archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

La nazione universale

LIBERAL BIMESTRALE
di Gianni Baget Bozzo
Liberal Numero 19 - Agosto/Settembre 2003
 

Torna al sommario

cop19_thPer molto tempo la rivoluzione francese e la rivoluzione americana ci sembrarono catalogabili ambedue sotto il termine di rivoluzione. Ma la rivoluzione di Ottobre del 1917 in Russia si è presentata, come ha sottolineato François Furet, come la continuazione della rivoluzione francese, la sua naturale conseguenza, la sua reale continuità. Forse il fatto che i comunisti abbiano posto tanto l’accento sulla rivoluzione francese come antecedente storico della loro rivoluzione ha reso impossibile il pensare la dichiarazione d’indipendenza americana e la dichiarazione dei diritti dell’uomo della prima costituente francese come due eventi che potessero chiamarsi «rivoluzione» nel medesimo senso. Ci sono due fattori che fanno notare la differenza. La rivoluzione americana non è una rottura con il cristianesimo anzi essa è concepita come una rivoluzione nel cristianesimo. Inoltre la rivoluzione americana non avviene in rottura con l’ordinamento storico precedente ma si situa nella sua continuità. All’origine della rivoluzione americana, esiste un’evoluzione del puritanesimo calvinista inglese, che sceglie il nuovo continente per realizzare ciò che i calvinisti pensano dopo la rivoluzione puritana, il suo fallimento e la Restaurazione: essi pensano a una piena realizzazione della cristianità fondata sulla separazione tra Chiesa e Stato. La separazione tra Chiesa e Stato non nasce dall’ideario illuminista ma come prospettiva del cristianesimo calvinista, portata alle sue ultime conseguenze. Anche Calvino, nella sua Ginevra, aveva impostato l’organizzazione della città sulla netta distinzione tra Chiesa e Stato. I calvinisti emigrati in America portavano anche una tensione escatologica, quella che venne chiamata «millenialismo americano», espressione coniata sul millenialismo biblico, cioè del regno di mille anni di Cristo sulla terra prima del combattimento finale con Satana e della fine del mondo. Mentre in Europa la Chiesa perfetta veniva concepita come fondata sulla povertà e sulla comunione dei beni, l’apocalitticismo americano si manteneva fedele alla lettera dei testi biblici e alla concezione della fine della storia non come atto di perfezione della storia ma come giudizio di Dio sulla storia. Il simbolo americano dell’aquila ad ali spiegate dipende dall’immagine dell’Apocalisse dell’aquila che porta la donna che ha partorito il Messia in un deserto dove è protetta dagli attacchi di Satana. L’apocalitticismo è oggi presente nel partito religioso americano evangelico che legge come evento escatologico il ritorno degli ebrei in Israele, conformamente al testo di Luca 21, 24. La differenza tra il mondo inglese e il mondo americano ha la sua origine nella differenza tra puritanesimo calvinista e restaurazione anglicana: gli Stati Uniti sono quindi un risultato inatteso delle grandi lotte religiose inglesi del secolo Diciassettesimo. Non vi è quindi, diversamente dalla rivoluzione francese, all’origine degli Stati Uniti, una rottura religiosa. Ciò spiega come la religione civile degli Stati Uniti sia veramente religione, cioè intrisa di una lettura del cristianesimo assai diversa da quella dei cattolici, luterani e anglicani europei. La definizione del gruppo dominante nella cultura americana come Whasp (bianco, anglosassone, protestante) ha quindi le radici nel modo in cui avvenne la nascita degli Stati Uniti e della loro rottura senza discontinuità con il cristianesimo europeo nelle sue forme stabilite. Appunto però perché la divisione tra religione e politica era la stessa definizione cristiana della nuova nazione, essa ha potuto accogliere immigrati da tutte le culture europee e poi dalle culture asiatiche. La religione civile americana era un frutto del cristianesimo, ma privato dell’aspetto di intolleranza almeno a livello di principio. In pratica l’esperienza degli immigrati e delle minoranze religiose e tecniche non è stata facile ma in due generazioni è sempre avvenuta. La