David Live e Stage. 1974 e 1978. Quattro anni fra un long playing e l’altro. Due David Bowie, diametralmente opposti fra loro, catturati in tournée. David Live e Stage, entrambi ristampati su doppio cd, vanno annoverati fra gli album dal vivo più intensi e struggenti della storia del rock. «Dio mio, quel disco!», esclamò Bowie. «Non riesco ad ascoltarlo. C’è dentro una tensione che equivale ai denti di un vampiro che affondano nella carne viva. È come se fossi appena uscito da una tomba. Quell’album avrebbe dovuto intitolarsi David Bowie Is Alive And Well And Living Only In Theory (David Bowie è sano e salvo e vive solo in teoria, n.d.r.)». Registrato durante i concerti dell’8, 9, 10, 11 e 12 luglio ’74 al Tower Theatre di Philadelphia, David Live immortala il fascino ammaliante del Diamond Dogs Tour. In deriva da abuso di cocaina, David Bowie è reduce dall’album Diamond Dogs che gli aveva fatto liberamente tradurre in musica il romanzo 1984 di George Orwell, utilizzando per i testi delle canzoni la depistante tecnica del cut-up cara a William Burroughs. Per il nuovo spettacolo vuole un miracolo scenico che riproduca la decadenza stilizzata di Metropolis di Fritz Lang e del Gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene. Puro espressionismo tedesco, plot grottesco alla George Grosz. Quando sale sul palcoscenico indossando un doppiopetto azzurro, i suoi musicisti pregano che possa condurre a termine lo show. D’una magrezza spettrale, Bowie afferra il microfono senza sapere se riuscirà a cantare. Le luci, impietose, gli scavano il volto infiammando il rosso dei suoi capelli impomatati. È come se fosse nudo, indifeso. Fate di me ciò che volete, sembra suggerire al pubblico. Quando intona Rebel Rebel e All The Young Dudes, Space Oddity e Rock’n’Roll Suicide, la voce gli esce roca e smozzicata, eppure così autentica e commovente.
Il suo repertorio, compreso quello dell’alieno Ziggy Stardust, viene ritinteggiato in kabarett ma soprattutto rilanciato sulla via della black music, del soul e del rhythm & blues resi immortali da Marvin Gaye e da Otis Redding. È questa la vera svolta, irrorata da una bollente versione di Knock On Wood. È la magia di un Bowie che pareva annientato dalla polvere bianca e che pochi mesi dopo ribadirà la sua «negritudine» con l’album Young Americans. «Stavolta entrerò in scena indossando me stesso. Basta coi costumi e le maschere. Sarò quello vero: Bowie Bowie». Nel febbraio del ’78 David si sta ancora godendo i benefici della disintossicazione fisica e psichica. È un uomo nuovo, che a Berlino ha ritrovato il senso della vita. A due passi dal Muro, complice Brian Eno, si è inventato gli ellepì Low e Heroes coniugando rock intellettuale, elettronica e avanguardia. Pianifica con pignoleria lo Stage Tour: atmosfera futurista, grandi pannelli di lampade disposte a strisce, appese come sbarre dietro e ai lati del palco. Lui, nel cuore della scena, indossa gli abiti da dandy mitteleuropeo disegnati da Natasha Korniloff, già stilista per il mimo Lindsay Kemp. L’album-sintesi della tournée, Stage, comprende registrazioni effettuate in quattro concerti americani: due a Philadelphia (28 e 29 aprile ’78), uno a Providence (5 maggio), uno a Boston (6 maggio). Se David Live adombrava un tormentato e frustrato melodramma, Stage è pura energia (Hang On To Yourself) che si spezza nel funky (Fame), s’interiorizza nell’inno di Heroes e recupera decadenti nostalgie nell’Alabama Song di Berthold Brecht e Kurt Weill. Poi arrivano i momenti della somma meditazione sperimentale: Warszawa, Sense Of Doubt, Art Decade. E David Bowie, il camaleonte, tocca con un dito la grande musica.
David Bowie, David Live, Emi, 25,90 euro; Stage, Emi, 25,90 euro