quasi mai fallito e, quando ciò è successo, è stato solo per brevi periodi. Nessuna meraviglia dunque che molti europei guardino con invidia al di là dell’Oceano, a una terra nella quale c’è, sì, una costante competizione, ma in cui la vita in comune, non da ultimo anche sotto il profilo economico, scorre pacificamente senza troppi litigi e senza troppi scioperi, e in cui le malattie politiche e sociali si risanano rapidamente.
L’elemento più importante della storia americana consiste forse nel fatto che i suoi interessi, le sue aspirazioni, i suoi diritti non hanno dovuto lottare, come in Europa, contro un’autorità. L’avversario non è mai stato il potere, ma al massimo la grettezza. Infatti, per quanto riguarda il potere, i cittadini del Nordamerica erano diffidenti nei suoi confronti da molto prima della nascita istituzionale degli Stati Uniti. Essi valorizzarono sempre il fatto che il potere politico non dovesse concentrarsi nelle mani di pochi. Questo è anche uno dei motivi per cui gli Stati Uniti sono rimasti, pur nella pluralità di religioni, di confessioni e di visioni del mondo, il Paese forse più religioso tra le nazioni industrializzate. La propria libertà religiosa ma anche la libertà dalla religione non aveva bisogno di essere conquistata contro i governanti. I signori dell’Inghilterra erano anglicani, quelli della Francia cattolici, quelli della Prussia protestanti; e poiché abusavano della loro religione (e, sotto il comunismo, del rifiuto della religione) per conservare il proprio potere, generarono sudditi, inizialmente intellettuali e poi numerosi altri gruppi, che protestarono contro quell’abuso e manifestarono la loro protesta allontanandosi dalla religione dominante e alla fine anche dalla religione in generale. Negli Stati Uniti ciò non fu necessario. Essi sono stati per molto tempo un Paese essenzialmente protestante, ma mai ci fu un presidente o un governo che per questo motivo abbia perseguitato i cattolici o i credenti di altre confessioni, o anche soltanto ostacolati nella loro crescita politica o sociale. La prima modifica della Carta costituzionale, stabilita nel 1791, cioè in un’epoca in cui in Europa le religioni di Stato erano ancora qualcosa di naturale nel senso del cuius regio, eius religio, contiene la frase: «Il Congresso non promulgherà alcuna legge relativa a un’istituzione religiosa né vieterà il libero esercizio di una religione». Fino a oggi nessuno si è scandalizzato del fatto che prima delle sedute del Congresso o del Senato viene innalzata una preghiera, da un batttista, poi da un luterano, poi da un cattolico e, in alcuni casi dubbi, anche da un esponente islamico. D’altra parte è cosa ovvia che in nessuna scuola statale sia appeso un crocefisso o venga pregato il Padrenostro. La religione, confessione o Chiesa, che si fonda su quel valore, deve creare scuole proprie, private, nelle quali nessuno lo impedisce. In nessun’altra parte del mondo ci sono così tante scuole e università private e confessionalmente vincolate come negli Stati Uniti. E nessuna di queste scuole e università si aspetta di ricevere anche soltanto un semplice cofinanziamento dallo Stato. La generosità delle donazioni e la creazione di fondazioni di soccorso hanno in America una lunga tradizione, che ha fatto degli Stati Uniti un modello a livello mondiale di ciò di cui oggigiorno in Europa si parla così spesso, della civil society, dell’impegno disinteressato nei confronti di richieste e istanze che possono essere utili agli altri cittadini.
