Di Jules Massenet, Léon Daudet scriveva: «Partiva dall’idea che gli umani amano la dolcezza e che bisogna ingozzarli di zucchero fino alla nausea». Il suo mielato Werther delle famose melodie (per le nonne e gli operomani) poteva essere interpretato solo da un tenore dalla voce languida e soave: Bocelli, la stella internazionalmente celebrata del canto tenorile per un rilancio tra i più giovani. L’opera (adesso in cd dopo le grandi acclamazioni ottenute sulle scene) pare essergli cucita addosso perché come protagonista non ha partner ingombranti: Albert non lo è quasi per nulla e Charlotte interpreta una specie di cicaleccio.
Rappresentata per la prima volta nel 1892, l’opera di Massenet è tratta dal romanzo epistolare Die Leiden des jungen Werthers di Goethe (1774), in cui si narra dell’infelice amore del giovane Werther per Charlotte, corrisposto, ma impedito da una precedente promessa di matrimonio fatta dalla giovane ad Albert; ne segue il lento disfarsi e annullarsi di Werther, nell’amore impossibile, fino alla morte che arriva col primo archetipico colpo di pistola suicida al quale ne seguiranno migliaia. Una trama semplice, senza sorprese ma che pure diede a Goethe la possibilità di scandagliare dall’interno l’innocente neonata borghesia tedesca con le sue purezze eccessive, differente da quella francese sofisticata narrata da Rousseau o da quella inglese maliziosa e pragmatica di Smollet o Richardson.
Quando Massenet durante un viaggio - un pellegrinaggio a Bayreuth per ascoltare il Parsifal (miracle unique e chef-d’oeuvre immortel) - fu condotto dal suo editore Hartmann a Wetzlar nella casa di Werther e poi in una birreria dove gli fu narrata l’infelice storia col suggerimento di musicarla, e infine gli fu consegnata una copia in francese del romanzo di Goethe, ne fu talmente sconvolto (come lo fu Napoleone che portava il libro con sé in Egitto) che volle fondere il mondo wagneriano, tra Parsifal e Tristano, appena digerito, con il nuovo entusiasmante soggetto: «...Lo scioglimento del Werther è la liberazione, la salvezza... muore della ferita interiore. Quando la notte di Natale scende su di lui... una chiarezza di perdono dissipa le ombre in cui il mondo scompare e, per Werther, come per Tristano, la musica delle anime comincia a cantare nel silenzio ove le voci mortali hanno taciuto».
Così dunque nasce il Werther sulla Senna, con qualche variante minima rispetto all’originale goethiano: la promessa di matrimonio di Charlotte con Albert fatta alla madre in punto di morte; il colpo di pistola e la languorosa agonia tra le braccia di lei. Qui Werther non rappresenta più la carica di ricerca del nuovo, di ribellione della gioventù e tutte le altre straordinarie componenti sociali e psicologiche del romanzo di Goethe, piuttosto ne scaturisce un drammuccio rosa. Musicalmente l’atmosfera del Werther è molle e gli impasti orchestrali sottili, tentatori: un pasticcere raffinato che riesce a disegnare melodie soavi sopra uno strato di pallide armonie agonizzanti. Si ascoltino le due romanze più celebri del Terzo atto, Pourquoi me reveiller o Souffle du printimps e quella della lettera Je vous ecris de ma petite chambre con l’elegante andamento che ricorda Schumann. Poi se vi si aggiunge il Clair de lune incantato del Primo atto, basato su tre note come quelle della Barcarola di Offenbach e qualche altra tartina sparsa, la festa sonora si conclude. Gli altri interpreti sono Julia Gertseva nel ruolo di Charlotte, tecnicamente abile e sicura e il bravo direttore Yves Abel a capo dell’Orchestra e del Coro di voci bianche del Teatro Comunale di Bologna.
Jules Massenet, Werther, Decca, 30 euro