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Elogio dei “gentlemen” col casco in testa

LIBERAL BIMESTRALE
di Paolo Malagodi
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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L’interesse, più che per le corse, per le passioni che hanno spinto a diventare piloti è il motivo conduttore di un complesso affresco, dedicato a quel particolare periodo dell’automobilismo sportivo che, dal secondo dopoguerra e sino all’alba degli anni Settanta, ha vissuto dell’entusiasmo per competizioni motoristiche non relegate nei circuiti. Ma portate sulle strade di tutti i giorni, come nel caso delle Mille Miglia o della Targa Florio, con al volante autentici appassionati e gentlemen driver, prima che professionisti, in avventurose corse non ancora governate dall’elettronica o da sofisticate appendici aerodinamiche. Con vicende affidate al cuore e al talento dei piloti, incoraggiati dai meccanici con un semplice «benzina e cammina», per spiegare che l’auto andava bene e che la differenza vera avrebbe dovuto farla il conducente. Così le gare diventavano, più che una serie di rilievi telemetrici, una sequenza di gesti coraggiosi alla guida di auto dalla potenza brutale e dalla tenuta spesso imprevedibile. Ed è a questa galleria di episodi che Luca Delli Carri dedica un ampio libro (Benzina e cammina: elogio delle corse automobilistiche, edizioni Fucina, 656 pagine, 28 euro), su chi è stato campione delle corse automobilistiche nel periodo che va dal 1947 al 1971. Attraverso 45 interviste che tracciano i profili di protagonisti delle più varie categorie, dal gran turismo al rally, dalle gare in salita a quelle in pista, ricomponendo i tasselli di un caleidoscopico mondo «fatto di piloti di due qualità: quelli che staccano la spina quando smettono di correre e quelli che il casco, in fondo, l’hanno sempre in testa anche se non corrono più».
Con figure, ad esempio, come quella del conte Giannino Marzotto che ad appena 22 anni e su Ferrari fu nel 1950 il più giovane vincitore nella storia delle Mille Miglia e che, prima del ritiro nel 1954 per dedicarsi all’industria tessile di famiglia, corse sempre in giacca e cravatta perché, come egli spiega, «il mio abito normale era il doppiopetto che non mi accorgevo nemmeno di indossare, l’abito che mi dava dunque meno fastidio e mi lasciava più libero nella guida». Quasi all’opposto è la figura di Paolo Babbini che, nonostante la mancanza di risorse, riuscì ugualmente negli anni Sessanta a diventare uno dei nomi noti dell’ambiente, continuando a fare il tassista a Milano e in pista a Monza solo nei momenti di libertà. Con il problema che, come racconta in prima persona, «io non avevo mai guidato su strada un’auto che facesse più di 120 all’ora, scendevo dal taxi che andava a 60 all’ora e salivo sulla macchina da corsa facendo il giro più veloce: guidavo forte per un dono di natura».
Solo due dei tanti personaggi che Luca Delli Carri intervista, con il pregio di trasferire il parlato nella pagina ma senza stravolgerlo. In maniera non troppo diversa da quanto fa, raccontando della propria esperienza di pilota, Siegfried Sthor in un libro dello stesso editore (Dove soffia sempre il vento, Fucina, 192 pagine, 20 euro), che descrive la trafila di un successo nato dai pensieri di un ragazzo che corre in kart e sogna i vertici del professionismo automobilistico. Cosa che per il campione romagnolo, nato a Rimini da madre italiana e padre tedesco, arriverà nel 1981 in Formula 1, come narra la coinvolgente confessione che l’autore, laureato in psicologia, sviluppa sino al momento dell’abbandono delle gare; quando «bisogna inventarsi una nuova vita, non più dominata dalla voglia bruciante di correre».

 

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