archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Ripartiamo dall’individuo

LIBERAL BIMESTRALE
di Alain Madelin
Liberal Numero 19 - Agosto/Settembre 2003
 

Torna al sommario

cop19_thI valori democratici uniscono e riuniscono profondamente - al di là delle attuali peripezie - l’Europa e gli Stati Uniti. Almeno così si pensa generalmente. Ma abbiamo veramente gli stessi valori? Parliamo della stessa democrazia? Per quanto riguarda gli Stati Uniti e la Francia, è evidente che in questi due Paesi la democrazia non è concepita allo stesso modo. La democrazia secondo il senso comune s’identifica a un sistema di rappresentazione politica. La realtà storica è diversa. La democrazia è nata dal rifiuto dell’assolutismo e dall’affermazione secondo cui, nella lotta plurisecolare tra il Diritto e la Forza, gli uomini sono «per natura liberi e indipendenti» e possiedono diritti inalienabili, al di sopra di qualsiasi potere. Se ne può trarre questa conclusione: «La sola ragione che possa costringere un uomo libero e indipendente a obbedire a leggi stabilite da altri uomini è che egli stesso vi abbia acconsentito». Tuttavia, non basta proclamare che l’Uomo ha dei diritti; bisogna poi anche proteggerli, garantirne l’effettiva protezione. Al di là dell’apparente parallelismo che segna le proclamazioni americane del 1776 e la dichiarazione francese del 1789, è proprio su questo punto che l’esperienza francese e l’esperienza americana divergono radicalmente. Mentre la Costituzione degli Stati Uniti istituisce un controllo sulla costituzionalità delle leggi esercitato dai tribunali al di fuori di qualsiasi interferenza legislativa, i francesi, al contrario, si sono impelagati nel dogma dell’onnipotenza e dell’infallibilità del legislatore. Risultato: meno di due anni dopo che l’esistenza dei diritti individuali era stata solennemente proclamata, tali diritti sono stati allegramente calpestati dal primo governo «totalitario» della storia occidentale (l’esperienza del «Terrore» durante la dittatura giacobina). In seguito, la storia francese sarà regolarmente puntellata da rivoluzioni e colpi di Stati, accompagnati tanto da violazioni della Costituzione, quanto da attacchi all’incolumità individuale e all’indipendenza della Magistratura. Fino a tempi recenti, la democrazia francese ha cercato di adattarsi a procedure e giurisdizioni d’eccezione, impensabili di norma in una società di diritto. Ma da dove viene questa differenza? Essa trova origine nella differenza tra due concezioni del Diritto. In base alla prima concezione, il Diritto esisteva prima che esistesse lo Stato. Le leggi esistevano ben prima della nascita dei Parlamenti. Un giurista latino del Terzo secolo, Giulio Paolo, diceva: «Ciò che è giusto non deriva dalla regola, ma la regola deriva dalla nostra conoscenza di ciò che è giusto». Saggia osservazione. A distanza di quindici secoli, quando Portalis, incaricato dal Primo Console, redige il Codice civile, cosa fa? Dà forma, in un certo senso, a tutta l’esperienza del passato, a tutte le regole, alle massime ricavate dalla Storia. «I codici dei popoli si formano con il tempo», diceva Portalis. «Ma, per l’esattezza, i codici non li creiamo noi». Quando si cita la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, la parola «dichiarazione» non è innocente. Se si dichiarano i diritti dell’uomo, vuol dire che questi diritti esistono già, che non li inventiamo noi! Il diritto è quell’insieme di regole che gli uomini inventano appena vivono in comunità, è quello che Robinson Crusoe e Venerdì creano, nell’isola deserta, per stabilire tra loro rapporti di diritto, ancor prima di codificarli. Ci sono esigenze di diritto prima che siano promulgate regole di diritto. Ci sono esigenze di giudizio prima che i giudici siano inventati. Ci sono esigenze di giustizia prima che la giustizia stessa sia instaurata. Il ruolo della società è dare forma a questa eredità, al diritto che preesiste all’esistenza del legislatore. Esiste quindi un diritto precedente, esterno e superiore agli Stati. Un diritto che non trova la propria giustificazione nel potere, ma nella morale e nell’idea che abbiamo della giustizia. In base alla seconda concezione, la politica è il potere. Il potere è la sovranità. La sovranità si incarna nello Stato e lo Stato detta legge, come volevasi dimostrare! Ecco il germe di ogni costruzione totalitaria, e anche - lo vedremo tra poco - il vizio di forma della democrazia francese.

