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Quell’Offenbach antiwagneriano

LIBERAL BIMESTRALE
di Pietro Gallina
Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004

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Ecco un’ennesima preziosa incisione della grande cantante Anne Sofie von Otter, mezzo soprano solido, ma anche delicato e musicalissimo, come è nella gloriosa tradizione scandinava: nata appunto a Stoccolma, la von Otter ha studiato alla «Guildhall School» con Vera Rosza. Ha anche frequentato corsi di interpretazione del Lied con Geoffrey Parsons e Erik Werba. Nel 1982 ha ottenuto i primi importanti successi quale interprete della musica di Richard Strauss e Mozart. Dopo il suo debutto con Sinopoli a Roma e al Covent Garden nel ruolo di Cherubino, le si sono aperte le porte per Monaco di Baviera e per una serie di interpretazioni della musica di Berlioz, tutte sotto la direzione di Sir Colin Davis. Attualmente è contesa da direttori del calibro di Boulez, Carlos Kleiber, Abbado, Gardiner, Levine, Pinnock, Chung, Minkowski e Thielemann. Sulla scena da più di vent’anni, ha collezionato costantemente i maggiori premi mondiali (anche quest’anno Grammy, Diapason d’or e Record Academy Prize di Tokio). Mentre è in cantiere un Ravel/Debussy con Boulez, i dischi incisi dalla von Otter che recentemente hanno fatto furore sono: Schubert Lieder diretti da Abbado con orchestrazioni scritte da noti musicisti (Liszt, Berlioz, Offenbach, Britten, Berg etc.); poi la voce nella Terza Sinfonia di Malher diretta da Boulez; il Giulio Cesare di Haendel; un’incisione di canti svedesi, Watercolors, e infine un’antologia di arie di Offenbach.
Ed è per quest’ultimo che si vuole gridare all’eccezionale. Erano anni che non si ascoltava una cantante interpretare con intelligenza la musica di Offenbach, in genere trattata goliardicamente o in modo lirico-serioso. Vi è una terza dimensione in Offenbach che non è né tragedia né commedia o buffoneria, come in Cechov d’altronde o in Molière: una dimensione del canto sospesa tra cielo e terra, raffinata, fatta di ironia e di profondo, tagliente pensiero luciferino. La von Otter in questo disco canta la graffiante e sulfurea gaiezza di Offenbach, tracciando del suo carattere romantico, il lato della follia, della visionarietà, del fantastico che alimentato dall’eterna passione per Hoffmann è diventato, alla fine della vita del musicista, il segno e la misura della sua unica opera seria I Racconti di Hoffmann. Nota di rilievo è la scelta dei brani dalle operette di Offenbach fatta con estrema intelligenza dalla von Otter (con Marc Minkowski e Les Musiciens du Louvre), mischiando brani noti, dalla Bella Elena alla Vita Parigina, con altri rari, ingiustamente dimenticati: come il sestetto dell’alfabeto di Madame l’Archiduc, o quello anti-wagneriano della sorprendente Symphonie de l’avenir (1860) da Le carnaval de Revues, tra le più folli parodie che Offenbach abbia mai regalato ai suoi ammiratori. Si tratta di un’improvvisazione orchestrale costruita su una danza celebre del Diciannovesimo secolo, la Quadrille des Lanciers, e «wagnérisée» da Offenbach: cluster di archi (futuro Ligeti!), politonalità provocante, rumori vari. Il messaggio era chiaro: per ottenere una soupe à la Richard, prendete una danza alla moda, aggiungete qualche quinta parallela, riempite di cacofonia, fate ronfler, ed ecco L’Art de l’avenir - omaggio poco civile all’opuscolo dallo stesso titolo pubblicato da Wagner nel 1849.

Anne Sofie von Otter sings Offenbach, Marc Minkowski et Les Musiciens du Louvre, Deutsche Grammophon, 19 euro

 

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