Troppo presto si sono spenti in Italia i riflettori che illuminavano la figura del narratore Enrico Emanuelli (Novara 1909-Milano 1967). Il ricordo, se mai, è rimasto più vivo per il giornalista Emanuelli che lavorò alla Stampa dal 1949 al 1962, soprattutto come inviato speciale, e dal 1963 fino alla morte al Corriere della Sera come redattore letterario. Come inviato fu in Russia, in India, in Cina, in Palestina, in Spagna, in Africa. Da molti di questi viaggi e da indagini culturali e sociali discesero diversi volumi: il più famoso, forse, La Cina è vicina del 1957, edito da Mondadori. Ma, dall’inizio alla fine, il filo della sua vita si lega alla letteratura: con Mario Soldati e altri partecipa alla rivista La libra tra il 1928 e il 1930: pubblica romanzi, racconti, autobiografie, per concludere poi il suo lavoro - come si è visto - al Corriere. Nel 1928 Emanuelli pubblicò la sua prima opera narrativa, Memolo, ovvero vita, morte e miracoli di un uomo (Edizioni «La libra»). Una casa editrice minore ma assai acuta - Manni di Lecce - ci ripresenta Memolo che per i più risulterà come nuovo o nuovissimo. Alle spalle - casi illustri - c’è Perelà di Palazzeschi (anche Ungaretti voleva scrivere in prosa il racconto di un uomo-personaggio come Turluturò) e c’è da ricordare il precedente massimo del Filippo Ottonieri leopardiano nelle Operette morali e, a un altro livello, venuto dopo, Michelaccio di Baldini.
Chi è Memolo? Un uomo - ci dice Emanuelli - che «in vita altro non desiderò che diventare un pacifico abitatore d’una casetta, in aperta campagna, possibilmente sopra un poggio da cui tra i filari di vite si fosse intraveduto il piano digradare lento, con un variar continuo di tinte sino a farsi azzurro e confondersi con l’aria». Ma non ci riuscì: cinquantenne, tirchio, abitudinario, pigro, un alloggio assai più piccolo e poco confortevole per lui, piccolo impiegato che a un certo momento scopre che si può andare in pensione e ci va volentieri con la piccola liquidazione che gli pare un tesoro. La mattina «faceva con calma la sue faccende ché, oramai, non doveva più essere puntuale a un orario. Ora poteva fare del suo tempo quello che meglio gli andasse a genio e orgogliosamente, qualche sera al caffè, involontariamente, sbottava per dire: “gli è, cari signori, ch’io son libero, libero dico”». Tutto scorre così pienamente fino a quando, messosi a leggere, per passare il tempo, legge in un libro: «Il Creatore ha imposto all’uomo sei grandi necessità che sono: il nascere, l’agire, il mangiare, il dormire, il procreare, il morire e Memolo scopre che a procreare non ha pensato davvero». Ma Memolo vorrebbe adempiere anche a questa «necessità»: vorrebbe sposarsi, si dà intorno sempre più febbrilmente a cercare una donna adatta allo scopo ed è la sua rovina. Comincia a soffrire d’ansia, l’emozione lo blocca, s’ammala, non combina nulla e muore.
È un libretto, questo Emanuelli, di poche decine di pagine ma regge benissimo il tempo da quel 1928. Ci sarebbero da ricordare molte altre opere narrative di questo autore, ma ci limitiamo al suo capolavoro La congiura dei sentimenti del 1943. Speriamo, presso l’editore Manni o presso altri editore, di tornare a leggere presto Enrico Emanuelli.