Vi sono casi - per la verità molto rari - nei quali uno scrittore abbandona i consueti sentieri della letteratura, i paesaggi noti, per avventurarsi in luoghi così insoliti da costringere il lettore e il critico a rinnovare gli strumenti di approccio al testo. Casi nei quali le stesse credenziali che lo scrittore ha esibito altre volte, e che lo apparentano a una scuola, a un’area geografica, a un movimento letterario, non servono più, anzi, se messe in mostra verrebbero a suo danno. Così, per poter onorare la letteratura, lo scrittore deve farsi straniero anche alla letteratura. Il caso è tanto più bizzarro quando a compiere questa azione sia chi porti già le stigmate del Premio Nobel, simbolo ai nostri giorni di retorica, farraggine, tromboneria, ideologia, malafede. Ma Imre Kertész, Nobel 2002, del quale avevamo già letto due opere tra cui il meraviglioso Essere senza destino, riesce a soprenderci con un’altra opera, Liquidazione (traduzione di Antonio Sciacovelli). Il romanzo ci si presenta immediatamente nel segno della ritrosia, come se le cose che intende trattare non volessero essere toccate (e raccontare è toccare). L’idea apparente potrebbe sospingere l’immaginazione del lettore verso la soluzione gialla. A Budapest, a cavallo del crollo (liquidazione) del comunismo, il redattore di una casa editrice, grigio ma con attitudini vampiresche come molti editori, va in cerca del manoscritto perduto di B., scrittore e traduttore di genio, la cui morte per suicidio acquista per lui, come per tutti i malati di letteratura, il sapore di un messaggio cifrato. E così sarà, infatti, ma non precisamente nel senso immaginato dal redattore, la cui speranza meschina ma reale era quella di recuperare un capolavoro. Invece quel manoscritto è stato bruciato e questa distruzione è parte di un rito di cui fa parte anche il suicidio di B. Un rito che riguarda Auschwitz, dove B., incomprensibilmente, nacque.
Molta inquietudine resta alla lettura di questo romanzo, che presenta diverse curiosità formali (gli strumenti della narrazione, ora diario, ora racconto, ora confessione, ora scena teatrale, sono il segno dell’instabilità profonda del tema, nonché la vis ostetricia che permette la venuta al mondo di alcune pagine immense). Infatti l’esito di Auschwitz è il mondo che vediamo, comunista o capitalista che sia: un mondo che ha «perso la sensibilità verso la grandezza» e a cui è rimasta unicamente «la sensibilità verso l’omicidio». Qui, il suicidio e la distruzione-liquidazione del capolavoro ci si presentano come un nuovo atto perfetto, sia pure perfettamente folle, perfettamente nero. Il mondo sopporta più facilmente Auschwitz che non una vera ribellione all’orrore. S’indigna e la sua mente piena di retorica partorisce il caramelloso com’è stato possibile?, mentre è sempre possibile, qui e adesso. Il vero straniero è il cuore puro. Questo romanzo, pieno di persone deboli, sbalordite, limitate, incapaci di dirigere le proprie azioni in base a una visione corretta delle cose, è la forma di un pianto umanissimo e inconsolabile, inconsolabile perché umano, inconsolabile perché ha abbandonato gli argini delle versioni politiche del mondo e se ne sta nella notte nera. Ma anche se la notte resterà nera, il suo essere qui ci attesta un’impossibile speranza. È sempre l’attesa di un mattino puro a spingerci a guardare così in fondo nel culo della notte.
Imre Kertész, Liquidazione, Feltrinelli, 115 pagine, 14,00 euro