Molti non americani e qualche americano guardano al presidente Bush come a un fanatico religioso con una visione del mondo in bianco e nero, che permette al cristianesimo militante d’influenzare la sua politica interna e internazionale. In Europa e nel mondo musulmano, Bush è spesso accusato di muovere guerra all’Islam, o almeno di volerlo fare, e di credere che lanciare attacchi ai Paesi musulmani sia null’altro che obbedire alla volontà di Dio. Egli è stato criticato per essersi atteggiato a una sorta di papa laico, proclamando la visione che Dio ha del bene e del male con un senso d’infallibilità che non può essere messo in discussione. Un tipico punto di vista europeo è quello espresso da Michel Rocard, ex primo ministro socialista francese, secondo cui «tutto ciò che danneggia le nostre relazioni col popolo americano è preoccupante. Ma con Bush è una causa persa. Quest’uomo non è aperto al dialogo; è un fondamentalista». Questa è un’interpretazione del tutto errata sia di Bush, sia della Chiesa metodista, cui egli appartiene. È vero che Bush nutre profonde convinzioni religiose, legge la Bibbia ogni giorno, e ritiene che lo scopo della sua vita sia eseguire la volontà di Dio. È il presidente più devoto da molto tempo a questa parte. A differenza dei relativisti morali che hanno assunto incarichi di prestigio negli Stati Uniti e altrove negli ultimi anni, egli crede nel bene e nel male e non ha paura di dirlo.
Per capire la religione di Gorge Bush, tuttavia, è essenziale vederla nel contesto americano. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il Paese più religioso tra le nazioni sviluppate, e il fatto che uno dei loro principi fondanti fosse la difesa della libertà religiosa non ne è certo una ragione secondaria. L’America è rimasta largamente immune dalle tradizioni anticlericali del Vecchio Mondo, che tuttora influenzano le élites culturali europee. Si stima abitualmente che fino al 40% degli americani si rechino in chiesa almeno una volta alla settimana. Molti, naturalmente, lo fanno meno spesso. La stima del 40% è stata recentemente messa in dubbio, ma anche se la cifra autentica fosse intorno a un terzo, resta probabilmente quattro volte maggiore che in Europa. Ci sono poche valutazioni attendibili della frequenza con cui si va in chiesa in Europa, ma una stima afferma che il 10% degli europei appartenenti a una chiesa vada a messa almeno una volta alla settimana, contro il 50% degli Stati Uniti. Quali che siano i valori reali, la domenica vanno in chiesa più americani di quanti stiano in casa a vedere i più popolari spettacoli televisivi, o tutte le partite di football del fine settimana messe assieme. Per quanto agli americani piaccia rimarcare la separazione tra Chiesa e Stato, la linea di frontiera è tutt’altro che chiara. La maggior parte degli americani s’aspetta che il presidente esterni sentimenti religiosi e creda che Dio abbia in mano il Paese. Tutti i presidenti e la maggior parte dei politici terminano comunemente i propri interventi con le parole God Bless America, «Dio benedica l’America», un’esclamazione che suonerebbe assai bizzarra in un contesto europeo. («Dio benedica l’Italia» o «Dio benedica la Germania»?). È impossibile, per esempio, immaginare il cancelliere tedesco, l’ultra-laico Gerhard Schroeder, tenere una «colazione di preghiera». Eppure non solo Bush lo fa, ma sfrutta queste occasioni per dire cose come: «Dietro tutti i fatti della vita e della storia vi sono un progetto e uno scopo, stabiliti dalle mani d’un Dio giusto e fedele». Altri presidenti hanno espresso pensieri analoghi.