seconda differenza tra la Rivoluzione francese e quella americana è che, mentre la prima comporta la negazione dello Stato precedente e quindi ha il suo vertice nella decapitazione del re, la rivoluzione americana avviene sulla base dei diritti storici degli inglesi, cioè quello di essere rappresentati nella Camera dei comuni: «nessuna tassazione senza rappresentanza». Gli Stati Uniti sono certamente parte della storia religiosa e culturale d’Europa, ma sono una branca separata dalla storia rispetto alla figura fondamentale dell’evoluzione culturale europea. Mentre in Europa la rivoluzione si è sostituita alla religione, negli Stati Uniti la rivoluzione ha incorporato il cristianesimo nella forma singolare della separazione tra Chiesa e Stato. Ciò conduce a una diversa concezione della nazione in Europa e in America. In Europa la nazione si afferma sotto il segno della divisione all’interno della cristianità secondo i vari regni di cui la cristianità era costituita. Ma, mentre i regni erano parte della cristianità, la nazione europea sostituisce alla particolarità regia l’assunzione di essa a principio d’identità culturale. In forma diversa le nazioni europee divengono un assoluto politico e sono per se stesse la loro religione. Ciò appare chiaramente nella prima guerra mondiale in cui gli europei, che hanno fondamentalmente la medesima cultura, si massacrano in nome dei loro assoluti nazionali. E la sciagura sarà profonda tanto da generare in Europa espressioni di anticristianesimo assoluto come il nazismo e il comunismo. In America il principio nazionale si svolge all’insegna della religione civile, della concezione cioè dell’unicità dell’America nel mondo e quindi all’insegna dell’universalismo politico che fa dell’America la realizzazione universale di libertà e democrazia, cioè degli Stati Uniti come civiltà. Gli Stati Uniti sono grazie alla separazione tra Chiesa e Stato una nazione che universalizza il suo messaggio ma non la sua identità nazionale. Mentre le nazioni europee sono universali e nazionali, gli Stati Uniti si pongono come nazione universale. Con ciò essi seguono in forma diversa il destino di Roma. Quando il presidente Wilson, nel 1917, decise l’ingresso degli Stati Uniti accanto alla Francia e all’Inghilterra contro la Germania e l’Austria, la motivazione dell’intervento americano fu quella di creare un mondo «salvo per la democrazia» e il presidente democratico, il primo dopo una lunga storia di presidenti repubblicani, volle la Società delle Nazioni e l’adesione a essa degli Stati Uniti. Il Senato americano non approvò quel legame che avrebbe saldato gli Stati Uniti alla democrazia in Europa e rese quindi impossibile l’avvento del nazismo. Perciò l’idea di organizzazione dell’Europa attorno al principio nazionale, una tesi cara al presidente americano, condusse alla distruzione dell’Impero austriaco e alla creazione della Yugoslavia: frantumò un grande fattore unificante come la monarchia viennese. Il che rese l’Europa centrale e orientale preda prima del nazismo e del comunismo. Ma, se la tesi del presidente democratico fosse stata accettata, l’America sarebbe diventata, già negli anni Venti il principio democratico federatore dell’Europa. Wilson fece così un atto in favore dell’universalità della democrazia e della libertà e segnò la nascita dell’impero americano.
Proprio la nazione universale, in ragione della sua universalità aveva una vocazione imperiale. Ciò apparve ancora di più nella seconda guerra mondiale preparata dalla dichiarazione delle quattro libertà sul Potomac di Roosevelt e Churchill che preparò l’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Qui il principio imperiale apparve in modo netto e si manifestò ancor più nella guerra fredda contro il comunismo: l’universalismo americano per il culto della democrazia della libertà che costituiva l’essenza religiosa e politica degli Stati Uniti diventò un vero principio imperiale. Fu una sciagura per l’Europa che Roosevelt avesse un’idea falsa del comunismo sovietico tanto da cedergli mezza Germania, l’Europa centrale e l’Europa orientale, realizzando così l’impero