archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Dio e il presidente

LIBERAL BIMESTRALE
di Paolo Mastrolilli
Liberal Numero 19 - Agosto/Settembre 2003
 

Torna al sommario

cop19_thDomanda da settimana enigmistica: quale capo della Casa Bianca ha pronunciato queste parole: “Non potrei fare il presidente degli Stati Uniti, né tantomeno continuare a crescere come persona, senza la mia fede in Dio”? Forse George W. Bush, il giorno della sua inauguration? Troppo ovvio: no. Magari George Washington, nel famoso discorso d’addio del settembre 1796, in cui citò la religione come fonte dell’etica americana? Neppure. Quelle frasi vennero scandite nel 1994 da Bill Clinton, durante un’intervista alla televisione Abc. L’uomo che la destra protestante degli Stati Uniti considera ancora l’essere più immorale mai arrivato alla Casa Bianca, andava in chiesa ogni domenica, definiva la fede una colonna indispensabile della sua esistenza, e consigliando al Paese di leggere il libro di Stephen Carter The Culture of Disbelief, che attribuiva la decadenza morale americana alla riduzione degli spazi per la religione nella vita pubblica, avvertiva: «Alle volte penso che l’ambiente in cui operiamo sia davvero troppo secolare». Detto questo, c’è poco da sorprendersi se alla vigilia della guerra in Iraq George W. Bush parafrasava la Bibbia nei suoi discorsi, o se durante il primo conflitto nel Golfo suo padre pregava col predicatore Bill Graham nell’Ufficio ovale, per dare l’impressione che Dio fosse con lui. Su 43 presidenti degli Stati Uniti solo tre, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln e Andrew Johnson, non hanno mai detto apertamente a quale confessione appartenessero, ma nessuno si è mai azzardato a professarsi ateo. Come mai?
È una domanda che si era posto anche Alexis de Tocqueville, e aveva risposto così: «La religione in America non prende parte direttamente al governo della società, ma deve essere considerata come la prima delle loro istituzioni politiche (...). Io non so se tutti gli americani hanno una sincera fede nella loro religione, perché chi può scrutare nel cuore umano? Ma sono certo che la ritengono indispensabile al mantenimento delle istituzioni repubblicane. Questa opinione non è peculiare a una classe di cittadini o a un partito, ma appartiene all’intera nazione e a ogni livello della società». Dalla domanda iniziale, dunque, ne nasceva un’altra: la religione negli Stati Uniti, e nel linguaggio dei presidenti, è solo un espediente politico per tenere insieme il tessuto di una società così variegata? Oppure è fede autentica? Le origini del Paese sono chiare. I pellegrini che nel 1620 arrivarono sulle coste del New England a bordo del Mayflower scappavano dalle persecuzioni e dalle guerre di religione in Europa, per venire a costruire una nazione basata sulla libertà di professare la propria fede. Così John Winthrop doveva intendere la sua visione puritana del Nuovo Mondo, quel «villaggio in cima alla collina» che alla sua gente doveva sembrare la nuova Gerusalemme.Le cose si erano fatte un po’ più complesse, e confuse, con la rivoluzione e la guerra d’Indipendenza, così influenzata dalla filosofia dei lumi. Alcuni dei padri fondatori degli Stati Uniti erano apertamente scettici nei confronti della fede, oppure ne avevano un’interpretazione molto personale. Ad esempio Thomas Jefferson, il terzo presidente, passava per un deista, come Benjamin Franklin e Thomas Paine, che col suo libro The Age of Reason aveva scandalizzato i protestanti benpensanti. Loro non escludevano l’esistenza di Dio, al contrario. Ma la leggevano nella natura piuttosto che nelle scritture, e consideravano il rapporto tra l’essere umano e l’essere divino come una relazione individuale diretta, che non aveva bisogno né della mediazione delle chiese, né tantomeno dell’interferenza del governo.
