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Cari amici europei. Anche voi che ci odiate...

LIBERAL BIMESTRALE
di Michael Novak
Liberal Numero 19 - Agosto/Settembre 2003
 

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cop19_thMiei cari amici in Europa, l’America è stato per molto tempo un Paese giovane, ma adesso siamo diventati adulti, ed è del tutto normale odiarci e, evidentemente dirci dove sbagliamo. Siamo in grado persino di imparare una o due cose da ciò che ci dite, e applicarci al nostro principale progetto: il miglioramento di sé. L’America è un luogo dove ogni vita è incompleta fino alla morte, e la stessa considerazione la riserviamo al nostro Paese. Tutto è sempre un «rinascere» continuo. Ciò che esisteva ai tempi di Clinton, non esiste più ai tempi di Bush. Tutto è troppo rapido. Nel 2005 o nel 2009 sotto un altro presidente, ci sarà un’altra rinascita. Perciò continuate a criticarci. Ne faremo tesoro per diventare migliori, più forti, e con molta probabilità anche più ricchi. Vi ricordate quindici anni fa (verso la fine dell’amministrazione Reagan) quei recensori in Europa eccitati per tutti quei libri e articoli pubblicati in America sul «declino» americano, sull’«allungamento imperialista» (Paul Kennedy) e l’imminente caduta verso un destino da colonia del Giappone (William Pfaff)? Non è mai avvenuto che quelle predizioni divenissero realtà. Infatti, sono stati il Giappone e l’Europa ad accusare un declino, mentre il reddito pro capite dell’America cresceva da 14,400 dollari a 29,451 dollari.
L’ammontare del budget per la difesa del Paese ha subito un taglio di circa la metà di una porzione del Gdp, tuttavia la tecnologia e le capacità individuali delle nostre forze armate hanno fatto un balzo enorme dal 1991 a oggi. Nel 1998, gli europei prevedevano che la nuova Comunità europea avrebbe gareggiato con l’America in potenza e dinamismo economico e, di conseguenza, che una potenza politica europea unificata avrebbe superato il potere dell’America, persino nel momento in cui l’Europa temeva una forza militare compensativa. Anche noi credemmo che l’Europa potesse superarci. Ci troviamo in un mondo competitivo, e c’è sempre la possibilità, per coloro che stanno in coda, di balzare avanti a tutti gli altri se ci sanno fare. Ma ora ci troviamo nel 2003, e i giornali e le riviste in Europa non si vantano che l’Europa è al primo posto, che è la superpotenza mondiale, la forza egemonica. Al contrario, i vignettisti europei fanno delle caricature degli Stati Uniti in queste condizioni. I cronisti del Corriere della Sera o di Le Monde non si preoccupano di disturbare il nuovo potere dell’Impero europeo. La loro preoccupazione principale è il nuovo «Impero americano» (o così almeno è per tre scrittori americani, recensiti in Commentary del giugno scorso). Naturalmente, a molti europei gli americani non piacciono, e tanto meno piace il nostro benessere economico così come il nostro potere, o i nostri modi di fare o la nostra religiosità (o perlomeno non quella del presidente Bush). Per essere più precisi, mentre moltissimi europei adorano veramente gli americani, uno per uno, e ammirano persino l’America come ideale, non amano affatto molti aspetti della realtà americana.
E gli europei non sono i soli. Anche a noi americani piace odiare certe cose della vita della nostra nazione. Gli americani di sinistra odiano cose diverse dai conservatori, ma entrambi gli schieramenti sono bravissimi nel predicare ai peccatori. Infatti, tutti i tassisti di New York (o di qualche altra città), nel tragitto dal centro cittadino fino all’aeroporto, sono in grado di raccontare tutto ciò che puzza nella politica e nell’economia, dal loro punta di vista. Visti allo specchio, gli americani non sono poi del tutto dissimili da quelle donne a cui non piacciono i propri capelli in quel modo, o la forma delle loro labbra. Noi assomigliamo al peccatore che fa l’esame di coscienza perché sa che il giorno dopo dovrà fare di meglio. L’odio per i nostri persistenti difetti corre come un missile termosensibile lungo le vie traverse dell’anima americana. Uno dei nostri inni nazionali rivolge questa preghiera per la nazione: «Dio correggi ogni minima imperfezione». Curiosamente, coloro che fanno parte della sinistra in America, in special modo coloro che non credono in Dio, con molta più probabilità sono anche coloro che sguazzano nella colpa; essi adorano l’essere stati creati per sentirsi colpevoli, per quanto riguarda la razza, il militarismo, il sessismo e l’impero. Se tu gli rivolgi un’accusa, loro chinano il capo in segno d’approvazione. Le persone religiose, le persone che conoscono qualcosa in più dei propri peccati personali, sono anche le persone più avvedute nell’esaminare le accuse rivolte al proprio Paese. Se dici che l’America è un nuovo Impero, loro ti faranno notare che a partire dal 7 dicembre