archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Un maestro da riascoltare

LIBERAL BIMESTRALE
di Leone Piccioni
La coerente parabola intellettuale
(ed esistenziale) di un grande rinnovatore

Liberal n. 38 - dicembre 2006 gennaio 2007

Torna al sommario
cop38_pik

 

Ci sono scrittori del Novecento (inizio secolo) per i quali nel nostro tempo non sembra poter maturare il vero momento del giudizio privo di rancori e di diffidenze, quasi sempre dettate dal peso ingigantito del «sociale» o del «politico» che si è soprammesso a quell'opera e che, in verità, in quell'opera è stato quasi ininfluente o comunque di un rilievo ben minore di quanto oramai si è tentato (riuscendoci) di far credere. Mi è capitato di scrivere cose di questo genere anche per l'insieme dell'opera di Ardengo Soffici, che non sarà ricomposta nella sua giusta luce fino a che si seguiterà a guardare nell'occhi altrui il fuscello, ignorando le travi che ci si portano dietro nei nostri occhi. Figurarsi dunque per Papini, che si ebbe amore e odio per tutta l'esistenza, e che quell'amore si è visto via via ridurre fino a una sorta di iniqua dimenticanza, e quell'odio tramutato nell'indifferenza che si deve a chi non avrebbe «fatto storia». E di Papini il recente cinquantenario della morte è passato sotto silenzio, a parte qualche rara eccezione. Io posso testimoniare che cosa sia stato (nel consenso e nel dissenso) Giovanni Papini per le generazioni fino alla mia, almeno, di che cosa sia stato, per cominciare, come animatore di cultura, rinnovatore, conoscitore profondo d'ogni disciplina, impegnato nei suoi giorni fino allo spasimo nella chiarezza, nell'onestà e nella fantasia: questo prima ancora di dire del Papini scrittore, del Papini polemista. In casa mia, la generazione di mio padre non fece che dichiarare il proprio debito a Papini: il Papini del Lenardo (1903) e della Voce (1908) e di Lacerba (1913), il collaudatore, in certo senso, anche della fondamentale esperienza del Frontespizio (dal 1929), con in mezzo, a non dir altro, Un uomo finito (1912) e La storia di Cristo (1921). Era, quella di mio padre, una casa aperta alle idee, antifascista, e non si sottaceva il debito che si doveva anche a Croce o a Gobetti - e la filiazione diretta dall'esperienza cattolica popolare. Non ci furono né travi né fuscelli a impedire questa capacità di guardarsi attorno.
Per iniziare da Un uomo finito, c'è nel libro un senso di «rivolta» continuamente alimentato, un «pessimismo disperato» («ma abbiamo creduto tutto e tutto negato - scrive Papini - abbiamo edificato e diroccato»), tutte le esperienze filosofiche seguite e poi bandite nella delusione, la scarsa credibilità delle scienze, idealismo, pragmatismo, solipsismo via via ridotti in cenere. Ma non si «distruggeva» soltanto. «Siamo stati i primi in Italia, a parlare di molti uomini nostri e stranieri, dimenticati e ultimi, che ora tutti citano e allora nessuno conosceva neppur di nome, e ne abbiamo parlato con riverenza, con amore, con entusiasmo». Papini in crisi si esprimeva così: «Sono un ignorante; non ho approfondito mai nulla; da qualunque parte mi volti non sono un profano ma neppure un iniziato; ho cominciato ogni cosa ma non ho mai finito nulla; non ho soltanto l'ignoranza delle cose ma anche quella degli uomini; con la profonda speranza che si faccia largo nella sua anima il fuoco dell'ispirazione ("Oh se l'anima mia ad un tratto s'infiammasse...")». Contengono le pagine di Un uomo finito anche parti di forte profeticità. Già nel '13 Papini si prefigurava la sua sorte con più di quarant'anni di anticipo: morire cieco e paralitico. Ma Papini continua così: «Tutto questo non è nulla a paragone dei doni ancor più divini che Dio mi ha lasciato. Ho salvato, sia pure a prezzo di quotidiane guerre, la fede, l'intelligenza, la memoria, l'immaginazione, la fantasia, la passione di meditare e di ragionare e quella luce interiore che si chiama intuizione o ispirazione. Ho salvato anche l'affetto dei familiari, l'amicizia degli amici, la facoltà di amare tutti quelli che mi conoscono soltanto attraverso le opere. E ancora posso comunicare agli altri, sia pure con martoriante lentezza i miei pensieri e i miei sentimenti». Ma poteva e sapeva anche ricordare i paesaggi più cari della sua Toscana. «Tutto il paese Toscana, i monti, i poggi, i fiumi, - gli orizzonti di questo paese che dalle rosee torri delle Apuane finisce giù alla vasta e solitaria Maremma, tra le grandi cime dell'Appennino e il verde respiro del Tirreno. Intendo questo cielo così bello anche quand'è brutto, questo pallore contorto d'olivi, queste lance nere dei cipressi, questi pingui festoni delle viti su per le colline, queste valli desolate e pietrose dove fiorisce soltanto il cardo turchino e la sulfurea ginestra».

