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La pace europea epilogo del terrore

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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Sir Arthur Travers Harris è forse il più discusso dei grandi comandanti militari del Novecento. Fu a capo del Bomber command della Raf dal 22 febbraio del 1942 e, quindi, il principale responsabile della distruzione della Germania, in particolare nell’ultimo anno della seconda guerra mondiale. Di recente, nel sessantesimo anniversario del bombardamento di Dresda, compiuto il 13 febbraio del ’45, si è riproposta la vecchia controversia sulle sue visioni belliche e sulle sue scelte, che del resto - come si sa - venne aperta da Winston Churchill in persona all’indomani del raid sull’antica capitale della Sassonia. È stato più volte definito, dalla storiografia ostile, «il macellaio» o «il bombardiere», per una strategia che aveva come scopo anche l’annientamento delle aree urbane del nemico considerate come retrovie direttamente funzionali allo sforzo compiuto al fronte dalle armate del Reich.
Della determinazione di Harris, così come dei limiti delle tecniche belliche distruttive - il caso più importante riguarda l’impiego dell’atomica a Hiroshima e a Nagasaki - si discuterà all’infinito. La ricerca propone sempre nuovi spunti e il passar del tempo aiuta a comprendere sempre più le ragioni di scelte compiute nel contesto di conflitti altamente distruttivi. Ma al di là dei singoli episodi - come appunto la distruzione di Dresda - sta emergendo in questi anni una chiave interpretativa sull’ultimo anno della seconda guerra mondiale che probabilmente aiuta a comprendere meglio il legame con l’idea di pace che si è affermato in Europa dopo il 1945. Se all’azione del Bomber command della Raf aggiungiamo l’occupazione russa della Germania - di cui si stanno cominciando a occupare intensamente storiografia e memorialistica tedesche - comincia a essere difficile non vedere come sia nato il rifiuto dell’idea stessa della guerra in quella che era la principale potenza del «vecchio continente» e che fu così ampiamente segnata (e coinvolta, anche a livello popolare) dallo spirito del nazionalsocialismo. È questo il suggerimento diretto e indiretto che viene sia da Frederik Taylor, nel suo Dresda (edito da Mondadori), sia Winfred G. Sebald, nella Storia naturale della distruzione (edito da Adelphi). Sono due testi molto diversi. Il primo è una minuziosa ricostruzione storica del raid del 13 febbraio, il secondo raccoglie lezioni di letteratura sulla rimozione dell’epilogo della guerra, avvenuta nella cultura tedesca. Entrambi non solo hanno come protagonista il maresciallo Harris, ma giungono anche a una conclusione, in parte esplicita in parte no: la distruzione totale delle città e quindi della storia e dell’identità di una società europea urbanizzata, anche se non pienamente giustificata da ragioni militari, ha avuto l’effetto collettivo di far pagare il massimo prezzo possibile alla colpa della guerra, che non riguardava solo una leadership politica, ma che coinvolgeva la gran parte di una nazione. E ha così definito una deterrenza, che continua a funzionare. Ciò che è avvenuto della Germania, tra il luglio del ’44 - quando il fallito attentato a Hitler chiuse ogni possibilità di pace concordata - e il maggio del ’45 non ha precedenti nella storia moderna. Del resto, era anche inedito l’uso intensivo e determinante dell’arma aerea. Sir Harris non poteva quindi sapere che l’annientamento delle città nemiche avrebbe avuto una conseguenza ben più duratura degli effetti previsti sul crollo del «fronte interno» (che non ci fu) o sullo sforzo bellico immediato: avrebbe creato per generazioni di tedeschi il terrore della guerra.

Frederick Taylor, Dresda, Mondadori, 501 pagine, 23,00 euro; Winfred G. Sebald, Storia naturale della distruzione, Adelphi, 149 pagine, 14,00 euro

 

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