del 1941 gli Stati Uniti hanno mandato all’estero milioni di uomini per combattere per la liberazione dell’Europa occidentale, di gran parte dell’Asia, e poi anche dell’Europa orientale e di qualsiasi altro luogo. Successivamente hanno fatto ritorno a casa, e senza impadronirsi nemmeno di un centimetro quadrato di territorio. Date un’occhiata all’Europa occidentale. Tutti i Paesi ora non sono per caso indipendenti, più prosperosi e liberi di quanto non lo fossero mai stati prima? Quanta parte di questi Paesi è occupata dagli americani? Gli americani per temperamento e destino nazionale non sono degli imperialisti, come lo furono un tempo i romani, gli inglesi, i francesi e i tedeschi e (infine) gli italiani. Non proviamo piacere nel governare gli altri popoli. Una volta che le nostre truppe hanno finito il loro lavoro, ci piace andarcene via, spesso anche troppo in fretta. I soldati vogliono fare ritorno a casa. E così pure i loro comandanti. I nostri ragazzi non sono gli amministratori delle vite altrui, poliziotti, o portatori di pace, a loro piacerebbe piuttosto stare a casa con i loro bambini e tornare ai loro veri lavori. Da un punto di vista politico, l’impero non si abbina bene con la nostra popolazione casalinga. Non ne siamo i tipi.
Di solito, i nostri critici in Europa hanno una concezione dell’«Impero americano» non come di un territorio reale, di un modello geografico di impero, ma una concezione legata alle idee americane, alla musica americana, allo spirito americano, questa specie di intruglio magico (a tratti molto disprezzato) dello «stile di vita americano». Alcuni europei odiano vedere la diffusione di queste cose, come (questo è ciò che pensano) se fosse una forma di inquinamento. Inoltre, gli americani non pensano o sentono o immaginano nello stesso modo degli europei colti. In pratica, qui, ci troviamo di fronte sia agli aristocratici che alle loro tradizioni. Sebbene gli americani condividano più cose con la gente comune dell’Italia, della Francia, della Germania e così via, che con le élites di questi Paesi, la nostra gente comune, piuttosto, tende a pensare in modo diverso anche dall’europeo di tutti i giorni. Consentitemi di portarvi due o tre esempi. Per prima cosa, gli europei attribuiscono grande valore alla sicurezza - sussidi statali, per esempio - laddove noi preferiamo in misura maggiore la libertà e l’indipendenza. A noi piace correre dei rischi, poiché il saper correre dei rischi è sempre stato di giovamento per le nostre vite. Al contrario, gli europei danno l’impressione di aver vissuto sulla propria pelle così tanti dissesti economici e così tanta insicurezza negli ultimi duecento anni, che difficilmente li si può rimproverare di volersi godere, per alcune generazioni, un po’ di stabilità, sicurezza e prevedibilità. Ho notato spesso nei ristoranti o in qualsiasi altro posto dell’Europa che agli europei medi piace limitarsi a fare le cose che si sono sempre fatte, e non piace ascoltare i suggerimenti sui nuovi metodi da adottare, anche se questi ultimi potrebbero rivelarsi di grande aiuto. Al contrario, a noi americani piace cambiare, e ascoltiamo con piacere e in continuazione consigli su nuovi metodi che aumentano la produttività. E amiamo provare nuove cose. Tocqueville lo notò 170 anni fa. Egli l’attribuiva alle ristrettezze economiche che si hanno nella vita di frontiera in America; tutti imparavano a improvvisare, e a fare le cose per conto proprio.
E ancora, gli europei hanno una vera e propria passione per l’uguaglianza, cosa molto bizzarra e innaturale per gli americani. Forse questa passione deriva dagli spiacevoli ricordi legati al sistema feudale. Tuttavia, dove nella natura l’uguaglianza costituisce la regola? Non nei fiocchi di neve, nelle foglie, nelle qualità umane, nelle ambizioni, nelle imprese individuali, o nella fortuna. Gli esseri umani non sono uguali (gli stessi); ognuno di noi è unico. E ancora, gli europei dimostrano di andare matti per l’uguaglianza. Per esempio, se venisse proposto loro un piano economico che garantisse a tutti gli stessi risultati, gli europei lo preferirebbero, anche se questo piano economico richiedesse che ognuno riceva meno di quanto riceverebbe in un sistema economico più dinamico. Al contrario, gli americani sceglierebbero in modo entusiastico un sistema economico più dinamico, in cui i benefici spettanti a ognuno crescessero in continuazione, sebbene questo dinamismo comporti che alcuni ricevano molto più di altri. Gli europei preferiscono l’uguaglianza a costo della stasi. Partendo dal presupposto che tutti hanno le stesse vaste opportunità, gli americani preferiscono una crescita economica dinamica, a spese di una ridotta uguaglianza di risultati. Gli europei guardano all’uguaglianza come farebbe un falco. Gli americani difendono l’opportunità e la possibilità di eccellere. Allo stesso modo, gli europei