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Lo spirito del ’76 così semplice, così eterno

LIBERAL BIMESTRALE
Gaetano Quagliariello

Liberal Numero 19 - Agosto/Settembre 2003
 

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cop19_thIn principio fu il verbo. È sufficiente leggere la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America per comprendere le ragioni che ne hanno fatto un testo fondante. L’apparente semplicità della sua formulazione, infatti, dissimula un’intensità di significato in grado di sovvertire le più radicate acquisizioni della cultura politica e istituzionale; la solennità dello stile scandisce il ritmo dell’argomentare che si fa progressivamente sempre più incalzante. Alla Dichiarazione fu affidata l’ambizione di fondare uno Stato e, insieme, di affermare dei principi politici universali. La sobria semplicità del suo vocabolario ricorda, però, come essa fosse stata pensata e scritta in vista di un utilizzo più immediato. Era infatti destinata alla pubblica diffusione in assemblee, piazze, pulpiti di chiese e taverne, con il fine di rafforzare un sentimento d’appartenenza e di edificare un’idea di cittadinanza. Questa bivalenza determina il suo fascino. La Dichiarazione ha avuto la forza di fondare un mito plurisecolare anche perché è scaturita da esigenze in fondo «banali» e deve la sua fortuna postuma a circostanze tanto impreviste quanto imprevedibili. Non è stata scritta come pagina di storia da consegnare ai posteri, ma come strumento di lotta politica in una vicenda dagli esiti per tanti versi incerti. Questa premessa consente più facilmente, oltre la coerenza delle tesi di fondo, di meglio evidenziare le diverse influenze culturali confluite nel documento, nonché la trama fitta dei riferimenti, che gli avrebbero concesso la flessibilità necessaria a confermare nel tempo un’attualità stupefacente. Si riconosce innanzi tutto il suo rapporto con la tradizione politica e costituzionale dell’Inghilterra. Il tentativo di mettere in mora la madrepatria attraverso la denunzia della «continuità violata»; la reiterata accusa al re d’Inghilterra di essere venuto meno ai suoi tradizionali doveri nei riguardi dei sudditi delle colonie rimandano senza dubbio al precedente del 1688, quando in Inghilterra il Parlamento giunse a sostituire con una nuova dinastia una famiglia regnante che si era resa colpevole di aver provato a sovvertire la tradizione nazionale. Questo rivolgimento istituzionale, passato alla storia come la Glorius Revolution, avrebbe sancito l’archetipo della «rivoluzione conservatrice» che Edmound Burke nelle sue Riflessioni sulla rivoluzione in Francia contrappose all’ideale rivoluzionario del 1789. Nel caso della rivoluzione americana, e del documento che più d’ogni altro ne riflette la sostanza, non tutto però si può spiegare attraverso la categoria della continuità. Vi è un perfetto parallelismo tra la vicenda storica e l’incedere della Dichiarazione: così come la rivolta dei coloni prese le mosse dalla rivendicazione della tradizione contro i presunti abusi del parlamentarismo per giungere, nel volgere di pochi anni, a richieste secessioniste, nel testo si parte dalla denunzia della tradizione disattesa, per arrivare ad affermare principi rivoluzionari che assumono a un tempo una portata particolare (la fondazione di un nuovo Stato) e un significato universale (la fissazione di nuovi valori). Quest’irrisolto rapporto tra continuità e rottura rimanda alle altre ascendenze culturali che nella Dichiarazione si ritrovano e s’integrano. È in corso, ormai da oltre un decennio, una contesa tra gli interpreti del testo. Quelli di matrice liberale rivendicano il contributo che il documento deve a Locke, e richiedono il riconoscimento delle sue ascendenze giusnaturalistiche e contrattualistiche; i «repubblicani» insistono, per contro, sull’influenza esercitata dal comunitarismo repubblicano che s’ispirava al mito della Roma antica (quello dei cosiddetti true Wighs). Le due tesi, in realtà, non si elidono. Né ci si può scordare dell’influenza proveniente dal pluralismo religioso sviluppatosi nelle colonie nel corso di tutto il Settecento al quale, anche oltre la Dichiarazione, si connettono il radicarsi di un sentimento di reciproca tolleranza e il progressivo enuclearsi di un cristianesimo popolare a sfondo fortemente individualistico. Tutti fenomeni che si sarebbero combinati in una comune religione del cuore che pervase di sé l’America, in grado di oltrepassare le dispute tra fedi e sette. Vista sotto questo profilo la Dichiarazione diviene la sintesi a posteriori di una storia nella quale si sono spontaneamente coniugati elementi culturali e religiosi diversi e in alcuni casi persino contraddittori e hanno interagito esigenze individualistiche e motivi comunitari. Proprio quest’ibridazione di culture e fedi, che è alla base della rivoluzione del 1776, ha anche rappresentato una componente ricorrente nelle tante versioni del sogno americano che la storia ci ha trasmesso. Lo spontaneo comporsi d’ambiguità più o meno felici, aporie, influssi culturali a prima vista incompatibili ha saputo creare un mito in grado di resistere per dei secoli alle sfide della modernità. All’ingresso di un nuovo millennio quel mito rappresenta più che mai un riferimento, laddove la rivendicata pretesa di scientificità ha miseramente fallito.
Sorge spontanea, infine, una riflessione sul rapporto stabilitosi tra questo testo e i fondamenti stessi della cultura politica del nostro Paese. La Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America è un volumetto che supera appena le cento pagine. Per quanto sia universalmente considerata uno dei classici del pensiero politico contemporaneo, in Italia a lungo non è stata oggetto di pubblicazione autonoma. Nel secondo dopoguerra, in particolare, la traduzione italiana del testo era contenuta esclusivamente in alcune opere scientifiche (per l’esattezza tre) di difficile consultazione per chi non fosse un «addetto ai lavori». La circostanza aiuta a comprendere quali sono state le componenti che hanno nutrito la cultura «di massa» del nostro Paese. Il fatto che alcuni anni fa, alle porte del nuovo millennio, sia stata pubblicata una prima versione autonoma (La Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, Marsilio, Padova, 1999, con un bellissimo saggio di Tiziano Bonazzi), potrebbe ritenersi un segnale confortante. Ci vuole ben altro, però, per sconfiggere il radicato antiamericanismo italiano, che fino a oggi ha fatto da velo alla comprensione critica dell’America: di quella autentica, senza «se» e senza «ma».

 

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