
Si è rimaterializzato d’un botto, senza preoccuparsi che siano trascorsi sette anni dall’album With A Twist al nuovo disco, intitolato Liars. Ha suonato e registrato le canzoni con calma, sull’isola hawaiana di Kauai, da artista multimediale che ha sempre sfuggito i diktat del business e da musicista sopra le righe, lunatico e narciso come due, al massimo tre colleghi: Frank Zappa, Captain Beefheart, Kim Fowley. In quarant’anni di carriera «marginale» (e perciò memorabile), Todd Rundgren (Upper Darby, Pennsylvania, 22 giugno 1948) si è divertito a sfottere il rock strizzandolo fino a ottenere quel super wall of sound di cui va legittimamente fiero: una musica «altra», che ingloba tutte le musiche possibili per confondere e depistare l’ascoltatore. «Faccio musica - ha dichiarato qualche anno fa - e la musica allunga la vita alle parole. Ecco perché non farò mai il poeta: perché le parole sono sempre destinate a morire mentre i suoni, al contrario, le arricchiscono».
Vocalist, chitarrista e acrobata delle tastiere, Todd Rundgren si è di volta in volta incarnato in crooner dalle ballate per cuori infranti, teppista dell’heavy metal, mago del progressive, demone psichedelico, avanguardista, uomo del blue-eyed soul e fotocopiatore beatlesiano. E si è divertito come un matto quando ha prodotto i dischi di Patti Smith, Daryl Hall & John Oates, Sparks, XTC, New York Dolls, Grand Funk Railroad, Psychedelic Furs e Tom Robinson. Dopo l’infatuazione per i chitarristi inglesi Eric Clapton e Jeff Beck e gli american white blues players come Mike Bloomfield, nel ’67 forma i Nazz, pubblica tre long playing e tramanda ai posteri almeno un brano d’assoluto valore, Hello, It’s Me. Poi, mettendo a frutto jazz, musique concréte e Ravel, incide Runt (’70) e l’anno dopo The Ballad Of Todd Rundgren che i critici statunitensi definiscono «il miglior album che Paul McCartney non è mai riuscito a fare». Si sdoppia: suona prog-rock con gli Utopia e in solitudine moltiplica l’ego musical-enciclopedico in un alternarsi d’onnipotenza wagneriana, humour cabarettistico, blitz in un hard rock futile ma non troppo, psichedelismi. Gli anni di grazia sono il ’72 e il ’73, quando con Something/Anything? e A Wizard, A True Star s’incipria e s’imbelletta come Alice Cooper e David Bowie mettendosi a cavalcioni della tigre glam. Fra trasgressioni da music hall, strappi rumoristi, operette pop e proto-punk, conia il marchio di fabbrica di un easy listening lambito dall’insinuante sensualità del philly sound e della soul music. D’ora in avanti, Todd non farà che confrontarsi con Rundgren: con la forma-canzone di The Hermit Of Mink Hollow (’78), l’eleganza compositiva di The Ever Popular Tortured Artist Effect (’82), i giochi di prestigio in vocalese di A Cappella (’85), l’elettronica oltranzista di The Individualist (’95), i vezzi bossanovisti di With A Twist (’97).
Liars ce lo fa ritrovare amateur singer e manipolatore digitale in un ciclone di sonorità che lui stesso si compiace di definire retro-futurist. Se le canzoni Sweet, Soulbrother, Past e Flaw ripescano le sue libere interpretazioni del philly sound con un orecchio a Marvin Gaye e l’altro a Hall & Oates, Truth e Living impongono una techno acculturata che si frantuma in sinfonie dance, Mammon spinge un rock bulimico dalle smagliature progressive, Future e Wondering un drum & bass siderale e poppettaro, Godsaid un modaiolo brivido chill-out. E quando Rundgren riconquista con Stoodup e Afterlife l’incantevole bellezza di Hello, It’s Me, e costruisce etnomusica da muezzin nella conclusiva Liar, non fa che incastonare quest’album fra i capolavori del 2004.
Todd Rundgren, Liars, Sanctuary, 20 euro