*****
Nella mia giovinezza fiorentina, non erano quelli di Papini o di Croce, i miei testi: erano quelli della nuova poesia e della nuova letteratura (che, a cominciare da Ungaretti, proprio Papini - del resto - aveva aiutato in molte occasioni, a far nascere e crescere) - e, certamente, più tendente a una sorta di giudizio poco modulato, era il mio carattere: eppure veder Papini, poterlo andare, qualche volta, a trovare, sapere della sua solitudine e delle sue angustie era da me considerato un privilegio grande, e sempre ebbi davanti a lui la sensazione di essere in presenza di un grande animo pensante, corrucciato che fosse, o aperto (com'era - e non si sa) anche alla più sottile ironia, alla grande tenerezza. Un uomo che, al di là di tutte le accuse di «banderuola» che gli erano state rivolte, specie da anticlericali animosi o da antifascisti maldisposti, si era portato con coerenza nella vita della cultura (per non dire della esemplare e luminosa sua vita privata) e ora, vecchio e malato si accingeva ad affrontare le ultime prove, con una forza anche maggiore di quella che nella prima giovinezza lo portò, nell'impeto del ribellismo, alle vere esperienze rinnovatrici della cultura italiana del tempo (aiutato certo, soprattutto, nei sodalizi con Prezzolini e con Soffici, e - in senso diverso - ma non certo ininfluente per la esemplareità del carattere - con Giuliotti. E s'addolciva poi - certo s'addolciva - con Bargellini, con Lisi, con Betocchi che non furono mai stanchi di andarlo a visitare). Aveva attraversato, con il pensiero, e con l'esperienza, arcipelaghi e continenti, senza aver viaggiato quasi mai (a Parigi, verso il '14) attaccato a Firenze, alla sua Bulciano, alla moglie, alle figlie, ai nipotini, agli amici veri. Oggi, con la cultura dominante che purtroppo conosciamo, sarà tempo perso riprovare a tentar di rientrare in quel circolo culturale nel nome di Papini. Ma c'è, intanto, da restarne fuori, fortunatamente, e a restarne fuori sono sempre in più tra i lettori, gli studiosi, gli studenti del nostro Paese anche se devono rivolgersi a iniziative minori, a testate diverse, a case editrici che paiono aver minor peso o minor prestigio. E incominciano a costituire la rinnovata cultura d'oggi.
Per i suoi anni di «animatore» della cultura (e sarebbe sufficiente come osservava Carlo Bo, fin da un suo saggio a vent'anni dalla morte di Papini, scritto nel '76), gli anni, dunque - (accontentiamoci) - della Voce e di Lacerba, Ungaretti, giovinetto ignoto, trasferito d'un balzo a vivere dall'Egitto alla Parigi dorata degli anni 1912-1914, non trovava per Papini migliore indicazione di questa: «un principe», lo definiva, né si stancava di ripeterne la definizione, almeno fino al tempo della Storia di Cristo, che un poco lo sconcerta, ma che finì, poi, per apprezzare. Questo il principio - e saltiamo pure alla fine, non già per eludere il discorso sul periodo di mezzo ma per riprenderlo poi. Alla fine, di pari passo con gli anni della grave malattia che affronta serenamente, incontriamo un raro esempio di forza poetica e umana, che aveva pur bisogno di una grande esperienza, di una grande lezione anche morale alle spalle: troviamo le Schegge. Il periodo delle Schegge segna l'inizio di un combattimento con la vita, così Roberto Ridolfi descrive l'allucinante periodo. Tuttavia ogni quindici giorni puntualmente sul Corriere della Sera uscivano le Schegge. «Cominciò allora quella lotta eroica, di cui tutti hanno sentito parlare, ma che potrebbe essere raccontata soltanto da chi lo aiutò a portare la terribile croce: sono le più belle pagine della vita di Giovanni Papini. Presto anche i suoi non lo intesero più: prima la sua Giacinta, poi nemmeno la sua Viola; soltanto la nipote Anna riusciva a interpretare quei suoni informi e uniformi, quei mugolii inarticolati: come potesse, questo era per me e per tutti un mistero che faceva pensare al miracolo. Finché le condizioni peggiorarono ancora e quasi ogni parola dovette essere formata lettera per lettera. Anna prendeva a recitare lentamente le lettere dell'alfabeto; quando pronunciava quella voluta, l'infermo faceva cenno col capo, il solo movimento di cui ancora fosse capace; poi ricominciava daccapo fino a formare la parola; ciò fatto la tremenda fatica ricominciava, lettera dopo lettera per la parola seguente». Quelle bellissime Schegge lo accompagnarono fino alla morte nel 1956: aveva settantacinque anni. Malgrado tutti i bilanci negativi Papini sente in sé ancora «una gran voglia di vivere», anche se aveva parlato, per la sua incapacità ad andare avanti, di «rimbecillimento progressivo»: «Io comincio a dubitare dell'unica cosa che mi faceva ancora vivere, cioè del mio potere creativo».
Ascoltiamo ancora Carlo Bo, che di Papini è stato sempre osservatore attento e profondo, e che risulta, certo, tra i più attendibili perché in niente fece parte della cerchia degli «adoratori» comunque o dovunque (magari poi pronti al brusco volger di spalle): a proposito delle «conclusioni» da trarre dall'opera di Papini, scrive dunque Bo: «Per conto mio, mi limiterei a prendere come testimoni le Schegge, quei frammenti che sono frutto d'intelligenza poetica, di coscienza provata, di umile vicenda intellettuale. Tutto il contrario dell'immagine comune di Papini e su cui è troppo facile esercitare il disprezzo e l'ironia: e anche il contrario dell'immagine che lo stesso Papini ha cercato di far passare con le sue rodomontate e certi suoi atteggiamenti. Se leggiamo la sua storia in questa luce, si opera una trasformazione indolore verso il vero e, alla fine, si ha a che fare con un cuore ingenuo e - in fondo - molto indifeso, ben diverso dal contestatore di maniera che rappresenta la parte meno autentica della sua natura e che - naturalmente - ha generato imitatori e discepoli». Dettava dunque, già cieco, le Schegge alla nipote Anna: così ce lo descriveva Bargellini; infermo, paralitico, cieco, che poteva ogni giorno, nella sua sofferenza finalmente accettata serenamente nel nome di Dio, quasi sempre in grado di descrivere «una di quelle giornate che se fossero sempre così sarebbe un peccato morire». «Lo spirito più sveglio, più ardito, veniva a essere - scrive Bargellini - come murato dentro il corpo. Non sbigottito, non intristito, non spaventato, accettava la quotidiana morte con intrepida fiducia nella vita. Rarissimo, se non addirittura, unico esempio di un poeta che, dinanzi, alla morte, non sentisse la vanità della poesia».

