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Ex pluribus unum

LIBERAL BIMESTRALE
di Mons. Rino Fisichella
Liberal Numero 19 - Agosto/Settembre 2003
 

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cop19_thHo passato diverso tempo negli Usa. Capire quel Paese e la sua popolazione non è semplice. Dietro ogni analisi, si nasconde la preoccupazione di avere sempre dimenticato qualcosa. C’è una scena, comunque, che ritorna sempre nella mia mente quando penso agli Stati Uniti: la Mall di Washington. Se dovessi descrivere gli Usa partirei da qui. Passeggiando per la Mall ho la pretesa di capire cosa siano gli Stati Uniti, la sua grandezza e i suoi limiti, le sue conquiste e i suoi sbagli. Qui incontri il passato e il futuro, cercando di cogliere il presente di una nazione grande che ha fatto la storia non solo di intere popolazioni ma, in alcuni momenti, del mondo intero. Il primo pensiero che ti raggiunge nella Mall è il senso della libertà. Una libertà conquistata, sofferta e conservata gelosamente. Una libertà che ha permesso ai terroristi dell’11 settembre di entrare in quel Paese indisturbati, di essere accolti e istruiti nelle sue scuole di aviazione e perfino di essere difesi e protetti dalle sue leggi. Da ogni parte ti volti, sei obbligato a guardare in faccia il volto di questa libertà americana. Nessuno può dimenticare lo storico intervento di John F. Kennedy il 16 giugno 1963 alla Rathaus di Berlino davanti al muro che separava in due parti non una città, ma il mondo intero: Ich bin ein Berliner. Frase commovente nella sua retorica politica, ma soprattutto frutto della conclusione di un ragionamento che è bene conservare vivo nella memoria quando si parla degli americani; Kennedy diceva: «Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino e per questo da uomo libero sono orgoglioso di poter dire: Ich bin ein Berliner». È la stessa cosa che faceva dire al presidente Reagan: «Quando la gente è libera di scegliere, sceglie la libertà». Se si vuole, il paradosso della democrazia americana sta tutto qua. Esso spiega, tuttavia, il senso di una conquista che non ha confronti nel resto del mondo.
Per comprendere a pieno lo stile della democrazia statunitense e le sfide che a essa verranno nei prossimi anni, può essere utile far riferimento al dibattito di questi ultimi mesi dove risuonano continuamente due termini di importanza capitale: unilateralismo e multilateralismo. La sfida si gioca tutta qui: se gli Stati Uniti vorranno camminare da soli, oppure se saranno capaci di instaurare relazioni tali da permettere il coinvolgimento su progetti di ordine mondiale. Inutile negare che con una potenza come questa il confronto è necessario. Miope è la posizione di quanti si illudono di vivere prescindendo dagli Stati Uniti. Le diverse espressioni culturali che qui si formano balzano per il mondo intero e non aspettano di essere ratificate da un sparuto gruppo di idealisti affetti di strabismo. Lo stile di vita americano, con i suoi sogni e le sue illusioni, è forte e possiede un’attrattiva tale che né il comunismo né la teocrazia islamica hanno potuto ostacolare a lungo. Questo soft power si fonda, in ultima analisi, sul concetto di libertà che in quella terra regna sovrano. Sarà necessario comprendere se l’attrattiva che opera al momento sarà ancora capace di convincere nel futuro. Questo, comunque, non dipende dal concetto di libertà quanto, piuttosto, dalle diverse forme storiche di realizzazione che gli uomini preposti saranno capaci di instaurare. Non è un mistero che quasi il 30% della popolazione americana pretenda di essere la prima potenza del mondo e sia convinta che lo resterà per i prossimi cento anni. Ciò che ritengo più importante, invece, è l’attenzione del rimanente 70% il quale ritiene che questo primato dovrà necessariamente essere partecipato. Il problema dei prossimi anni, dunque, sarà nel dipanare questa matassa: come costituire