Naturalmente la religiosità sotterranea, perché le religioni determinano tra l’altro i modi di comportamento morale, può assumere anche forme grottesche. Come disse un cardinale francese in una riunione ristretta, nessun presidente francese (e forse nemmeno italiano, tedesco ecc.) resterebbe in carica nemmeno pochi mesi, se venisse incalzato per il suo comportamento sessuale come è accaduto a William J. Clinton. Da chi ricopre cariche pubbliche, e soprattutto dal presidente, gli americani si aspettano che egli sia integerrimo anche sotto il punto di vista morale, per cui l’affare Watergate e perfino la caduta di Saigon, la più tragica sconfitta che gli Usa abbiano mai subito, furono rimossi dalle trasmissioni di informazioni diurne. Causa di ciò è, non da ultimo, il fatto che anche la più violenta battaglia elettorale per un’alta carica divide i cittadini solo per breve tempo. Ma una volta eletto il presidente, egli è our Mr. President. Il partito che aveva lanciato un altro candidato, può incalzare colui che alla fine è stato eletto presidente e alla successiva tornata elettorale riuscire a imporre il suo candidato, ma nel momento decisivo il presidente americano è il capo da tutti riconosciuto della nazione, più potente del più potente primo ministro europeo. Quando gli americani presenziano alle sedute del Parlamento europeo, sono spesso sconvolti dal tono rude che vi incontrano, e anche stupiti della violenza con la quale gli esponenti dei diversi partiti e coalizioni disputano l’uno contro l’altro. Nella Filosofia del diritto, Hegel scrisse (non cito alla lettera) che ogni popolo ha la Costituzione che si merita. È così importante per capire gli Stati Uniti il fatto che la sua Costituzione promulgata nel 1787 e da allora sempre di nuovo completata da oltre 20 amendments, «emendamenti», in fondo sia rimasta immutata, che alla fine non si può assolutamente comprendere gli Usa se non si considera come l’americano medio pensa e sente. Questo pensare e sentire è naturalmente determinato anche dalla Costituzione, ma porta al tempo stesso a espressione la mentalità che la Costituzione americana ha plasmato. L’americano medio non è un newyorkese, sebbene egli sia orgoglioso che questa metropoli sia nota in tutto il mondo e, per esempio, possa esporre più quadri di Rembrandt di qualsiasi museo olandese. Ma non è nemmeno un washingtoniano, sebbene egli sappia che alla Casa Bianca agisce il suo Mister President e che in città operano il «suo» Congresso e il «suo» Senato, composti da persone come lui, dalle quali egli si aspetta che nel complesso determinino il destino del suo Paese nel modo in cui egli spera e in cui tutti sperano. Sebbene abbia frequentato una delle numerose università (oltre il 50% degli americani portano a termine gli studi in una delle migliaia università del Paese), egli non è un intellettuale; per lui gli intellettuali sono un po’ inquietanti, ma riconosce che svolgono un ruolo decisivo nel progresso scientifico della sua nazione, del quale egli si sente orgoglioso. Ha un lavoro che gli permette di mantenere la sua famiglia e di possedere una casa e, accanto a ogni moderno oggetto di arredamento, almeno un’automobile (il tasso di disoccupazione è considerevolmente inferiore di quello dei principali Stati europei), ma se gli si presentasse una buona occasione, egli cambierebbe lavoro e non gli sarebbe difficile procurarsi più volte nella sua vita un’altra casa in un’altra città o anche in un altro Stato, perché la sua patria sono gli Stati Uniti d’America, non questa determinata parte dello Stato o questa determinata città. È orgoglioso di essere cittadino del più libero e del più potente tra tutti gli Stati del mondo, ma non riesce davvero a comprendere come si possa essere nazionalisti. Il suo Paese infatti è un crogiolo di innumerevoli nazioni; uno dei suoi antenati era italiano, l’altro veniva magari dalla Slovacchia, la madre ha sangue