*****
E in mezzo? (anche se principio e fine ne abbiano d'avanzo per dar grandezza alla figura e all'opera di Papini). Intanto due costanti, mai venute meno, anche se dall'invettiva, alla «stroncatura», alla bestemmia, Papini arrivò alla fede interamente vissuta: da una parte una sorte di animismo, di spiritualismo laico perfino di attrazione per la magia e la magicità (malgrado, o forse proprio in funzione, dei suoi studi scientifici e antropologici); dall'altra - ciò che anche spesso si dimentica - un'attrazione perenne, e nativa e popolare, per la bellezza, la bellezza degli uomini e delle creature e dei giorni della vita. Che le sue inquietudini, le sue ansie, le sue ribellioni di scontento, per lo scorrere della vita umana, che la sua ricerca affannosa, e ribelle, di una ragione del vivere, di un approdo, di una certezza, sfociassero nella conversione non poté scandalizzare altri che gente di vista corta. E tale dovette essere la fatica e la necessità di quell'incontro che, dopo aver scritto La vita di Cristo ('21), Papini tacque lungamente: forse una diecina d'anni, o poco meno. Al fascismo aderirà dopo la Conciliazione, per starsene molto in disparte nell'illusione che un ordine pacificatore potesse essere ristabilito, e senza né impegnarsi, né forse troppo guardarsi attorno: bene lo definisce Bo: «La guerra non lo ha toccato, il fascismo neppure, la politica in generale lo ha avuto soltanto come ufficiale di complemento... Il dannunzianesimo imperante negli anni della sua formazione lo ha - d'altronde - salvato dalla mondanità, potremmo dire da qualsiasi forma di vita di società». Accademico d'Italia, dopo un'anticamera d'un decennio, l'incarico più prestigioso che ebbe (o che accettò) fu quello di presidente del Centro di studi sul Rinascimento. E molto lavorò, negli uffici dell'Istituto; poco o mai si vide in cerimonie ufficiali. I suoi libri di quegli anni sono su Sant'Agostino, su Dante, Gog è del '31, e la Poesia in prosa è del '35. «Servo encomio»? «Codardo oltraggio»?
Verrà il dopoguerra, la malattia, la solitudine che cresce, ma anche la Fede che lo gratifica d'ogni sofferenza, riempiendolo: non partecipa, né palesemente né per sotterfugio a nessuna «giostra» di potere, né invocando il suo passato e presente d'artista, né la sua militanza cattolica. Ammonisce, anzi, ancora, e più che mai, non avendo certo visto come sono andate le cose, tutti i torti; dalle pagine del Giudizio Universale o delle Lettere di Papa Celestino V o dello stesso Diavolo - comunque si vogliano giudicare - non escono certo né caramelle né richieste di scusa, né cambiamenti di posizioni di comodo. E arriverà alle Schegge - arriverà alla pacifica morte. Può servire ricordarlo ai dimentichi, o a chi non sa, e a chi sul versante «snob» a certi nomi comunque trasalisce: piaceva, come scrittore, a Borges. Ha formato - s'è detto - diverse generazioni: è stato un punto di riferimento. È un «caso» ancora tutto da proporre; uno scrittore tutto da riscoprire. A cinquant'anni dalla morte! Chi non sa, chi va per sentito dire; come volentieri ad esempio, s'unisce al coro di comodo che stronca La storia di Cristo e Un uomo finito! Opere, queste, che andrebbero iscritte tra i capolavori del Novecento!
(Traduzione di Alberto Rezzi)
 