Secondo E.J. Dionne, un editorialista del Washington Post, Bush usa lo stesso linguaggio religioso del suo predecessore, Bill Clinton. Ma il linguaggio di Clinton non turbava più di tanto gli europei, perché credevano che non dicesse sul serio. Lo scopo di Clinton era per lo più interno; egli voleva impedire che i repubblicani acquisissero un monopolio dei «valori della famiglia», e voleva strizzare l’occhio agli elettori neri, per cui il linguaggio religioso è più naturale che per i bianchi. La religione, tuttavia, fa parte della comune retorica politica dei presidenti. Sei degli ultimi sette presidenti venivano dal Sud o dall’Ovest, aree ove la religione è molto più salda che nelle grandi città del Nord-est, dove gli europei si sentono più a casa. Questa non è la direzione verso cui il Paese guarda, che piaccia o no agli europei. Come ha scritto Robert Bartley sul Wall Street Journal: «Tutto sommato, le spinte religiose sono probabilmente in crescita. L’11 settembre ha persuaso molti, oltre a George Bush, che il male stia agendo nel mondo. La scienza del Big Bang e del Dna sembra qualcosa come l’opera d’un creatore, più che il freddo mondo delle leggi di Newton e dell’evoluzione di Darwin. E almeno indirettamente gli orrori del Ventesimo secolo hanno mostrato queste ultime non hanno alcuna bussola morale». La bussola morale fornita dalla religione spiega in gran parte l’attrazione di Bush per il Medioevo. Egli è cresciuto nelle tradizionali chiese presbiteriane ed episcopali, e ha cominciato a seguire le funzioni metodiste dopo aver sposato la moglie Laura, metodista da una vita. La Chiesa metodista a cui Bush appartiene non è un movimento fondamentalista «di destra». Ne è anzi ben lontana. Nel Texas di Bush, i metodisti sono visti come molto più moderati dei battisti del Sud, il maggior gruppo protestante degli Stati Uniti (gli 8,4 milioni di metodisti sono il secondo), e il credo dei metodisti non è di solito considerato ambiguo. Per usare le parole di Michael Novak dell’American Enterprise Institute di Washington, «il metodismo è una religione tutta americana. I sentimenti dei metodisti erano del genere che non si può trovare sulle cartoline. Come il loro fondatore del Diciottesimo secolo, John Wesley, essi credono nella moderazione, nel buon umore, nell’allegria - uno sguardo felice e buon giorno». I metodisti non enfatizzano gli aspetti più crudi della teologia, come la penitenza, il fuoco dell’Inferno e la dannazione o il fondamentalismo evangelico.
Bush entrò a far parte della Chiesa a 35 anni, quando le sue figlie gemelle vennero battezzate. Ma ha detto che intorno ai 40 si rese conto che qualcosa mancava. Come ha affermato lui stesso: «Ho dovuto spendere una settimana col grande (predicatore e leader religioso) Billy Graham. E come risultato della nostra conversazione e della sua vocazione, ho cercato il mio cuore e l’ho riconsegnato per tutta la vita a Gesù Cristo». Il professor Shaun Casey del Wesley Theological Seminary ha dichiarato a Religion and Ethics Newsweekly: «I cambiamenti più incredibili avvennero nella sua vita personale. Smise di bere, smise di fumare e, da tutti i punti di vista, divenne molto più serio nel suo ruolo di marito e di padre». Ma la maggior parte degli esperi concordano che il momento cruciale nella fede di Bush, e quasi certamente anche della sua presidenza, venne con l’aggressione terroristica dell’11 settembre 2001. «Gli eventi di quel giorno infiammarono più acutamente la sua fede» afferma Paul Kengor del Grove City College. «La fede e la preghiera hanno conquistato una maggiore importanza». Bush ha detto apertamente che gli attacchi lo «misero in ginocchio» e che le molte preghiere che s’alzarono da ogni angolo della nazione facevano parte «del bene emerso dall’11 settembre». Dopo gli attacchi, pochi americani oserebbero mettere in dubbio che essi fossero anzi «il male». Nei mesi seguenti, Bush chiese agli americani di pregare Dio di proteggere il Paese con «uno scudo spirituale». Una delle sue più profonde convinzioni è nel potere della preghiera e nel linguaggio del cuore. Tutto ciò viene direttamente da John Wesley, che disse che il suo cuore era «stranamente riscaldato» dallo Spirito Santo. Wesley pose l’accento sull’importanza d’una relazione personale con Dio, che è un elemento essenziale della fede di Bush. Come ha scritto un collaboratore del New York Times, «secondo la gente che ha lavorato a stretto contatto con lui o che ha bazzicato i circoli evangelici, la fede di Bush è altamente soggettiva. Essa lo spinge a cercare di fare la cosa giusta, ma non gli dice quale sia la cosa giusta. È una fede senza progetto politico».