ispanico, sua moglie è cresciuta in una famiglia in cui a casa si parlava ancora polacco. Questa molteplicità nazionale lo costringe a comportarsi con i suoi amici, con i quali fa sport e in autunno va ogni tanto a caccia, in un modo che per i parametri internazionali è francamente inconsueto (si è appena conosciuto qualcuno che già lo si chiama con il nome di battesimo), ma anche un po’ superficiale. Egli è contrario al fatto che ci sia un’assicurazione statale per le malattie e che la sua rendita pensionistica venga pagata dallo Stato, perché se così fosse non potrebbe essere indipendente e costruire da sé il proprio destino. Perciò considera anche un suo diritto naturale, antico di oltre duecento anni, possedere un fucile o un revolver, con cui potersi difendere quando ciò dovesse rendersi necessario. Non è assiduo praticante, ma è fedele alla sua Chiesa, alla quale dona con generosità. Che Dio esista e che ci sia una vita dopo la morte è per lui tanto ovvio che non ha timore di parlarne, quando sia il caso, né di rilevare il fatto che il suo Paese ha ricevuto da Dio l’incarico di diffondere in tutte le parti del mondo il suo senso della libertà, della giustizia e dell’uguaglianza. L’ 11 settembre 2001 lo ha sconvolto in modo estremamente profondo, perché non era mai accaduto che il suo Paese venisse attaccato; Pearl Harbor, bombardata dai giapponesi nel dicembre 1941, è in fondo un’isola, che oltretutto all’epoca era uno Stato degli Usa da meno di mezzo secolo. Sebbene egli sia predisposto a tutt’altro che alla guerra, la sua vita privata è per lui la cosa più importante, e perciò egli si è schierato incondizionatamente con il suo presidente, quando questi ha dichiarato guerra al terrorismo internazionale. Molte delle qualità dell’americano medio qui delineate si ritrovano oggi anche nei Paesi europei. Ma non bisognerebbe trascurare il fatto che fino alla seconda guerra mondiale la situazione era diversa. L’american way of life è penetrata in Europa solo dopo il 1945, e da allora certamente in modo così intenso che è diventato sempre più difficile distinguere l’Europa dal Nordamerica. A ciò ha contribuito anche il fatto che dalla presa del potere da parte dei nazionalsocialisti e dei fascisti, e successivamente dei comunisti, centinaia di migliaia di europei trovarono asilo negli Stati Uniti, e tra loro molti scienziati e uomini di cultura, senza il cui apporto alcune delle università americane non sarebbero diventate tra le migliori e le più affermate del mondo. In breve, gli Stati Uniti appaiono - a prescindere dai superbi resti di una lunga storia culturale - in modo quasi uguale a come apparirebbe l’Europa se gli europei si fossero presi a cuore fin dall’inizio la libertà, se cioè essa fosse stata l’elemento più importante nella vita politica. Se si rappresenta, come ha fatto Hegel, la storia d’Europa come quella di una lotta per la libertà, per la libertà di pensiero, per la libertà del giusto agire e, alla fine, per l’intangibile dignità di ogni singolo uomo, per la distruzione di ogni dominio illegittimo, allora gli Stati Uniti sono quel Paese europeo dall’altra parte dell’Atlantico che fin dall’inizio ha lasciato dietro a sé quasi tutti gli ostacoli alla libertà che non erano strettamente necessari per l’ordine pubblico; semplicemente perché la loro storia è incominciata così tardi, essi sono stati il «Nuovo Mondo». Questa indipendenza da una lunga storia, che gli intellettuali europei troppo volentieri ma in fondo anche ingiustamente denigrano come una fonte della mancanza di cultura, è probabilmente anche il motivo principale del successo economico degli Usa. Lo spirito d’impresa fiorisce se gli uomini devono sopportare solo poco della zavorra delle tradizioni, se da un lato nessuno impedisce a tale spirito di iniziare qualcosa di nuovo, e se dall’altro lato è inserito in un sistema politico il cui fine è la giustizia nel senso ampio del termine.