Credo che Venezia, dove sono stato invitato a partecipare ai Colloqui organizzati dalla Fondazione liberal e che sempre in questa città si svolgono, sia il luogo ideale per ragionare su Israele. Da secoli è la porta d’ingresso dell’Oriente verso Occidente. Israele, in fondo, è una sorta di piccola Venezia, è un punto dell’Occidente in un mondo che non è ancora occidentalizzato, e che in Medio Oriente ha una sua reale esistenza. Ma occorre porsi una domanda: la condizione umana oggi è la stessa a Venezia e in Israele? Contrariamente a quanto molti ritengono, non credo che Israele e che il conflitto israelo-palestinese costituiscano un’eccezione nel mondo moderno. Come ha giustamente rilevato il mio amico Renzo Foa, Israele «è una democrazia assediata» e guardando a questa democrazia assediata si pensa all’Europa come a una sorta di democrazia non assediata: non credo che ciò corrisponda a verità, basta considerare il problema energetico, il ricatto sul petrolio che Putin ha già giocato contro l’Ucraina, la Georgia, e che molto presto riguarderà la Polonia e i Paesi Baltici e forse anche l’Unione europea (d’altro canto esiste già una grande alleanza di GasProm con il petrolio e il gas algerino, libico, dell’Uzbekistan). In breve, l’idea di una democrazia assediata non è così errata se si applica all’Unione europea. A questo si aggiunge la questione del Mediterraneo che negli anni Cinquanta un grande scrittore francese, Albert Camus, contrapponeva come luogo della gioia di vivere, del sole, della felicità e dell’armonia, all’Europa franco-russo-nichilista-terroristica, l’Europa come luogo del terrore, a partire da quello rivoluzionario francese fino ad arrivare al terrore leninista-rivoluzionario-nichilista. Oggi il Mediterraneo è un luogo in cui il terrorismo si rivela come rischio elevatissimo, anche se alcuni continuano a sognare un’Europa al di fuori della storia, trasformata in vacanza, come il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, secondo cui l’Europa è già fuori dalla storia, in anticipo su tutti i Paesi, soprattutto l’America, per la sua più che ragionevole volontà di evitare guerre, di non preoccuparsi della difesa nazionale e del rischio che comporta vivere in vacanza al di fuori dalla storia. Esiste dunque una grandissima inversione che rende il sogno mediterraneo di Camus il sogno europeo di oggi. Bisogna dunque convincersi che Israele non rappresenta un’eccezione, e che la condizione umana è la stessaa Venezia, a Gerusalemme e a Tel Aviv. Da sempre grandi uomini di Stato hanno pensato di trovare la soluzione definitiva ai problemi del Medio Oriente. Lo hanno fatto Carter e Clinton, lo fanno oggi due statisti, grandi nemici tra loro, ma entrambi sul punto di scomparire dalla scena mondiale: Blair e Chirac, che come ultimo atto della loro carriera vogliono pronunciare le parole dell’angelo della pace in Medio Oriente, come se il Medio Oriente fosse una bolla e fosse sufficiente essere molto saggi e fare la spola tra Gaza e Tel Aviv per risolvere tutti i problemi. Perché i problemi del Medio Oriente sono la chiave di volta dell’ordine mondiale. Il ministro degli Esteri italiano D’Alema ha parlato del contagio che deriva dal conflitto mediorientale che spiegherebbe il terrorismo universale. Attenzione, forse non siamo di fronte a qualcosa di così eccezionale, forse bisogna rinquadrare tutto in maniera diversa, forse è il caos del mondo che si manifesta nel conflitto tra palestinesi e israeliani, forse Israele è lo specchio, piuttosto che la causa, di tutto il male e di tutto il bene che esiste nel mondo.