Accademici e polemisti si sono affannati per decenni sulle carte di Jefferson, allo scopo di trovare le frasi giuste per confermare la sua fede o il suo ateismo, e onestamente se ne trovano di entrambi i tipi. «Verrà il giorno in cui la mistica generazione di Gesù, dall’Essere Supremo come suo padre, nel grembo di una vergine, sarà classificata come la favolosa nascita di Minerva dal cervello di Giove». E poi: «Io ho esaminato tutte le superstizioni note del mondo, e non ho trovato nella nostra particolare superstizione del cristianesimo una caratteristica di redenzione. Sono tutte fondate nello stesso modo su favole e mitologia. Milioni di uomini, donne e bambini innocenti sono stati bruciati, torturati e imprigionati, dopo l’introduzione del cristianesimo. E quali effetti ha prodotto questa coercizione? Ha reso una metà degli abitanti del mondo stupidi e l’altra metà ipocriti, per favorire l’abuso e l’errore su tutta la Terra». E ancora: «Il cristianesimo è diventato il sistema più perverso che abbia mai brillato sull’uomo». Oppure: «In ogni Paese e in ogni età il prete è stato ostile alla libertà; è sempre alleato con il despota, favorendo i suoi abusi in cambio della protezione per i propri». Ma una lettera a Moses Robinson del 1801 recitava così: «La religione cristiana, una volta spogliata dagli stracci in cui il clero l’ha avvolta, e riportata alla purezza e semplicità del suo benevolo istitutore, è tra tutte le religioni la più amichevole verso la libertà, la scienza, e la più libera espansione della mente umana». Quindi, in una lettera del 1822 a Benjamin Waterhouse, Jefferson aveva aggiunto: «C’è un solo Dio, ed egli è perfetto. C’è un futuro stato di ricompense e punizioni. Amare Dio con tutto il cuore e il vicino come se stessi è la somma della religione». Dunque un cammino personale molto complesso e a volte contraddittorio, che si era chiuso con il libro The Life and Morals of Jesus of Nazareth, volutamente pubblicato dopo la morte, in cui il terzo presidente americano rivedeva la figura di Cristo presentandolo come un grande saggio umano da seguire, le cui doti soprannaturali erano però frutto dell’invenzione mitologica.
George Washington era più vicino alla concezione e alla pratica di una religione ortodossa, e infatti era membro del consiglio di una parrocchia episcopale ad Alexandria, anche se non la frequentava troppo perché distava due ore di viaggio dalla sua residenza di Mount Vernon. Nel 1778, parlando della rivoluzione in una lettera, scrisse che «la Mano della provvidenza è stata così cospicua in tutto questo, che chi manca della fede deve essere peggio di un infedele», inteso qui come musulmano, secondo un’accezione che oggi non passerebbe l’esame della correttezza politica. Infatti si racconta che durante la battaglia di Long Island le truppe di Washington furono salvate da una spessa nebbia, che si sollevò proprio mentre gli inglesi preparavano l’attacco finale, e il generale non fece nulla per smentire chi attribuiva quel fenomeno all’intervento divino. Poi, nel discorso di addio del 19 settembre 1796, il primo presidente parlò così: «Di tutte le disposizioni e le abitudini che portano alla prosperità politica, la religione e la morale sono i supporti indispensabili. Cerchiamo di indulgere con cautela nella supposizione che l’etica possa essere mantenuta senza religione, perché la ragione e l’esperienza ci vietano di aspettare che la moralità nazionale possa prevalere in esclusione del principio religioso». Ma queste parole venivano pronunciate da un massone, ancora celebrato dal George Washington Masonic National Memorial di Alexandria, e quindi lasciano sempre il dubbio del ricorso strumentale alla fede come collante della società.
