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Kakà, in missione per conto di Dio

LIBERAL BIMESTRALE
di Darwin Pastorin
Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004

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Il Milan ha conquistato, meritatamente, il suo diciassettesimo scudetto. Una vittoria nata da un progetto preciso, da uno spririto di gruppo e dalla classe cristallina di alcuni singoli. Primo fra tutti, il giovin brasiliano Ricardo Izecson Pereira Leite, universalmente noto come Kakà. Alla sua prima stagione in Italia (nel campionato più difficile, stressante e imprevedibile del mondo) non ha deluso le aspettative: gol, assist, prodezze, la capacità di diventare leader con la semplice forza del sorriso. Un calciatore che rovescia la tradizione: non il povero mulatto della favela, capace di costruire intorno a un pallone il proprio riscatto, la rivincita sulla fame e sulla disperazione, ma il bianco bello ricco, figlio di un ingegnere e di una professoressa. L’antitesi di Manè Garrincha, l’angelo dalle gambe storte, insomma. Sul suo soprannome (il fratellino Rodrigo non riuscendo a pronunciare Ricardo ripeteva Cacà, poi diventato Kakà) non si consumano più risolini o dicerie. Kakà, d’ora in avanti, è sinonimo di successo, di allegria, di talento. L’azione di contropiede rossonero si dipanava in maniera semplice: da Pirlo (un Gianni Rivera riveduto e corretto) a Kakà che, dall’alto del suo magistero tecnico-tattico, cercava la soluzione personale o invitava alla rete Shevchenko. Il football, a volte, non ha bisogno di schemi complicati, di geometrie astruse: basta possedere cervello e «piedi buoni».
Kakà è diventato un idolo per i giovani aspiranti calciatori e per i fans rossoneri. Il suo volto da attore hollywoodiano rappresenta il manifesto di questa stagione. Ama le torte di mamma Simone Cristina, il churrasco, la grigliata di carne, e vestire Armani; soprattutto, è molto religioso: è, infatti, membro della Igreja Renascer em Cristo (la chiesa Rinascere in Cristo), come i suoi genitori e la giovanissima fidanzata Caroline Lyra, conosciuta a una festa dopo un fidanzamento lampo con la modella Elizabeth Perfoll. Molti giocatori brasiliani sono credenti. L’ex ribelle Luis Muller (Torino, Perugia, campione del mondo nel ’94 in Usa) è uno degli adepiti degli Atleti di Cristo. Ha lasciato la dolce vita, le discoteche, le follie notturne per dedicarsi alla parola del Vangelo. Nel 1981, in Uruguay, durante i giorni del Mundialito per nazionali, conobbi Joao Leite, portiere della Seleçao e dell’Atletico Mineiro. Sotto l’autografo, scriveva «Gesù vi ama». Altri talenti stanno nascendo in Brasile. Nel mio Palmeiras, ad esempio, sta compiendo prodezze assortite il centravanti mulatto Vagner Love. È un attaccante dal dribbling ficcante e dal gol imprevedibile. Nel Santos, le «stelline» sono sempre Diego e Robinho, virtuosi del futébol. Ma, oggi, il Paese del Calcio impazzisce per Kakà. Un ragazzo impegnato anche nel sociale: ha appoggiato il programma di solidarietà «Fame Zero» voluto dal presidente Lula. Così si comporta un fuoriclasse: splendido in campo e nella vita di tutti i giorni. Diversi critici, hanno cercato di paragonarlo a un’icona del passato. Sono stati «scomodati», via via, Pelé, Zico, Cruyff, Van Basten. Per me, Kakà assomiglia a Kakà, è il prototipo dell’Asso del Duemila. Il suo modo di giocare sposa, alla perfezione, mito e modernità, l’ex rivelazione del San Paolo è antico e moderno nel contempo. Siamo, voglio dire, vicini alla perfezione. Complimenti, dunque, ai dirigenti del Milan: Kakà è un investimento non soltanto calcistico, ma di immagine. Uno «scudetto» infinito.

 

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