I due anni di guerra condotta dalla Russia contro il piccolo popolo ceceno che conta meno di un milione di abitanti, hanno fatto più vittime che i cinquant’anni di conflitto tra Palestina e Israele. Ci sono state molte più vittime in Cecenia, e Grozny, la capitale, è stata due volte rasa al suolo, cosa mai più accaduta a opera di un esercito europeo dopo Varsavia. Nonostante questo, ci sono stati molti più dibattiti riguardo alla Palestina. E non perché i palestinesi sono musulmani, anche i ceceni lo sono, ma sicuramente perché vengono uccisi dagli israeliani, mentre i ceceni vengono uccisi dai russi. Si possono avere molte più vittime in Cecenia, e in maniera molto più cruenta, senza che la cosa rivesta molta importanza, perché non sono gli israeliani a uccidere i ceceni. Esiste una sproporzione legata all’idea che la fonte del contagio, il cuore del problema è costituito da Israele, quindi la fonte del contagio è il conflitto israelo-palestinese. Ma questo conflitto non spiega nulla, non spiega le vittime di Hamad, non spiega la guerra tra Iran e Iraq - che è una guerra anch’essa terribile per le popolazioni, tenuto conto delle vittime di quella del ‘14-’18 - non spiega il terrorismo algerino e islamico. Esiste l’idea di una sorta di zona magica in cui sarebbe sufficiente, per far regnare la pace mondiale, far sparire Israele: è un’idea mistica e folle. Tutto questo mi fa venire in mente quelle persone che un tempo prendevano delle bambole e le pungevano con aghi per agire a distanza su qualcuno a cui volevano male; abbiamo grandi uomini che dicono di voler risolvere il problema israelo-palestinese come se fossero in una bolla, e altri uomini che dicono di volerlo risolvere eliminando Israele. Tutte queste persone sembrano avere un comportamento magico, prendono una questione locale - malgrado tutto, di questo si tratta - per considerarla come la fonte di tutti i mali e la chiave dell’ordine mondiale. Occorre accettare l’idea che Israele non è la fonte di tutti i mali o del bene universale, ma che è semplicemente uno specchio del disordine mondiale.

Ma, andando al cuore della questione, cosa significa la condizione umana oggi? Questa non vuole essere una domanda filosofica… La sfida di Ahmadinejad e del governo iraniano che desidera dotarsi dell’arma nucleare e che dice di voler cancellare Israele dalla carta geografica, va presa sul serio oppure è solo una provocazione? Gli israeliani che prendono queste dichiarazioni seriamente sono ossessionati dalla Shoa e dal genocidio, quindi hanno ragione di ritenere che esista un grande pericolo in queste parole. La seconda domanda da porsi è: se viene soppresso Israele, l’ordine del mondo sarà migliore? Avremo la pace in quel caso? Si possono immaginare altre forme di soppressione di Israele, si potrebbero far emigrare tutti gli israeliani in Europa, ad esempio, che fu così accogliente con loro. Uno scrittore ebreo di New York ha riflettuto ironicamente su questo punto in un suo libro, affermando: «Sì, è la diaspora, quindi lasciamo Israele». Ma è una questione molto seria quella che si pone nei corridoi del ministero degli Esteri francese: in fondo il regno cristiano di Gerusalemme è esistito per un secolo e poi è scomparso. Israele esiste già da cinquant’anni, dobbiamo soltanto aspettare perché questo cancro in Medio Oriente, che è causa di ogni male, scompaia allo stesso modo. Dunque, bisogna prendere Ahmadinejad seriamente per quanto riguarda Israele e anche per quanto riguarda l’Europa? Perché in effetti i missili dell’Iran hanno una portata che può probabilmente arrivare a Venezia, in Europa. D’altro canto questi missili vengono forniti dal mercato internazionale, particolarmente dai compagni russi, e sicuramente possono subire anche miglioramenti tecnici. La mia risposta è sì, dobbiamo prendere seriamente tutto questo.

