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Perché non possiamo non dirci juventini

LIBERAL BIMESTRALE
di Darwin Pastorin
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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LDa bambino, a San Paolo del Brasile, orgoglioso figlio di emigranti veronesi, facevo il tifo per il Palmeiras, che un tempo si chiamava Palestra Italia. In quella squadra giocava José Altafini, che tutti chiamavano «Mazola» (con una zeta sola) per la sua somiglianza con capitan Valentino. Nel 1961, i miei genitori tornarono in Italia, non più a Verona, ma a Torino. Era la città simbolo dell’illusione chiamata «boom economico». Mio padre progettava mobili, ed era molto apprezzato non solo in Italia ma anche all’estero. Decisi, non so perché, di scegliere come mia squadra del cuore la Juventus. A quell’epoca, non era una scelta felicissima. Erano terminate le stagioni gloriose di Sivori, Charles e Boniperti, cominciava l’epoca del rinnovamento, dei giovani. Vinco il mio primo scudetto soltanto nel 1967, in maniera rocambolesca. Proprio all’ultima giornata. Io ero lì, allo stadio Comunale, in curva Filadelfia. 2-1 sulla Lazio e l’incredibile sconfitta dell’Inter, della Grande Inter di Angelo Moratti e Helenio Herrera, a Mantova (rete del centravanti Di Giacomo ed epica papera del portiere nerazzurro Giuliano Sarti).
Dallo stadio a casa impiegavo pochi minuti. Quel pomeriggio, sventolando la mia bandiera bianconera, mi esibii in una corsa degna di un Berruti. La corsa della felicità. Ricordo la formazione a memoria: Anzolin, Gori, Leoncini, Bercellino I (detto «Berceroccia»), Castano, Salvadore, Favalli, Del Sol, Depaoli, Cinesinho, Menichelli. Allenatore: Heriberto Herrera, soprannominato il «sergente di ferro». Uno che fu un inconsapevole rivoluzionario del football. Applicò, in anticipo sugli olandesi e su Sacchi e i sacchiani, la regola del collettivo, del gioco avanti e indietro, che lui chiama «movimiento, movimiento». Fu lui, il «ginnasiarca» come lo definì Gianni Brera, a far fuori Omar Sivori: non voleva divi, ma operai della pelota. Di quella formazione, mi piaceva Gianfranco Leoncini, difensore arrembante, dotato di un sinistro sofisticato.
Così sono diventato juventino. In quegli anni Sessanta del sogno e della disillusione, quella stagione perfettamente narrata dal mio maestro Giovanni Arpino nel romanzo Una nuvola d’ira. E ancora oggi mi è rimasto quel senso di appartenenza, quel definirmi bianconero senza se e senza ma. La Juve, per me, non è soltanto uno straordinario fenomeno sportivo, ma anche un simbolo sociale e culturale. La squadra degli Agnelli, ma anche degli operai meridionali della Fiat Mirafiori, di Mario Soldati e di Luciano Lama. La squadra che, come scrisse Arpino, «è universale, un esperanto calcistico». Sono stato un ragazzo di curva e me ne vanto. Di quando allo stadio si andava con le madri, come a una festa, a una scampagnata. Ore di attesa, di batticuore, di speranza. Con la pioggia o con il vento o con il sole. C’eravamo noi, con la nostra giovinezza e la nostra squadra, con quei giocatori che erano i nostri poster alla parete. Erano i nuovi eroi, dopo il Corsaro Nero e Sandokan, Ettore e Achille. Tom e Huck. Potevamo delirare persino per il terzo portiere, Ferioli.
Il mio primo, vero idolo fu Anastasi, Pietro Anastasi, centravanti catanese. Fu una folgorazione. Segnava in rovesciata come i miei beniamini sudamericani. Il suo era un football distinto. Seguiva le nuvole, non la ragione. Arrivò, dal Varese, nel 1968. Di lì a poco avrebbe fatto coppia con il torinese Roberto Bettega, alto ed elegante, micidiale nei colpi di testa. Un duo perfetto, da romanzo di Osvaldo Soriano. Indimenticabile Gaetano Scirea, il libero gentiluomo. E che bello quell’undici che cominciava così: Zoff, Gentile, Cabrini. E come scordare Rush e Zavarov, Dimas e Sorin, Esnaider e Isaksson? Essere juventini è una questione di stile. Noi non odiamo. Noi non abbiamo nemici. Noi non serbiamo rancore. Per noi il calcio è il dipanarsi di una vicenda infinita e, spesso, magica. Poetica. Non per niente, uno dei primi sostenitori bianconeri fu il poeta crepuscolare Guido Gozzano. La Juve è fatica e passione, romanzo e consapevolezza.
 

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