Oltre mezzo secolo dopo, quando gli Stati Uniti avevano dovuto affrontare la prova più dura della loro storia con la guerra civile, alla Casa Bianca c’era Abraham Lincoln. Gli storici sono abbastanza concordi sul fatto che all’inizio della sua carriera Abe era agnostico. Nel famoso discorso del 1858 sulla «casa divisa» aveva citato spesso Matteo, ma usava le scritture per la loro forza, piuttosto che per la sua fede. La stessa guerra civile, in principio, gli sembrava necessaria per preservare l’integrità dell’Unione, piuttosto che per rispondere alla chiamata di Dio contro la schiavitù. Le cose cominciarono a cambiare nel 1862, con la morte del giovane figlio Willie a causa del tifo, che riavvicinò Lincoln al cristianesimo. Cambiarono così tanto, che nel discorso del 1863 per il National Fast Day il presidente disse: «Noi sappiamo che, per legge divina, le nazioni in questo mondo sono soggette a punizioni e castighi come gli individui». La guerra, perciò, era «una punizione inflitta a noi per i nostri presuntosi peccati». Da allora in poi anche Abe aveva cominciato a guardare la storia attraverso le lenti della fede, e nel 1864 era stato rieletto col sostegno quasi unanime dei grandi gruppi religiosi.
Superata la prova della guerra civile, gli Stati Uniti entrarono nell’epoca che sarebbe passata alla storia come il «secolo americano» sotto la guida di Theodore Roosevelt, membro della Dutch Reformed Church. Era un credente dalla visione ecumenica, e si preoccupò di mettere per iscritto le nove ragioni per cui un americano doveva andare in chiesa ogni domenica. La prima era questa: «Nel mondo attuale una comunità senza chiesa, dove gli uomini hanno abbandonato, deriso, o ignorato i loro bisogni religiosi, è una comunità in rapido declino». Fede sincera, dunque, o strumento indispensabile di coesione morale? L’omonimo Franklin Delano Roosevelt, anche lui di origini olandesi ma non parente di Theodore, era membro della chiesa episcopale. Non la frequentava troppo e non amava la retorica a sfondo religioso, eppure nel famoso discorso del 6 gennaio 1941 sulle «Quattro libertà», alla vigilia del sanguinoso intervento nella seconda guerra mondiale, mise la fede al posto d’onore tra le ragioni che opponevano l’America alle dittature nazifasciste: «La seconda libertà - disse - è quella per ogni persona di pregare Dio alla sua maniera, ovunque nel mondo». Ma era una difesa delle proprie convinzioni religiose, oppure una generale dichiarazione di tolleranza contro l’oppressione imposta dai futuri nemici?
La fede è stata anche un elemento di discriminazione, per alcuni presidenti. Ad esempio John Kennedy, primo e finora unico capo della Casa Bianca cattolico, era visto con tale sospetto dall’establishment protestante, che dovette provare di non prendere ordini dal Papa. Il fondatore della «Camelot» americana era arrivato a promettere che se le sue convinzioni religiose lo avessero messo in contrasto con la Costituzione, molto netta nella separazione tra Chiesa e Stato, lui si sarebbe dimesso. Jimmy Carter era ed è un battista assai osservante, e fu il primo presidente a usare la qualifica di born-again christian, molto in voga oggi tra i protestanti convertiti. Però non amava mescolare il pubblico ufficio con la fede privata. Chi riportò il linguaggio biblico alla Casa Bianca fu invece Ronald Reagan, che per ironia della sorte è stato anche il primo divorziato eletto presidente. La sfida contro «l’impero del male» sovietico aveva dei chiari connotati religiosi, oltre che ideologici e geopolitici, e la moral majority del reverendo Jerry Falwell aveva un peso sul governo forse mai visto a Washington nel Ventesimo secolo. Con Reagan, insomma, la destra protestante era passata al contrattacco verso il secolarismo dominante, diventando lo zoccolo duro del Partito repubblicano. Un mutamento sociale di cui poi avrebbe dovuto tenere conto persino Bill Clinton, che pur essendo politicamente agli antipodi di questi gruppi, aveva dovuto giocare anche la carta della religiosità per batterli.