E motivo questa mia risposta attraverso voci che oggi sono scomparse. La prima viene da una dichiarazione resa nel ’68 da un amico di Papa Paolo VI, il filosofo francese Jean Guitton, che era piuttosto orientato a destra ed era naturalmente cattolico: «Ormai la metafisica e la morale - disse Guitton - non sono più relegate nella coscienza privata, non dipendono più dalle religioni. La filosofia e la morale lasciano il segreto delle coscienze e degli oratori, s’iscrivono nell’esperienza, nella politica, nei problemi internazionali, nei problemi strategici». Guitton dice una cosa davvero sorprendente: l’assoluto è disceso sulla terra. Quando è un cattolico a dirlo, in generale allude al Cristo. Ebbene, è disceso sulla terra tramite il terrore, l’evidenza sostituisce la fede, il ragionevole è esigibile. «Pericolo di morte»: queste parole sono scritte in maniera invisibile ovunque. La situazione è cambiata da allora, oppure viviamo sempre sull’orlo dell’abisso come è stato detto per cinquant’anni a proposito della politica della dissuasione, della deterrenza? Un altro filosofo, Jean-Paul Sartre, nell’ottobre del ’45, cioè due mesi prima di Hiroshima e sei mesi dopo l’apertura dei campi della morte di Auschwitz, scriveva alludendo alla comunità umana, che la comunità che è diventata guardiana della bomba atomica è al di sopra del regno naturale, perché è responsabile della propria vita e della propria morte, quindi ogni giorno e in ogni istante dovrà permettere di vivere. C’è chi considera Ahmadinejad, soltanto un folle. È sbagliato. La bomba atomica non era, all’epoca di Hiroshima, a disposizione del primo alienato venuto. Questo folle dovrebbe poprio essere un altro Hitler, un nuovo führer: di questo secondo führer, come del primo, saremmo tutti responsabili. Nel momento in cui è finita la seconda guerra mondiale, il cerchio si è chiuso in ognuno di noi, l’umanità ha scoperto la propria possibile morte e si è assunta la responsabilità della propria vita e della propria morte.

Tutto ciò è finito? Questa vita sull’orlo del baratro appartiene al passato oppure oggi è ancora più presente perché l’abisso si è ampliato? Abbiamo pensato che fosse finita insieme alla guerra fredda, con la scomparsa dei due blocchi, con il superamento delle grandi guerre e con la supremazia della razionalità. È stato Fukuyama a sostenerlo. Ma almeno da dieci anni abbiamo capito che non è vero che tutto è finito, lo hanno capito tutti quelli che non avrebbero voluto vedere un genocidio in Ruanda, il ritorno della guerra, il crollo delle Torri a Manhattan. Ma molti europei continuano appunto a non voler vedere. Il nuovo paradigma è sempre il terrore, la politica sull’orlo del precipizio. Ma le caratteristiche intrinseche del terrore sono cambiate: siamo passati dal terrore nucleare a quello del terrorismo, un terrorismo universale. Quello che non cambia è il fatto che viviamo in un’epoca tragica; anzi si potrebbe perfino dire che il Ventesimo secolo, in paragone, è stato un’epoca più felice perché i due pericoli ai quali alludono Guitton e Sartre - Auschwitz e Hiroshima - erano separati. Chi aveva le capacità di causare Hiroshima non aveva il fanatismo di chi che ha creato Auschwitz. Persino Stalin, quando ha avuto la bomba atomica, è stato frenato dalla seconda guerra mondiale, perché era troppo preoccupato della sua possibile sconfitta nel ’42 per ricominciare una guerra come se nulla fosse. Quando Mao Tse Tung chiarì che sarebbe stato sufficiente lanciare una bomba atomica ovunque perché almeno un terzo dei cinesi morissero grazie alla deterrenza, ma che i due terzi sopravvissuti avrebbero governato il mondo, ebbene a quel punto l’alleanza sovietica con Mao Tse Tung fu subito rotta. Nel Ventesimo secolo sono esistiti due tabù che hanno garantito la pace per cinquant’anni: Auschwitz e Hiroshima, e l’utilizzo della bomba atomica a fini di deterrenza è stato pensato per evitare Hiroshima, ritenendo che tutto la frenesia, la ferocia, la brutalità dell’uomo rivelata da Auschwitz costituiva un pericolo permanente. Gli esperti atomisti che redigevano la newsletter degli scienziati atomici avevano un orologio con la lancetta piccola sempre su mezzanotte mentre la lancetta più lunga si avvicinava o si allontanava rispetto alla mezzanotte atomica; in altre parole, la sopravvivenza dell’umanità era un conto alla rovescia e i due blocchi si mettevano d’accordo per evitare che la lancetta lunga arrivasse su quella corta.

