La grande lezione di Fernaldo Di Giammatteo. I suoi principii e la sua filosofia del cinema. Oggi ancora più validi e preziosi dopo la sua scomparsa. Il Dizionario, in questa luce, è la sua eredità. Accanto a quella di Di Giammatteo, la firma di Cristina Bragaglia, compagna di lavoro e di vita, docente all’Università di Bologna di Storia e critica del cinema e di Cinema e letteratura oltre che operatrice culturale di grande spessore. Da questa coppia di autori nasce un libro importante, destinato a una lunga lunga vita: non solo a livello di consultazione ma anche di saggistica e, in qualche modo, di «letteratura». I film analizzati sono 1245. Battezzati come «capolavori» ma non imprigionati nella comune interpretazione del termine. «Capolavoro - annuncia la breve ma densa premessa - è nozione vaga. Facile da definire ma difficile da inquadrare. Non corrisponde a nulla di oggettivo. Frutto di opinione, dunque di scelta soggettiva e storicamente determinata, copre territori di estensione variabile». La certezza del capolavoro, insomma, non esiste. Neppure fra i film universalmente riconosciuti come opere d’arte. Neppure tra i frutti creativi dei maestri come Griffith, Ejzenstein, Dreyer, Stroheim, Lubitsch, Buñuel, Rossellini, Wilder, Bergman, Kubrick e via così. L’accezione odierna di capolavoro è modificata nella direzione (anche) dell’evento. Sia nelle dimensione di assoluto valore estetico, sia nei termini di grandi qualità spettacolari e investimenti tecnici, di popolarità o semplicemente di successo. La novità del Dizionario passa anche di qui. Anche i generi cinematografici più periferici come horror, avventura e fiaba hanno accesso all’olimpo. Nella certezza che sia, questo, il modo migliore per essere fedeli alla natura stessa del cinema, inteso come fenomeno «felicemente eversivo e destabilizzante».
Interessante anche la struttura del volume. I film sono raggruppati cronologicamente in anni-capitolo, nel rispetto, indicano gli autori, delle «esigenze della storia (del cinema e non solo) entro cui gli eventi-capolavoro si inseriscono, quasi a formare, appunto, una implicita storia del cinema». L’indicazione alfabetica di film e registi è comunque contenuta negli indici. Si parte dal 1895 con L’arrivo del treno alla stazione della Ciotat di Louis Lumière, si arriva al 2004 con Dopo mezzanotte di Davide Ferrario. Nel mezzo tutto il meglio del cinema secondo Di Giammateo-Bragaglia. Ci sono, tanto per chiarire il concetto con esempi, Sentieri selvaggi di John Ford e Trainspotting di Danny Boyle, Sussurri e grida di Ingmar Bergman e Kadosh di Amos Gitai, Il monello di Charlie Chaplin e Master and Commander di Peter Weir, Lola Montez di Max Ophüls e Good bye, Lenin! di Wolfgang Becker. Il concetto di capolavoro investe l’esperienza al cinema di tutti noi. Il Dizionario diventa un grande contenitore di concetti e di racconti. Come lo furono le edizioni del Dizionario Universale del cinema attraverso il quale Di Giammatteo inventò - copiatissimo negli anni successivi - un diverso modo di scrivere dei film, delle tecniche, degli autori, dei generi. Esattamente come fece con la splendida, «necessaria» collana del Castoro fondata nel 1974.
Fernaldo Di Giammatteo, Cristina Bragaglia, Dizionario dei capolavori del cinema, Bruno Mondatori editore, 1080 pagine, 49,00 euro