Hobbes, Locke e gli altri
C’è, da un lato, chi pensa che il diritto derivi dall’autorità; e, dall’altro, chi pensa che qualsiasi autorità derivi dal diritto. Due filosofi inglesi del Sedicesimo secolo, punti di riferimento obbligati delle due principali scuole di diritto, incarnano piuttosto bene questo duello: Hobbes e Locke. Thomas Hobbes è, in primo luogo, l’autore del Leviatano (1651), riferimento indispensabile di tutte le dottrine della sovranità dello Stato. Ciò che fonda il potere, per Hobbes, è l’efficacia e non la morale. Dal momento che le libertà finiscono sempre per entrare in conflitto con altre libertà, gli uomini sono destinati, prima o poi, alla guerra di tutti contro tutti. Solo la presenza di un potere sovrano, che abbia i mezzi di imporre limiti ai diritti degli uni e degli altri, è capace di assicurare la pace civile. Il diritto è quindi necessariamente l’espressione della volontà sovrana del Leviatano, cioè dello Stato. Il diritto è la forza. A queste tesi si oppone John Locke, erede dei filosofi tomisti del Medioevo, autore di una splendida Lettera sulla tolleranza (1689) e di un celebre Trattato sul governo civile (1690). Per lui, l’origine del diritto non risiede nello Stato, ma nella morale e nel diritto naturale. Ogni essere umano ha di fronte ai suoi simili la piena proprietà del proprio corpo e del proprio spirito. Per Locke, la libertà è il momento in cui l’uomo si ferma prima di prendere una decisione e in cui interroga la propria coscienza per sapere se quello che fa è bene o male. Ecco evocate a grandi linee le due scuole filosofiche che si opporranno fino ai nostri giorni, con gran chiasso.

I diritti dell’uomo e/o i diritti del popolo
In questa affermazione progressiva dei diritti dell’uomo di fronte al diritto dello Stato, c’è stata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, promulgata dai rivoluzionari del 1789: «Articolo primo. Gli uomini nascono liberi e rimangono liberi e uguali di fronte al diritto…». Frutto di una lunga riflessione anteriore, ben cesellata, redatta in un meraviglioso francese, la Dichiarazione del 1789 non è un’innovazione assoluta, poiché gli inglesi hanno già proclamato, a modo loro, i diritti dell’uomo durante la rivoluzione del 1688, così come gli americani nella Dichiarazione dei diritti della Virginia, e quindi nella Dichiarazione d’indipendenza (1776). Il merito dei nostri avi è di aver dato vita a una duratura raccolta di valori universali. C’è tuttavia un ma. Esiste, in questo formidabile testo, un vizio di forma sul quale bisogna soffermarsi: i suoi entusiasti redattori vi hanno sacralizzato allo stesso tempo i diritti dell’uomo e la sovranità del popolo. Appare evidente oggi che presto un problema si sarebbe posto: cosa succede se il popolo sovrano decide di farsi beffe dei diritti dell’uomo? All’inizio del secolo, Émile Faguet - autore misconosciuto ma prolisso - ha scritto un libro di grande interesse, Il liberalismo, nel quale usa questa graziosa formula: «Mettere insieme nella stessa dichiarazione i diritti del popolo e i diritti dell’uomo, la sovranità del popolo e la libertà, ad esempio, con pari diritto, è come mettervi l’acqua e il fuoco pregandoli poi di accordarsi».
E Faguet scrive in seguito: «Bisognava scegliere. Bisognava o essere democratici e, Rousseau alla mano, redigere una dichiarazione dei diritti del popolo che sarebbe stata breve: “Il popolo è sovrano. Attraverso il popolo stesso o attraverso i suoi rappresentanti, può tutto ciò che vuole. È irresponsabile e, di conseguenza, i diritti dell’uomo non esistono”. Oppure bisognava essere liberali e, Montesquieu alla mano, redigere una dichiarazione dei diritti dell’uomo che sarebbe cominciata in questo modo: “L’uomo ha dei diritti sacri, imprescrittibili e inalienabili, per il semplice fatto di essere un uomo. Questi diritti nessun governo, nessuna aristocrazia, nessuna democrazia ha diritto di intaccarli. Quindi non v’è sovranità, ma esiste solo un governo che agisce nella propria sfera, limitata proprio da questi diritti intangibili. Questi diritti sono…”. Gli autori erano sia democratici che liberali. E proprio questa era un’antinomia fondamentale».

