
A un industrial hero, fu la definizione usata anni addietro dal settimanale Time per Gianni Agnelli; allora al timone di una Fiat che, secondo la nota testata americana, «significa molto di più per il proprio Paese, che non la General Motors per gli Stati Uniti». Così la scomparsa, il 24 gennaio 2003, dell’ottantunenne Avvocato venne commentata dall’Economist come quella di «un non coronato re d’Italia». Esempi del rilievo avuto dal discendente di una dinastia che dette origine, nel 1899, alla maggiore impresa italiana e che, in particolare dopo la morte di Gianni Agnelli, è stata oggetto di ripetute pubblicazioni. Tra le quali si distingue un’opera che si fa non solo leggere, ma anche ascoltare (Agnelli, una storia italiana, Rai-Eri/Rizzoli editori, 125 pagine + 4 Cd audio, 40 euro), curata in maniera esemplare da Antonio Calabrò. La cui esperienza di giornalista, nonché di autore di saggi di politica ed economia, viene messa a frutto nel delineare il racconto di una famiglia e di una impresa, la Fiat, con fortune intrecciate alle vicende
dell’intero Paese e nell’arco di oltre un secolo.
Percorso che inizia con un libro che raccoglie 18 interviste, rese da Giulio Andreotti, Luca di Montezemolo, Sergio Pininfarina, Sergio Romano, Cesare Romiti e altri personaggi di primo piano, che definiscono in maniera nitida un potere che va dalla fabbrica alla finanza, dai giornali alla cultura e allo sport; perché «raccontare la storia degli Agnelli e della Fiat - dal Senatore all’Avvocato, sino ai giorni della successione di Umberto e dell’ultima generazione di Yaki Elkann - significa ricostruire il percorso dell’identità nazionale». Come annota Antonio Calabrò, il cui merito è anche quello di rispettare il tono colloquiale e il ritmo della testimonianza diretta e personale, in memorie rese da protagonisti della storia italiana. Il lavoro si completa, così, nei quattro cd con 320 minuti di materiale sonoro in gran parte tratto dall’archivio storico della Rai e scandito in otto grandi temi: la dinastia, la politica, l’automobile, la fabbrica, le relazioni internazionali, la finanza, lo sport e la cultura. Che ripercorrono, da diverse angolature, la storia della Fiat facendoci ascoltare rari documenti come, ad esempio, il discorso tenuto da Mussolini nel maggio 1939, all’inaugurazione dello stabilimento di Mirafiori; un appuntamento al quale il capo del governo fascista si presentò a bordo di un’Alfa Romeo, allora acerrima concorrente della Fiat. «Lo fece apposta - commenta, in tono garbato, lo stesso Gianni Agnelli - per dispregio verso gli operai di Torino, che sono come dei fichi: neri fuori e rossi dentro».
Una delle tante sfaccettature che rendono vivo un complesso ritratto, al quale contribuiscono frammenti di dialoghi cinematografici, inserti pubblicitari e canzoni, come la Balilla, insieme a spezzoni di radio e telegiornali o di trasmissioni televisive, che hanno segnato le varie epoche dell’automobile in Italia. Ma, in particolare, quella della Fiat di Gianni Agnelli, in una colonna sonora nella quale la voce dell’Avvocato ripercorre le tappe dell’impresa da quando egli, alla fine degli anni Sessanta, ne assunse la presidenza. In una testimonianza che parla con chiarezza delle intese con Luciano Lama sul punto unico di contingenza e degli affari finanziari con la Mediobanca di Enrico Cuccia, nonché del controverso ingresso di capitale libico dal 1976 al 1986 e dei complessi rapporti di una grande impresa, come la Fiat, con la classe politica.