L’idea che gli Stati Uniti anelino al dominio del mondo non corrisponde certamente al vero, e contraddice anche la loro diffidenza nei confronti del potere. La realtà è invece, che essi si sono palesemente prefissi di ripristinare in tutto il mondo, a poco a poco, l’ordine, là dove l’illibertà è diventata sistema e ha implicazioni internazionali, soprattutto là dove essi presumono che si trovino le centrali del terrorismo. Quando il presidente George W. Bush, nel discorso all’American Enterprise Institute del 28 febbraio di quest’anno, in un momento cioè in cui egli aveva già da tempo deciso di abbattere il regime di Saddam Hussein, ma il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite pensava ancora che dovesse essere sufficiente, come già era stato fatto per dieci anni, cercare le armi di distruzione di massa, nominò insieme America’s interest in security e America’s belief in liberty, egli usò parole che dalla fine della seconda guerra mondiale ogni altro presidente americano avrebbe potuto pronunciare: «Ci sono stati momenti storici in cui molti dissero che le culture del Giappone e della Germania sarebbero incapaci di accettare valori democratici. Avevano torto. Oggi alcuni dicono la stessa cosa dell’Iraq. Sbagliano». È un pericoloso errore ritenere che Bush sia un cowboy inselvatichito. In realtà egli si differenzia dai suoi predecessori nella carica di presidente perché realizza con coerenza ciò che ha deciso. E fin dal primo giorno della sua presidenza ha deciso di eliminare i malvagi con tutti i loro intrecci internazionali. Poco dopo l’inizio della guerra in Iraq, Jürgen Habermas scrisse che con questa guerra l’America ha reso dubbia e addirittura perduto la sua autorità morale. In realtà ha acquisito un supplemento di autorità morale: ha portato alla luce il fatto che la sovranità statale non può essere una coperta per regimi orribili, soprattutto se ciò ha - come fino alla fine degli anni Ottanta fu il caso dell’impero sovietico - conseguenze negative internazionali. Nel Consiglio di Sicurezza, la molteplicità degli interessi degli Stati sovrani impedisce che le Nazioni Unite possano decidere a un dato momento non solo di parlare di tali questioni ma anche di agire in conseguenza. Pertanto, si può dire che gli Usa hanno fatto ciò che in verità sarebbe stato il compito dell’Onu. Questa non è dunque una brama di dominio del mondo, ma una decisione in favore dell’edificazione progressiva di un ordine mondiale in cui trionfino la pace e la giustizia. Il fatto che, subito dopo la vittoriosa cacciata di Saddam, il presidente Bush abbia voluto imporre finalmente una strategia che possa risolvere il conflitto fra Israele e i palestinesi, dice tutto. Egli vuole ottenere ciò che le Nazioni Unite desiderano senza però essere in grado di realizzare.
Ciò non significa tuttavia che la guerra in Iraq sia stata completamente in regola dal punto di vista del diritto internazionale. E c’è pure il grande rischio che, anziché sostenere pace e giustizia in tutto il mondo e soprattutto in Medio Oriente, provochi nuovi conflitti. Bush ha rischiato molto. Ma gli Stati Uniti vedono, appunto in base alla loro bisecolare esperienza, con più chiarezza dell’Europa il fatto che un ordine mondiale fondato sulla giustizia è raggiungibile solo se vengono posti alcuni limiti alla sovranità statale, limiti morali, la cui infrazione dev’essere punita. Ciò non significa nemmeno che Jürgen Habermas e Jacques Derrida abbiano torto, quando recentemente insieme ad altri europei e alcuni americani hanno sostenuto che l’Europa debba diventare un contrappeso rispetto agli Stati Uniti. Ma le ragioni per cui Schröder e Chirac si sono schierati contro l’attacco all’Iraq e perciò si sono trovati alleati non solo dell’ex-agente del Kgb Putin ma anche dei padroni comunisti della Cina, erano del tutto meschine: Schröder voleva essere riconfermato cancelliere e, una volta vinte di stretta misura le elezioni, non poteva più tornare sui suoi passi; i francesi, che si sentono la grande nation, sono sempre stati contrari a un’influenza americana in Europa e vorrebbero addirittura sopprimere la Nato. Ma anche una superpotenza democratica deve restare sotto il controllo internazionale, altrimenti un giorno potrebbe cedere alla tentazione di lanciarsi a dominare l’intero mondo. Power corrupts and absolute power corrupts absolutely, come ha formulato Lord Acton. In fondo, l’idea che l’Europa debba essere un contrappeso allo Stato più potente di questo Ventunesimo secolo appena iniziato corrisponde proprio alla concezione americana della democrazia: la democrazia non è semplicemente il «governo del popolo», ma funziona e resta stabile soltanto sulla base di un sistema estremamente ponderato di checks and balances; è questo ciò che gli americani hanno fin dall’inizio visto più chiaramente e pensato più consapevolmente di quanto abbia mai fatto qualsiasi nazione europea. Per restare fedeli ai loro ideali, gli Stati Uniti devono dunque avere alleati che nel caso estremo possano controllarli. Se questo però sia possibile nel quadro delle Nazioni Unite, è un’altra questione.

(Traduzione dal tedesco di Renato Cristin)



 

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