La volontà maggioritaria, ovvero il diritto del più forte
È stata presto confusa la volontà generale espressa dal popolo con la volontà maggioritaria espressa dai suoi rappresentanti, divenuta la sola detentrice della sovranità. Per essere rigorosi, la democrazia non è altro che una procedura di determinazione della decisioni politiche, di designazione e di cambiamento pacifico di chi detiene il potere. È un processo di selezione dei dirigenti che ha dimostrato di essere superiore ad altri - il colpo di Stato, l’avvelenamento, il complotto… Come diceva Winston Churchill, «è il peggiore dei regimi se si escludono tutti gli altri». Tuttavia, il principio maggioritario può portare all’oppressione delle minoranze da parte della maggioranza. Prendiamo l’esempio dell’ex-Jugoslavia. Applicare le regole di una democrazia concepita secondo il principio maggioritario sarebbe il modo più sicuro per rendere la situazione esplosiva. In nome di questo principio, in una repubblica federale jugoslava, la maggioranza serba potrebbe opprimere la minoranza albanese. In un futuro Iraq democratico - se la democrazia fosse concepita in questo modo - la maggioranza sciita potrebbe imporre la propria legge ai sunniti e ai curdi. La democrazia, nel senso di volontà generale, è il diritto dei più, quindi, in un certo senso, anche la legge del più forte. Ecco perché all’ideale del controllo democratico bisogna aggiungere l’ideale della diffusione e della limitazione del potere, quello della democrazia liberale che pone limiti istituzionali e costituzionali al potere. La democrazia liberale è il diritto del più debole, il diritto della minoranza, della più piccola delle minoranze: la persona umana.

Le due forme della democrazia
In tutte le lingue europee la parola Legge ha due significati. Vuol dire allo stesso tempo ciò che è giusto e ciò che è legale. La democrazia determina ciò che è legale. Non crea né il vero né il giusto. Immaginiamo che il 90% degli elettori, presi da follia collettiva, decidano di votare per la soppressione dei diritti dell’uomo: i diritti dell’uomo non cesserebbero per questo di esistere e di imporsi alla coscienza universale. A invocarli sarebbe una minoranza che sarebbe però dalla parte della ragione e della giustizia. È questo il grande dibattito, la grande questione sulla natura del diritto che oppone all’inizio di questo secolo - e ancora per un bel po’ di tempo - la democrazia tout court e la democrazia «liberale». Questo dibattito ha anche il fine di designare, certo, chi ha il diritto di comandare gli altri, ma tenta inoltre di rispondere a una domanda capitale: cosa si ha il diritto di ordinare agli altri?
Lo Stato sottomesso al diritto
Su cosa si fonda, allora, la democrazia? Su quello che gli anglosassoni chiamano la Rule of Law. In francese: il «regno del diritto». In Francia, siamo talmente impregnati di spirito giacobino che abbiamo tradotto «regno del diritto» con «stato di diritto». Inoltre, una curiosa convenzione tipografica francese che consiste nel mettere la maiuscola alla parola stato - la maiuscola è per la politica quello che la genuflessione è per la religione - fa sì che se ne metta una anche a Stato di diritto, creando un controsenso. Il risultato: molte persone sono persuase che lo stato di diritto significa che lo Stato crea il diritto - o, come in Corsica, che lo Stato pretende di far rispettare il diritto! Invece vuol dire tutt’altro: il regno del diritto è lo Stato sottomesso al diritto. È lo scontro tra Locke e Hobbes. Il diritto del più debole contro il diritto del più forte: è il fondamento dell’umanesimo liberale che è al centro della nostra civiltà europea. È l’idea presente anche nel trattato d’Amsterdam il quale stipula che l’Unione europea è fondata sui «principi della libertà, della democrazia, del rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ma anche sullo stato di diritto». Come può lo Stato essere sottomesso al diritto? Mettendo al di sopra delle istituzioni che rappresentano la volontà generale un meccanismo costituzionale per garantire i diritti dell’uomo. Gli americani hanno capito fin dall’inizio che non avrebbero potuto fare a meno di un giudice costituzionale: in qualsiasi momento, qualsiasi cittadino americano può sostenere che una legge è anticostituzionale, e un giudice può dargli ragione. In Francia, durante i due secoli che hanno seguito la Rivoluzione, non c’è stata nessuna garanzia costituzionale di questo tipo. L’unica garanzia che i francesi si sono accordati è il diritto all’insurrezione, che fa parte dei diritti «naturali e imprescrittibili» enumerati nella Dichiarazione del 1789, allo stesso titolo del diritto alla libertà, alla proprietà e alla sicurezza. In Francia, se i diritti dell’uomo non sono rispettati, il popolo ha il diritto di insorgere. E non ha mai mancato di farlo. Per questo la storia della Francia è una specie di «motore a scoppio» rispetto alla storia degli Stati Uniti, in cui le stesse idee, partendo da concezioni istituzionali quasi uguali, porteranno a un’invidiabile tranquillità sociale. Mentre in Francia bisognerà aspettare il 1958 perché venga creato un Consiglio costituzionale debitamente previsto dalla Costituzione della V Repubblica, che darà ai deputati il diritto di rivolgersi al Consiglio costituzionale.