Oggi siamo di fronte a un cambiamento: siamo passati dall’era della deterrenza nucleare all’era del terrorismo generale, dal terrorismo limitato a quello allargato. Proverò a descrivere questo paradigma in quattro punti. Il primo: vi sono ovunque, oggi, persone capaci di un fanatismo stile Auschwitz. Immaginate Mohamed Atta che lancia il suo aereo contro le Torri di Manhattan e immaginate che il suo sguardo incroci lo sguardo di una giovane donna che si occupa per esempio della pulizia delle toilette nelle torri di Manhattan. La donna si chiede: «Perché? Perché noi? Perché io?». Cosa potrebbe rispondere Atta? Certo, non ha nulla da dire, ma cosa potrebbe rispondere? La stessa cosa delle SS interrogate da Primo Levi in un lager. «Perché?», chiese Primo Levi? Un SS risponde: «Qui non c’è alcun perché». Credo che Atta avrebbe dato la stessa risposta. Nel terrorismo odierno c’è qualcosa che lascia aperte le porte di Auschwitz. Non sono del parere che questo terrorismo dipenda solo dal fanatismo religioso. Piuttosto da quella forma di nichilismo, del «prendere quello che vuoi», senza riguardi per nessuno, che accomuna i bambini africani - che non sono islamici ma che hanno in mano a tredici anni dei kalashnikov - allo spirito dell’armata russa in Cecenia. Get what you want!, prendi quello che vuoi, diceva una scritta su un braccialetto da polso di un soldato russo che ho incontrato in Cecenia, riferendosi a canzone dei Rolling Stones. Che però diceva: you can’t get what you want, non puoi prendere ciò che vuoi. Il terrorismo esercitato in Africa, in Cecenia, dai terroristi islamici, dal narco-marxismo dell’America Latina, è oggi un fenomeno universale. Alla fine della politica della guerra fredda, alla fine dei due blocchi, non è corrisposta la scomparsa dei guerrieri. La guerra fredda era fredda per noi ma era calda per tutto il pianeta: non vi sono mai state tante rivoluzioni, controrivoluzioni, dittature, sovvertimenti di regime quante ce ne sono state in quell’epoca. E i guerrieri sono sempre qui.

Secondo punto di questo nuovo paradigma è l’incontro tra la potenza nucleare di Hiroshima e la capacità di Auschwitz. Ahmadinejad ne è un esempio evidente perché dice che Auschwitz è una religione della Shoa, è una menzogna, un mito. E in fondo l’arma nucleare è un’arma come le altre, tutto dipende a quale fine la si utilizzi. Ahmadinejad immagina una guerra santa, una jihad nuclearizzata. Fine dunque del tabù di Hiroshima, fine del tabù di Auschwitz e incontro tra la capacità di Hiroshima e il fanatismo di Auschwitz. Un incontro generale. A Manhattan sono crollate le Torri gemelle ma se i terroristi fossero riusciti ad attaccare una centrale nucleare avremo avuto una Chernobyl deliberata. La capacità di Hiroshima e di Auschwitz si coniugano oggi anche se non si possiede la bomba atomica, a maggior ragione quando la si ha. Ciò non significa che Ahmadinejad la userebbe immediatamente, senza pensarci, ma se si autorizza l’Iran ad armare Hezbollah questo potrebbe creare disastri. Terzo punto: l’eliminazione del tabù di Hiroshima e di Auschwitz non riguarda soltanto gli Stati canaglia e i gruppi criminali. Putin ha dichiarato che la cosa più negativa per la Russia nel Ventesimo secolo è stato il dissolvimento nel ’91 dell’Unione Sovietica. Non la seconda guerra mondiale, non i campi di morte di Hitler, devastanti per l’intera Europa. Ciò significa che oggi esistono dei leader che non sono più ossessionati dai tabù di Auschwitz e di Hiroshima, che appartengono a un’altra generazione e che trafficano con l’Iran o con la Corea del Nord, in armi, razzi, missili, materiale nucleare. Dunque, non solo Stati canaglia e gruppi criminali, ma anche sponsor che giocano con il fuoco lasciando ad altri il compito di accendere la miccia. Penso che vi siano molti di questi Stati e la Cina e la Russia non è che siano molto rassicuranti. Dopo tutto la Corea del Nord e l’Iran non hanno trovato protettori, che pure esistono e sono sponsor attivi. Quarto punto: non c’è una internazionale del terrore, ma un mercato universale del terrore sì. La Corea del Nord ha traffici con l’Iran che a sua volta ha traffici con la Russia e con il Pakistan. Tra sunniti e sciiti, tra marxisti stalinisti e religiosi islamisti - come in passato tra il colonnello argentino e i generali brasiliani - vi è una sorta di commercio universale del male. Viviamo attualmente in un mondo dove non si vuole più costruire ma dove coloro che vogliono distruggere pensano a prendere tutto in mano. Confrontiamo Krushev e Putin: Krushev credeva ancora di poter raggiungere e superare gli Stati Uniti, lo aveva affermato; Putin sa che, se tutto va bene in Russia, riuscirà a raggiungere il Portogallo solo tra una quindicina d’anni, ma la sua potenza non deriva dalla capacità di costruire, bensì dalla capacità di distruggere, di nuocere e di trafficare con il ricatto del petrolio, con il mercato delle armi a capacità termonucleare. Questo modo di affermarsi è preoccupante non per l’ordine del mondo ma per il mantenimento del suo disordine.