La vittoria di George W. Bush nel 2000 è stata la rivincita della destra protestante, che invece nel 1992 aveva rappresentato un peso per suo padre, contribuendo alla sconfitta di George senior contro lo sconosciuto governatore dell’Arkansas. È stata una rivincita tanto politica, quanto religiosa, perché durante la campagna elettorale i giornalisti chiesero ai candidati chi era il filosofo che li aveva influenzati di più, e George W. rispose «Gesù». Anche lui è un born again, riconvertito al cristianesimo dopo i quarant’anni, e rivendica l’impatto che la fede ha avuto sulla sua vita e sulle sue decisioni politiche invece di nasconderlo. Poche settimane fa un noto studioso di un autorevole think tank di Washington, incontrando dei giornalisti italiani, ha detto che «Bush ha parlato con Dio, e Dio gli ha detto che aveva una missione per lui. Lì per lì non aveva capito, ma dopo l’11 settembre ha intuito di quale missione si trattasse». Per credere a dichiarazioni del genere non basta la parola anonima di uno studioso, e ci vorrebbe quanto meno la conferma del diretto interessato. Però non c’è dubbio che il presidente abbia restituito alla religione un ruolo centrale a Washington, e non mancano gli analisti che vedono l’influenza dei protestanti evangelici sulla guerra in Iraq e sulla politica verso israeliani e palestinesi. Ad esempio personaggi come Gary Bauer, che controlla il vasto serbatoio di voti della Christian Coalition, non hanno fatto mistero di volere la resa dei conti con l’antica «Babilonia», e di essere contrari a qualunque pressione sullo Stato ebraico finalizzata a ridurre i suoi confini. Anche qui, dunque, torna attuale la domanda di Tocqueville: è fede sincera, o convenienza elettorale? Harold Bloom, nel suo libro La religione americana, aveva commentato così il primo conflitto del Golfo nel 1991: «La guerra contro l’Iraq è stata un’autentica guerra di religione, ma non per il fatto che la spiritualità islamica abbia avuto un qualche ruolo, né da una parte né dall’altra. È stata piuttosto la guerra della Religione americana (e della Religione americana all’estero, persino fra i nostri alleati arabi) contro tutto ciò che mette in discussione l’essenza e le prerogative del sé, inteso come criterio universale di giudizio dell’essere e del suo valore. Non si tratta qui di un problema di democrazia, e neppure la difesa della proprietà privata è la principale posta in gioco. Il presidente George Bush (padre, ndr.), che non è mai stato considerato una persona particolarmente devota, nel chiamare al suo fianco Bill Graham quale emblema della Religione americana ha semplicemente seguito l’esempio del presidente Reagan e di altri suoi predecessori (Nixon, Ford, Carter). Le apparizioni di Graham a fianco del presidente, la Bibbia perennemente in mano, hanno implicitamente garantito che la guerra aveva una legittimazione biblica».
Tale padre, tale figlio? L’editorialista del New York Times Bill Keller ha scritto che la fede di Bush junior è sincera e personale, non bigotta e minacciosa come viene dipinta in certi circoli europei. Anche se alle volte George W. nota l’assenza dei collaboratori dalle sedute di studio sulla Bibbia, tenute regolarmente alla Casa Bianca, e incontrandoli nei corridoi dice: «Mi sei mancato alla preghiera dell’altro giorno». Michael Novak sostiene che l’attuale presidente non rappresenta un’eccezione rispetto alla tradizione dei suoi predecessori, e non è specificamente religioso. Secondo il filosofo dell’American Enterprise Institute, che nel libro On Two Wings ha descritto gli Stati Uniti fondati sulle due ali della fede e del buonsenso, le decisioni politiche di Bush conservano una razionalità prettamente secolare. Ad esempio la guerra in Iraq, per Novak, non era una crociata o «una missione personale per condurre il mondo verso un futuro migliore», ma solo l’adempimento dell’impegno preso a difendere gli americani nel giuramento presidenziale. Come diceva Tocqueville, però, chi può leggere davvero nel cuore degli uomini?

 

web agency Done Communication