danno prova di soffrire di eccessi di invidia. Essi non amano che gli altri li scavalchino. Si tengono stretti i privilegi secolari dati loro dalle famiglie e dalle corporazioni. Essi si fanno difensori della superiorità, persino a scapito del bene comune. Questo fatto è ben illustrato dal modo in cui in Europa i lavoratori fanno sciopero, interrompendo così il ritmo della vita quotidiana. Ci sono molte barzellette sul potere dell’invidia in Europa. Un genio dice a un contadino che egli potrà ricevere tutto ciò che desidera, a patto che il suo vicino riceva il doppio. Senza pensarci su, il contadino fa la sua scelta: «Cavami un occhio». È vero che l’invidia è una realtà anche in America; ma il suo ruolo sociale è molto ridotto. Fin tanto che si hanno crescita e dinamismo economico e vaste opportunità, le persone si dedicano al perseguimento della propria felicità, a modo proprio, senza fare troppi paragoni fra i propri risultati raggiunti e quelli altrui. Ma fin tanto che tutti saranno felici di fare ciò che fanno, perché mai Tizio dovrebbe essere geloso di questo o di quell’altro ancora? Per lo stesso principio, non ha senso che l’Europa sia gelosa dell’America, o viceversa.
Ognuno vede nell’altro degli aspetti della sua vita, che sono di gran lunga da preferire rispetto alle alternative che ha sotto gli occhi. Per esempio, la vita nei caffè europei è di sicuro molto più appagante che non in America e, senza ombra di dubbio, gli europei mangiano di norma molto meglio (specialmente in Italia e in Francia). Noi americani amiamo viaggiare in Europa per le cose di qualità superiore che ci sono rispetto a noi. Ma molti di noi non avrebbero abbastanza pazienza di vivere lì per un periodo troppo lungo, poiché sentiamo la mancanza di una certa apertura mentale e di una certa permeabilità sociale. Ciononostante, lo stile di vita europeo organizzato intorno al cibo e alla conversazione costituisce una forte tentazione per gli americani, in special modo per artisti e scrittori. Per quanto mi riguarda, credo proprio che «il convito celestiale» sia molto più simile a una cena a Roma, in Umbria o in Toscana che non a ogni altro singolo pasto che ho fatto in America.
Quando alcuni critici americani descrivono (stoltamente) l’America come un impero, per far sentire in colpa i propri compatrioti, costoro lo definiscono sulla base di una ricorrente idea americana di dover tenere aperte le rotte commerciali internazionali; e per la predisposizione americana, sin dalla seconda guerra mondiale, a combattere due guerre contemporaneamente, come abbiamo dovuto fare in Asia e in Europa a partire dal 1941 attraverso la minaccia sovietica fino al 1989. Tali critici danno la colpa ai nostri propositi di natura economica e militare. Non fanno riferimento all’acquisizione di territorio, solo alla vigilanza e alle attività in tutto il mondo. Ma pensate per un attimo all’alternativa. Un’America isolazionista che non è disposta o è incapace di sostenere il libero mercato, e di tenere aperte le vie commerciali, infrangerebbe le speranze di tutte quelle nazioni che cercano di sollevarsi dalla povertà, entrando a far parte del «circolo di prosperità economica» costituito da quel tipo di commercio. Un’America non disposta a prestare aiuto alle forze democratiche e a coloro che vorrebbero vedere salvaguardati i propri diritti umani, non avrebbe presieduto alla crescita delle democrazie in tutto il mondo; dalle quattro nel 1900 fino alle trenta nel 1974 e poi alle 117 dei giorni nostri. Le numerose popolazioni che sono uscite dall’indigenza a cominciare dal 1950, coloro che hanno raggiunto un alto grado di alfabetizzazione, e coloro la cui mortalità media è balzata pressappoco dai 41 ai 62 anni, hanno fatto questi passi avanti nel periodo della superiorità americana. Almeno una piccola parte dei progressi che si sono avuti in tutto il mondo si devono al sangue versato dagli americani (e di molti altri) nel tentativo di trionfare sulle spietate tirannie, e anche al denaro e alle scoperte scientifiche che gli americani hanno messo a disposizione delle persone più bisognose. L’America né desidera e né si merita un amore acritico, dagli europei o da qualsiasi altro. Tuttavia, non risulta almeno in parte ingrato e, paragonato alle vere alternative, del tutto privo di fondamento diffondere calunnie sull’America? Siffatte calunnie in questo momento circolano ampiamente anche fra le persone intelligenti d’Europa, che dovrebbero sapere come stanno le cose. Per il rispetto che avete di voi stessi, amici miei, ponetevi su queste cose delle domande. Sulle nostre colpe e i nostri giudizi erronei dite ciò che volete. Vi esorto soltanto a non tradire la verità. Quest’abito si confà meglio a ciò che l’Europa rappresenta veramente.

(Traduzione dall’inglese di Mirko Testa e Flavio Felice)

 

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