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L’arte di far vedere senza mostrare

LIBERAL BIMESTRALE
di Claudio Trionfera
Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004

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Ci sono libri che lasciano il segno. Per la loro penetrazione nell’immaginario, per la loro obiettiva bellezza, per la loro capacità di fissarsi nella memoria diventando patrimonio individuale di chi li fruisce. Kiarostami è uno di questi. Basta aprirlo a caso su una pagina di repertorio fotografico e si resta lì a osservare e meditare sui giochi di bianchi e di neri, sulle sagome misteriose disegnate dagli alberi sui fondali nevosi o sui tracciati fantastici di panorami campestri. Aprire a caso, ogni volta, per una «scoperta». In un percorso autoriale/editoriale dove nulla, però, è lasciato al caso. Abbas Kiarostami è un autore cinematografico iraniano (Teheran, 1940) dal grande genio poetico. Il pubblico internazionale lo ha scoperto in tempi relativamente recenti, grazie ai suoi film più celebrati come E la vita continua e Sotto gli ulivi, ma attivo fin dall’inizio degli anni Settanta; oggi è considerato tra i massimi cineasti mondiali. E il libro, escogitato da Barbera e Resegotti in occasione di una personale a lui dedicata dal Museo del Cinema di Torino, ne lascia affiorare l’intera polivalenza artistica di autore del cinema e del teatro, di poeta, di saggista, di fotografo, di pittore, di pensatore. Più che un libro su Kiarostami, avvertono le note che accompagnano il volume, è un libro di Kiarostami, pure se al suo interno sono presenti gli approfondimenti di alcuni fra i migliori critici internazionali come Jean-Michel Frodon, Alain Bergala e Marco Vallora, oltre a una «lettera aperta» a Kiarsotami di Martin Karmitz, una eccellente bibliografia e un completo indice dei film.
Di sicuro, a livello di testimonianza e di pura, complessa lettura, le zone autografe sono un grande strumento di studio relativamente all’opera e alla vita di Kiarostami. Come quando, nel capitolo intitolato «Due o tre cose che so di me», il cineasta sostiene la sua teoria del cinema: «Non sopporto il cinema narrativo», scrive. «Lascio la sala (…) Il solo modo di prefigurare un cinema nuovo è un maggior rispetto per il ruolo dello spettatore. Occorre prefigurare un cinema “in-finito” e incompleto, in modo che lo spettatore possa intervenire riempiendo i vuoti, le lacune (…) Sto cercando di capire quanto si può far vedere senza mostrare». Di qui, il largo ma non dispersivo spazio («Al lavoro») che Kiarostami occupa, come dire, di suo pugno, da narratore della propria vita e dei propri film: a ciascuno dei quali dedica riflessioni stilistiche, aneddoti, note di lavorazione, descrizioni di circostanze coincidenti. Una vera miniera di informazioni, scaturite da conversazioni private, interviste, commenti sull’unica, ma non per questo meno significativa, esperienza a teatro, quattro poesie inedite fatte di pochi versi, bellissime ed evocative. La parte fotografica, sulla quale abbiamo aperto questa ricognizione, rappresenta un aspetto assai particolare all’interno del libro. Ci sono foto di alcuni dipinti di Kiarostami e del suo spettacolo teatrale (il Ta’Ziyé, unica forma di drammaturgia tradizionale proveniente dal mondo islamico, vista in Italia); ma soprattutto gli scatti in bianco e nero nei quali l’autore ripone tutta la sua straordinaria carica di suggestioni. Un mondo di contrasti e di ombre, altamente evocativo, magico, struggente. Un mondo di solitudini generato da un poeta solitario capace di parlare al mondo con il linguaggio della semplicità in una natura trasfigurata e per molti versi «trascendente».

Abbas Kiarostami, a cura di Alberto Barbera e Elisa Resegotti, Electa, 224 pagine, 35 euro

 

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