una forma reale di partecipazione estesa, che vada oltre i nazionalismi, per permettere di accedere a un futuro carico di responsabilità e di pace? Per comprendere lo sviluppo di questo orientamento, può essere utile focalizzare lo sguardo sul profondo cambiamento culturale che l’Occidente sta drammaticamente sostenendo e che, di fatto, coinvolge il mondo intero. Qualcuno dovrà farsi carico del cambiamento che stiamo vivendo e che non ho difficoltà a definire come «epocale». Dinanzi a questo, è importante e necessario che cresca la consapevolezza circa l’esigenza di un cammino da percorrere che consenta ai vari popoli di ritrovare una matrice comune che permetta loro di perseguire verso una meta unitaria. Nessuno in questo frangente, però, può arrogarsi la pretesa di un’autosufficienza culturale e politica, pena l’illusione di avere lavorato invano. I processi culturali, che richiedono lo scorrere di molto tempo per divenire patrimonio di vita e di comportamenti, hanno bisogno di una solidità di modelli che non si impongono con mezzi più o meno sofisticati di convincimento hollywoodiano, ma si realizzano nella misura in cui permettono alla libertà personale di esprimersi al meglio. Ciò che è posto in gioco, dunque, sta tutto qui: la capacità di corrispondere a una esigenza di libertà. I cristiani sanno che non esiste vera libertà senza verità. Memori della parola di Cristo: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32), si sono fatti annunciatori di questa relazione esistenziale coinvolgendo in questo processo il progresso dello spirito dell’umanità. Quanto gli Stati Uniti vivono come loro patrimonio di cultura e tradizione, richiede a nostro avviso che trovi riscontro coraggioso nella capacità di confrontarsi con la verità. Questa è la vera sfida per tutti. Si tratta di capire se abbiamo ancora il coraggio di porci dinanzi alla verità e di recepirla non come un’ipotesi di lavoro dettata da varie indagini sociologiche più o meno scientifiche, ma piuttosto come elemento normativo che consente di ritrovare la propria identità e il proprio mistero. Si apre qui il grande capitolo di cosa sia giusto nel mondo contemporaneo. Sarà da comprendere se i rappresentanti dei popoli e i grandi dell’economia e della finanza saranno capaci di focalizzare lo sguardo non su interessi privati, ma sul bene dell’umanità, unico vero criterio per porsi credibili dinanzi alla libertà e alla verità. Noi, in Europa, abbiamo un patrimonio che pochi possiedono; certamente non lo hanno gli Stati Uniti. Certo, a differenza loro, noi non abbiamo una sola lingua, non possediamo un’unica legislazione e i confini non sono ancora del tutto abbattuti. Elementi questi vitali per una progettualità che voglia essere unitaria. Viviamo, tuttavia, di una ricchezza culturale di duemila anni di storia che affonda le sue radici oltre se stessa, perché ha saputo valorizzare e mantenere in vita il grande patrimonio greco-romano. Se non fosse stato per il concetto di verità proprio del cristianesimo, che vedeva in ogni cultura la presenza di una verità che tende al suo compimento, oggi non avremmo il patrimonio di tradizione e di progresso di cui possiamo essere fieri. Senza tradizione non c’è storia e senza storia non esiste progresso, perché non potremmo capire né chi siamo né dove stiamo andando. Il grande pericolo che noi corriamo è quello dell’indifferenza dinanzi a questa tradizione bimillenaria, come pure della sua emarginazione a favore di scelte ideologiche dettate più dalla nostalgia che dalla forza propulsiva che possiedono. A me sembra che sia richiesto l’ardire per un’azione multilaterale che permetta di influire a tal punto da orientare gli eventi perché non restino in balia del caso o, peggio, di movimenti anonimi che non consentono il pieno sviluppo della libertà personale. Comprendiamo che è giunto il momento di porre sul tappeto della nostra storia la necessità e l’urgenza per la