ideologico dei comunisti in nazioni in cui non avrebbero mai ottenuto nulla attraverso il consenso. Fu un errore molto più grave della fiducia di Wilson nel principio nazionale alla fine della prima guerra mondiale. Lo status imperiale ha rafforzato la potenza culturale, ideale, pratica degli Stati Uniti in ogni settore della civiltà: e la fine del comunismo russo ha fatto dell’America l’unica potenza mondiale. La democrazia e la libertà sono diventate l’idea politica universale anche dei Paesi che non la praticano: l’idea americana è diventata l’unico principio politico accettato nel mondo. Dove non è praticata è domandata. Non vi è principio alternativo che possa essere accettato come alternativo a essa: né il principio comunista, né il principio islamico, che sussistono come pensieri e in parte come realtà, ma non più come principi universali oggetto di consenso, nemmeno in Cina o in Birmania. Un sondaggio dopo la guerra irachena mostra che i valori americani, il modo di vita americano, la cultura americana, la musica americana vengono approvati come valori politici anche nei Paesi musulmani profondamente avversi alla politica degli Stati Uniti.
Il paradosso è qui: l’idea universale e l’impero americano sono due parti della medesima realtà. Se l’America non avesse scelto una politica di superpotenza militare, anche i valori di democrazia e di libertà sarebbero in discesa nel mondo. Gli Stati Uniti uniscono l’universalità di un’idea all’universalità della forza. Nessun impero conosciuto nella storia aveva esercitato un’egemonia ideale maggiore del suo spazio politico. Gli Stati Uniti hanno certo ereditato la tradizione dell’impero britannico di creare un sistema di potenza mondiale associando attorno alle istituzioni inglesi i popoli soggetti all’impero. Gli Stati Uniti hanno fatto di meglio: hanno creato un sistema di alleanze che non comporta l’occupazione materiale degli Stati Uniti come potenza militare dei territori soggetti all’impero americano. In questo senso la multilateralità è una forma di esercizio dell’uniliteralità. Anche Roma esercitò la sua influenza attraverso un sistema di accordi con potentati locali, lo spazio politico romano fu molto maggiore del territorio materialmente occupato dall’impero. Con la presidenza Bush avviene un fatto nuovo: l’unilateralità, che era notoria ma non dichiarata, diviene formale e dichiarata e ciò conduce all’occupazione di un territorio islamico, quello iracheno, e proprio in conseguenza del fatto che è sorto il terrorismo suicida contro gli Stati Uniti, fondamentalmente non promosso dal regime di Saddam Hussein e motivato da organizzazioni religiose come Al Quaeda, i suoi affiliati e i suoi simili. Si tratta di un atto di grande sfida perché è associato all’idea di introdurre nel mondo musulmano la democrazia e il mercato. I Paesi musulmani sono, salvo la Malesia, praticamente assenti dal commercio internazionale: e la Malesia vi compare solo per la grande presenza di americani e di cinesi. Gli Stati Uniti si considerano una civiltà e una civiltà conquistatrice perché crede nei suoi valori: l’Europa è divenuta la terra del nichilismo politico espresso dalle grandi manifestazioni pacifiste. L’Europa non è più un’idea ma solo un territorio e il modo in cui essa affronta il problema islamico risente del multiculturalismo che è in sostanza la ragione ideologica del multilateralismo che oppone agli Stati Uniti. Un europeo che crede che la persona, la libertà, la democrazia siano un’idea, non può più dirsi europeo, può dirsi soltanto americano. L’Europa ha abbandonato il cristianesimo, l’America lo ha trasformato nella sua religione civile, e cioè ha conservato il senso della verità in politica e quindi l’universalità. È una sciagura per la Chiesa cattolica che essa sia stata nel suo vertice affascinata dal nichilismo pacifista e dalla vanità francese piuttosto che dalla religione civile americana. L’impero americano è l’unica forma politica dei Paesi cristiani in cui la laicità si coniughi con la cristianità quale memoria fondante e giustificazione di universalità della libertà.

 

web agency Done Communication