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È la società del diritto l’approdo di Ulisse

LIBERAL BIMESTRALE
di Claudio Trionfera
Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004

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Divertitevi con i cavalli, gli eroi, le donne, la bellezza patinata e un po’ stereotipata, plastificata e crudele di Troy, dimenticate la fedeltà al testo e la potenza omerica in rapporto a quella hollywoodiana, ma dopo… urge un antidoto. E allora prendete in mano questo piccolo libro di Eva Cantarella, che Feltrinelli ripropone nell’Universale Economica Saggi. Qui non si parla della forza così maschia e così fragile di Achille, della sua infantile e un po’ insulsa protervia, ma della mente fervida e del fascino dell’uomo che ha vissuto e sofferto, sopportato prove e compiuto errori: Ulisse. Itaca è la meta del suo viaggio eroico, nient’altro che la metafora del ritorno, del viaggio verso l’origine, accettando la propria umana limitatezza, affermando l’unica libertà concessa: quella del libero arbitrio. L’Itaca di cui ci parla Eva Cantarella non è però l’approdo di un viaggio metaforico, è un luogo reale, piccola comunità della Grecia antica che si appresta a diventare polis, embrione di un modello di organizzione umana insuperato. La descrizione di Itaca nei suoi meccanismi sociali, nelle sue istituzioni politiche, nella sue credenze religiose, nella vita familiare e nella morale sessuale, segue il filo del racconto dell’Odissea, con tutte le sue pericolose e avventurose tappe, fatte di incontri con le seduzioni del meraviglioso e con lo spavento dei mostri, insomma di altri mondi «senza assemblee e senza leggi». È proprio questo attraversamento del caos dell’immaginifico e del regno dell’arbitrio, del mondo della vendetta e della vergogna, a costruire il percorso storico che ha come approdo il mondo delle regole, la società del diritto.
E a chi teme di veder perire a Itaca il mondo dell’avventura e della sfida verso l’ignoto, in nome del politicamente e dello storicamente corretto, Cantarella spiega che anche Itaca è solo la tappa di un percorso, destinato a ricominciare sempre. Come fu per Ulisse stesso, avvertito da Tiresia - durante la sua discesa nell’Ade - che le sue prove non sarebbero terminate con il ritorno in patria. Nella profezia di Tiresia, Ulisse viaggerà con un remo in spalla finché non avrà raggiunto una terra dove gli uomini sono esperti nella navigazione, solo allora farà di nuovo ritorno a casa, dove potrà morire «vinto da serena vecchiezza». Una profezia che è tuttavia smentita - ci informa Cantarella - da Pausania che, sulla fine di Ulisse, apparecchia un fosco scenario edipico: l’eroe sarebbe stato infatti ucciso da un figlio illegittimo, Telegono - nato dall’amore con Circe e sbarcato sull’isola in cerca del padre - che, ignaro, avrebbe trafitto l’eroe in una rissa scambiandolo per un ladro, per poi sposare Penelope… Una versione che riporta a Itaca la forza oscura delle passioni e la potenza del passato del viaggiatore. Del resto, nel corso di oltre due millenni, lettori, artisti e poeti hanno preferito immaginare Ulisse sempre pronto a riprendere il mare: eccolo vecchio - e senza più motivazioni per vivere - ricominciare a ritroso il suo antico viaggio per andare a morire nelle braccia di Calipso, la ninfa che - invano - gli aveva offerto l’immortalità… Ragione e passione, tenuta del reale e forza oscura dell’ignoto, e il viaggio come senso stesso della vita, proseguono insomma all’infinito per questo eroe sempre umano. Ma mai «troppo umano».

Eva Cantarella, Itaca. Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto, Feltrinelli - Universale Economica Saggi, 240 pagine, 7,5 euro

 

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