costruzione di una nuova Weltanschauung che può partire solo da una rinnovata antropologia. Questa, da una parte, deve essere capace di fare tesoro delle grandi e positive conquiste che hanno segnato fino a oggi la storia dell’umanità; dall’altra, deve essere in grado di salvaguardare e rilanciare la dimensione del mistero personale. La vita umana non è un esperimento da laboratorio, ma un’esperienza in cui si coglie il mistero di sé e del proprio rapporto con la natura, con il mondo e con Dio. L’uomo ha bisogno di sentire se stesso ancora chiamato a svolgere una missione che lo coinvolga responsabilmente nell’attiva e libera costruzione della sua vita e del mondo in cui è inserito. Se tutto gli è prefissato e determinato, allora tutto diventa uniforme e piatto: linguaggio, arte, architettura, politica, economia, se non fosse per la drammaticità dei fatti, direi anche la guerra! In questo modo, però, l’uomo perde la voglia di vivere. Insomma, abbiamo il compito di produrre pensiero che sia capace di gettare le fondamenta per un’epoca che darà forma alle future generazioni, permettendo loro di vivere nella genuina libertà perché sempre proiettati verso la verità.
Quanto questa sfida sia attuale negli Usa lo attesta il flusso delle generazioni a cui si assiste. Una notizia di alcuni giorni fa ha attratto la mia attenzione in modo particolare. International Herald Tribune scriveva: «Hispanics overtake blacks as largest U.S. minority». Secondo le ultime statistiche ufficiali del Census Bureau la popolazione latino-ispanica si aggira sui 37 milioni a differenza dei 36 milioni di negri. La cosa interessante è che secondo gli studi compiuti questa popolazione cresce con una percentuale del 4,7% a differenza, dell’1,5% di quella negra e 1,2% dell’intera popolazione americana. La lettura di questi dati fa sorgere l’inevitabile domanda: come saranno gli Usa nei prossimi decenni? Cosa farà da collante in una popolazione che oggi si aggira sui 284 milioni? L’american dream? Il fatidico I’m american? O cos’altro? Se è valida la considerazione secondo cui il 90% di questa popolazione tende a conservare la propria cultura, bisognerà in ogni caso saper rispondere alla questione su come si coniugheranno le due espressioni culturali. Rifugiarsi nel fatto che si è dinanzi ormai a una popolazione multirazziale non convince se ognuno permane nella sua propria tradizione e si rinchiude settariamente nel proprio piccolo mondo. Sfuggire alla domanda non è possibile; ci si deve porre nella condizione di comprendere come riportare in una unità l’identità personale, pur inserita in un contesto completamente nuovo che, tuttavia, non può essere estraneo. Interrogativi che permangono, ma che creano possibilità di dibattito e quindi confronto e ricerca di soluzioni. La storia di ogni popolo è fatta di luci e ombre. Nel divenire dinamico degli eventi si alternano vicende tristi e gioiose che consentono di vivere nel mondo in maniera più partecipata. Da italiano, sono geloso dell’iscrizione posta sul monumento al Milite Ignoto: Patriae unitati - Civium libertati. Se l’espressione fosse profondamente radicata nella nostra cultura vivremmo, probabilmente, con maggior serietà l’impegno politico, sociale e civile di questi anni. Sulla base di questo, penso di comprendere lo sviluppo culturale e politico del popolo nordamericano. Per loro, vale in maniera determinante il motto: ex pluribus unum! È la loro storia di unità e libertà. Ex pluribus unum dice, nello stesso tempo, il perché di questa democrazia e le forme che ha assunto nel corso dei secoli, come pure le soluzioni che essi adotteranno per la progettualità del futuro. Dimenticare questa componente, che è parte della cultura e dell’essenza del popolo americano, rischia di far cadere in considerazioni riduttive e non permette la coerente comprensione del suo modo di pensare e di agire.

 

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