
L’opera di Echaurren mi accompagna fin da bambino. In casa il girovagare dei miei occhi, tra le tante tele appese ai muri, si soffermava spesso su due piccoli quadri di Pablo. Erano del 1973, mi pare. I lievi quadratini di quel ventiduenne non mi sembravano sfigurare accanto a quelli di grandi artisti già consacrati. Abitavamo al sesto piano. Al quarto vivevano le figlie di Giacomo Balla, nell’appartamento dove il grande artista aveva abitato per trent’anni. Casa Balla era per me un luogo denso di fascino e mistero. Già la targa d’ottone sull’uscio, «Pittor Balla», composta in modo bizzarro, mi attraeva come una calamita. L’odore dei colori, frammisto al profumo di fiori freschi appena colti dalle «signorine», era talmente carico da far venire il mal di testa. C’era un’atmosfera agée, ma totalmente anomala per un qualunque salotto borghese. Solo ora capisco come le assonanze che la mia sensibilità infantile stabiliva tra quella memorabile dimora (inspiegabilmente lasciata al suo destino «ereditario», senza un vincolo della Soprintendenza) e quei quadratini, fosse un’intuizione calzante e quasi premonitrice. Allora Echaurren non aveva ancora scoperto il futurismo. Era ancora attratto da suggestioni minimaliste. Eppure quando più avanti ritrovai i suoi quadri - richiami evidenti, quasi manifesti d’amore, stesi con una volontà sgargiante di stabilire evidenti continuità con i suoi «nonni» futuristi - quelle opere mi sembrarono in coerente continuità con i quadratini. Certamente la cifra pittorica era completamente diversa, nel segno e nella rappresentazione. Ciò che mi colpiva, e mi colpisce tuttora, è lo stesso spirito di ludica serietà. «Il giocattolo futurista sarà utilissimo anche all’adulto, poiché lo manterrà giovane, agile, festante, disinvolto, pronto a tutto, instancabile, istintivo e intuitivo», scrivevano Balla e Depero nel loro Manifesto per la Ricostruzione futurista dell’Universo. Nei lavori di Pablo si intuiva proprio una grande sete di «ricostruzione dell’universo». E in fondo l’adulto tratteggiato da Balla e Depero corrisponde abbastanza all’Echuarren di oggi.
Dunque era quasi fatale che lui arrivasse all’incontro con coloro che per primi di quella «ricostruzione» avevano fatto «manifesto». Pablo da lì in poi capisce che il suo ruolo di pittore può conciliarsi con la sua voglia di cambiare il mondo. E proprio andando alla radice dell’avanguardia per antonomasia, intuisce quanto sia utile e adatto al suo modo di operare, lanciarsi in continui tuffi nella realtà quotidiana. Crea immagini per una larga diffusione: giornali, copertine, manifesti. Esce da un ambito per lui troppo angusto e autoreferenziale di pittore che espone solo in galleria. Diviene artista a tutto tondo, capace di partecipare il suo tempo e di trasfondervi la sua estetica. La sua attività è incessante e spazia in tutti i territori della cultura. Rompe gli steccati di genere e si diffonde a tal punto da poter dire che il suo tratto sia oggi riconoscibile quasi per chiunque. Ma pochi forse sanno dire: l’ha fatto Echaurren. Forse non sarà più così, dopo la grande mostra che si inaugura il 24 giugno al Chiostro del Bramante. È il primo omaggio di rilievo che Roma, la sua città, gli dedica. È anche la prima esposizione dedicata a un artista vivente, in un luogo nel quale fino a oggi si erano visti solo artisti e movimenti storicizzati. Speriamo sia solo l’inizio. Non solo per far ri-conoscere un artista dopo trent’anni di intensa attività. Ma anche per far capire quanto Roma abbia in sé grandi ricchezze contemporanee delle quali troppo spesso ci si dimentica.
Pablo Echaurren, Antologica, Chiostro del Bramante - Roma, fino al 15 settembre
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