Concludendo, la situazione di Israele e la situazione dell’Europa non sono diverse. Viviamo su un pianeta in cui la capacità di nuocere è condivisa universalmente da individui che non hanno più quei tabù che garantivano la deterrenza e che l’hanno garantita per cinquant’anni. Si crede che la deterrenza sia automatica, che se Ahmadinejad ha la bomba atomica non è poi così grave perché l’Iran in quel caso sarebbe soltanto un’altra delle grandi potenze nucleari contro la quale potrà essere esercitata la deterrenza. Ma la deterrenza non ha mai portato un equilibrio automatico, ci sono stati periodi di squilibrio, di guerre, di crisi che sono arrivate molto vicine all’esplosione, come quella di Cuba. Bisogna perciò che vi siano dei freni e che ritornino dei tabù un tempo costituiti da Hiroshima e Auschwitz, altrimenti deterrenza ed equilibrio diventano sempre più fragili. È per questo che il tentativo di accedere alle armi nucleari da parte dell’Iran è molto pericoloso. Questo significa che ci troviamo in una situazione disperata? Niente affatto. La pace è qualcosa che non si ottiene chiudendo gli occhi, bensì la si ottiene aprendoli bene. I rischi che ho analizzato, il nuovo paradigma del terrore generalizzato, è sotto gli occhi di tutti, basta solo volerlo vedere. La guerra in Libano, per esempio, non è una guerra tra due blocchi - il blocco dell’islam e il blocco occidentale. All’inizio di questa guerra abbiamo avuto la sorpresa di vedere diversi Paesi che non sono democrazie, come l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania, schierarsi contro Hezbollah. Esiste perciò una scissione all’interno di quello che stupidamente viene chiamato l’islam senza cognizione di causa. Ci sono musulmani che capiscono che le prime vittime del terrorismo islamista sono proprio i civili musulmani. Ad esempio in Iraq, ogni mese, il numero di vittime civili, appunto vittime del terrorismo, supera il numero totale di vittime dell’esercito americano dall’inizio della guerra, che si aggira intorno alle tremila. Non si tratta affatto di una situazione simile a quella del Vietnam, ma piuttosto di una situazione simile a quella somala. In Somalia infatti a morire sono i civili somali per mano di guerriglieri somali, e questo avviene da quindici anni. Esiste quindi la possibilità di trovare alleati per la pace nel mondo che chiamiamo musulmano. Non è sufficiente definirsi umanisti, l’umanesimo attualmente sembra essere schierato dalla parte dei pacifisti che hanno manifestato a Roma, che affermano di essere contrari alla forza e a favore di quei buoni sentimenti umanistici secondo cui si dovrebbe abbandonare l’Iraq e disinteressarsi di Israele. Al contrario, bisogna recuperare l’idea umanista della difesa delle popolazioni civili, bisogna essere in grado di sostenere i civili ceceni e i civili del Darfur che vengono sterminati dai terroristi sotto bandiere diverse, a volte islamiste, a volte razziste o nazionaliste. È questo il vero problema, la reale sfida da affrontare: sapere da che parte sta la giustizia. Il futuro dell’umanità si gioca proprio su questo punto e, nel mondo musulmano, si gioca con le donne, quelle donne che non vogliono che i loro figli diventino dei terroristi o che desiderano, come molte donne in Iran e Algeria, resistere al terrorismo dando prova di eroismo, un eroismo rarissimamente osservato nella storia dell’umanità. Ebbene, bisogna essere accanto a quelli che lottano per la libertà e contro quelli che opprimono con qualsiasi mezzo. C’è una fortissima forza di oppressione nel mondo ma ci sono anche moltissime persone che si rivoltano contro questa forza, che non desiderano che i loro figli vengano armati a tredici anni, che vogliono invece che vadano a scuola, anche quando abitano in bidonville. È al fianco di queste persone che conquisteremo la pace. È per questo che il problema della condizione umana nel nostro pianeta è proprio lo stesso ovunque, non è diverso a Tel Aviv, a Gerusalemme e a Venezia.
 

web agency Done Communication