Questo va in qualche maniera a rispondere alla domanda chiave, cioè quanto le convinzioni religiose di Bush influenzino le sue decisioni politiche. Ed è forse più facile vedere la risposta nella politica interna, ove egli ha un progetto politico, che non nella politica estera. «La sua fede influenza chiaramente le sue politiche, specie il suo sostegno alle organizzazioni di ispirazione religiosa», ha detto il professor Kengor. Bush si riferisce a queste istituzioni affiliate a un culto, vale a dire tutto ciò che va dalle scuole di cucina ai rifugi per donne malmenate, come a «plotoni negli eserciti della compassione». Un elemento centrale del suo «conservatorismo compassionevole» è che tali organizzazioni debbono «dimostrare compassione e ispirare speranza in un modo cui che per il governo sarebbe impossibile». Il governo può nutrire il corpo, non l’animo. Quindi, egli ha costantemente favorito le organizzazioni di ispirazione religiosa nelle sue politiche sociali, firmando un ordine esecutivo per bandire la discriminazione contro di esse nell’assegnazione di fondi per i servizi sociali. In parte per ragioni religiose, il giorno stesso in cui entrò in carica firmò un’ordinanza per sospendere tutti i finanziamenti americani ai gruppi abortisti internazionali. Ma le sue politiche non sono state universalmente apprezzate dai suoi fratelli cristiani, compresi molti di quei metodisti che si collocano considerevolmente a sinistra di Bush. Da governatore del Texas, egli respinse la richiesta dei vescovi di una moratoria sulle pene capitali dello Stato, e venne ferocemente criticato da alcuni leader metodisti per aver mosso guerra all’Iraq. È chiaro che Bush, come molti altri americani, vede il terrorismo e l’ex regime iracheno come un male. L’importanza di questa convinzione, però, non è che detti il modo d’affrontare tali mali, ma dà al presidente una tale fiducia in se stesso da renderlo disponibile a prendere decisioni che si rivelano poi impopolari. La sua fede lo ha sostenuto contro l’onda delle critiche internazionali che hanno accolto la sua invasione dell’Iraq.
Egli non sta conducendo una «crociata» contro l’Islam. Ha usato quella parola una volta, accidentalmente, per descrivere la lotta al terrorismo e non l’ha mai più pronunciata. Molti dei suoi critici europei possono non rendersi conto che crusade (crociata) è, in inglese, un termine generico, una metafora che non si riferisce direttamente alle crociate storiche. Anzi, il presidente Dwight Eisenhower scrisse un libro intitolato Crusade in Europe, che non aveva nulla a che fare con la religione. Al contrario, Bush è stato il primo presidente americano a estendere l’abituale saluto a chiese e sinagoghe e includere le moschee. Ciò fu dichiaratamente motivato dal tentativo di attirare gli elettori musulmani, ma nondimeno è stato ben accolto dai teologi. Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, Bush ha ostentatamente invitato i leader dei musulmani americani alla Casa Bianca, per mostrare che la sua lotta non era contro l’Islam. Si dice che quando incontrò Recep Tayyip Erdogan, il nuovo primo ministro musulmano della Turchia, Bush esordì dicendo: «Voi credete nell’Onnipotente, e io credo nell’Onnipotente. È questa la ragione per cui saremo grandi amici». Questi sentimenti possono suonare ingenui per gli europei, così come apparvero i commenti di Bush dopo il suo primo incontro col presidente Vladimir Putin, quando disse d’aver guardato nell’anima russa. Bush è orgoglioso di leggere il linguaggio del corpo degli altri leader. Ma dietro il nervosismo europeo di fronte alla sua fede, si cela una più profonda differenza tra il Vecchio e il Nuovo Mondo. Alexis de Tocqueville disse una volta che gli europei hanno storicamente definito il progresso come qualcosa da conquistarsi contro la religione, che era comunemente associata coi sovrani del passato. Negli Stati Uniti, libertà e religione vanno mano nella mano, se non altro perché molti degli emigranti che in origine lasciarono l’Europa per l’America, lo fecero allo scopo di sfuggire alle persecuzioni religiose. Se gli europei capissero meglio il retroterra storico e contemporaneo delle credenze religiose di Bush, potrebbero forse esserne meno preoccupati.
(Traduzione dall’inglese di Carlo Stagnaro)