L’universalismo della democrazia liberale
La posta in gioco oggi è rifondare la democrazia sull’idea della democrazia costituzionale liberale, che garantisce e protegge i diritti individuali. D’altronde, all’indomani della liberazione dell’Iraq, quando molti si interrogano sulla possibilità di esportare la democrazia, di adattarla all’Islam, alle culture mediorientali o africane, è evidente che solo la democrazia costituzionale liberale ha una vocazione universale. Ridotta a legge del numero, la democrazia permette a una maggioranza islamica o etnica, d’imporre la propria legge, di opprimere le minoranze etniche o religiose. «Un uomo, un voto, una fede». Inoltre, in nome dell’Islam molti rifiutano la democrazia appena sembra voler sostituire la legge di Dio con la legge degli uomini. Al contrario, se prendiamo in considerazione i valori universali legati alla libertà e alla dignità dell’individuo, che ritroviamo in tutte le religioni, tali valori per la loro stessa natura limitano la legge degli uomini in una democrazia costituzionale liberale. Per questo il dibattito sulla democrazia è più che mai necessario. Proclamare la propria fiducia nell’uomo, libero e responsabile, la propria fiducia in una società di diritto, in cui il diritto è espressione del giusto, significa esprimere dei valori. Significa girare le spalle al relativismo morale disgregatore che oggi si diffonde rapidamente. Se tutto si equivale, nulla vale. Ritorniamo quindi all’umanesimo liberale europeo, nato dal pensiero libero nella Grecia antica, portato avanti dallo spirito del cristianesimo e proclamato attraverso i diritti dell’uomo. A questa scelta di fiducia nell’uomo, che non è solo più efficace dal punto di vista della prosperità, ma che è anche superiore, a mio avviso, dal punto di vista etico e morale. Questa scelta che costituisce l’anima stessa dell’Europa che abbiamo esportato con successo nel nuovo mondo. L’Europa di domani è ancora da immaginare, non come il «vecchio continente» composto da vecchi Stati, ma come giovane continente portatore di una visione umanistica e liberale ancorata profondamente nell’anima europea e simbolizzata da questo ritorno del diritto dell’individuo, in cui la forza sarà messa al servizio del diritto. È proprio questa democrazia europea che ha la vocazione di essere al fianco della democrazia americana, per costruire, insieme, un nuovo ordine internazionale.

(Traduzione dal francese di Elisa Loche)

 

web agency Done Communication