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Non perdiamo il dono dello Stupore

LIBERAL BIMESTRALE
di Rino Fisichella
Anno V n. 33 - Dicembre 2005 - Gennaio 2006

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Tra i termini che maggiormente creano coscienza della grandezza della persona bisogna inserire quello di stupore. La semantica permette già di addentrarsi con circospezione all’interno dei contenuti che vengono espressi. Lo stupore, infatti, è sempre stato considerato come l’inizio di ogni vero pensiero e come punto di partenza per ogni corretta filosofia. Scriveva Platone: «Questa ammirazione è propria del filosofo né la filosofia ha altro principio fuori di questo»; anche Aristotele percorreva la stessa strada: «In virtù dello stupore gli uomini cominciarono per la prima volta a filosofare e anche ora filosofano». In qualche modo faceva quasi da eco Heidegger, quando poneva lo stupore come la domanda iniziale del perché esiste qualcosa invece del nulla. Ammirare il creato è indice di esistenza, perché consente di vedere se stessi inseriti all’interno della natura come principio di vita. Osservare il movimento di quanto ci circonda e chiedersi dove è finalizzato permette di porre domande e, quindi, di percepire se stessi come una dinamica permanente nell’atto di conoscere e di voler apprendere. Lo stupore accompagna l’uomo nel suo vivere quotidiano quando si vede immerso nelle vicende della sua storia personale e in quella sociale; egli coglie l’intensità della propria esistenza nella relazionalità tra la sua identità e ciò che forma l’identità dell’altro. In una parola, l’ammirazione è compagna di vita che mai lascia soli e che ogni istante provoca a cogliere che esiste qualcosa dentro di noi e fuori di noi. 
Senza la meraviglia, l’uomo sarebbe rinchiuso nell’ozio intellettuale e finirebbe preda dell’ovvietà; tutto rimarrebbe superficiale e, alla fine, senza interesse, con la conseguenza di avere paura per il nuovo e l’inatteso. Con la meraviglia, invece, tutto viene colto nel proprio presente come una domanda a entrare in sé e vivere della bellezza di quanto viene posto dinanzi come provocazione per un divenire che è sinonimo di crescita e maturità. Lo affermava, in qualche modo, Kierkegaard quando scriveva: «Lo stupore è il sentimento appassionato del divenire… Se il filosofo non ammira nulla egli è con ciò estraneo alla storia; perché dovunque entra in gioco il divenire - che certamente è nel passato - l’incertezza di ciò che è sicuramente divenuto - l’incertezza del divenire - non può esprimersi che mediante questa emozione necessaria al filosofo e propria a lui. Lo stupore, quindi, permette di recuperare in prima istanza un dato comune a tutta la storia del pensiero che trova nello stupore l’inizio di ogni coscienza che sa percepire la vita. È la meraviglia che sorge nella persona nel momento in cui è presente a se stessa nell’atto di riflettere e di scoprirsi come un soggetto pensante, presente nel creato e nella storia come progettatore di sé e del mondo. È la meraviglia originaria che tutto accoglie e tutto plasma e che, successivamente, viene colta in singoli frammenti che costituiscono la vita personale. Lo stupore, in questo senso, è ciò che permette di autocomprendersi come un soggetto attivo nella storia e della storia stessa. La meraviglia, insomma, è ciò che sta all’origine di quella ricerca permanente che consente all’uomo di essere se stesso; è il tentativo di comprendere senza stancarsi e di apprendere in maniera attiva come una coscienza che mai si stanca di domandare. In questo senso, lo stupore è ammirazione per quanto ci ha preceduto e costituisce storia che gratuitamente viene offerta come spazio di senso; è percezione di ciò che segna il presente e merita di essere vissuto, per questo è prodromo per la costruzione del futuro nostro e di altre generazioni alla luce di un’impronta che merita di essere lasciata. Secondo lo schema gnoseologico classico, il sorgere della conoscenza è segnato dalla capacità dell’uomo di ritornare in se stesso, dopo che vi era uscito per cogliere la realtà e percepirne l’essenza. Reditio in se ipsum la chiamavano con un tocco di plasticità i maestri del Medioevo. Azione profonda, perché mentre permette di uscire da sé per raggiungere qualcosa che non appartiene all’uomo, crea la condizione per superare la povertà conoscitiva iniziale e rendere ognuno sempre più ricco di conoscenza. Una simile prospettiva, comunque, è la condizione necessaria per diventare capaci di una progettualità che fa prendere coscienza della propria identità come un soggetto creatore del proprio futuro. Sempre una nuova conoscenza, pertanto, è posta alla base di una vita veramente umana, ma questo è possibile perché lo stupore e la meraviglia la rendono fattibile. 
Non potrebbe essere la meraviglia la risposta positiva all’incertezza del dubbio? Se questo è alla base dello scetticismo che tutto investe con la sua problematicità, arrivando a negare la verità, perché allora non domandarsi se non è necessario voltare pagina? Si tratta di verificare se dinanzi alla verità non sia preferibile un atteggiamento che mentre la coglie e ne subisce il fascino, dall’altra non smette di interrogare per coglierne l’essenza. Il problema sta tutto qua: dinanzi alla verità di sé e del mondo l’uomo ha bisogno di dare una risposta che sia propriamente sua. Nella storia del pensiero si è cercato di rispondere con il dubbio, ma questo ha portato all’angoscia; lo stupore, invece, parla in positivo e ammette che tra l’uomo e la verità esiste anche la simpatia dell’amore. Niente come l’amore suscita stupore e nulla al di fuori di esso merita la dovuta ammirazione. Se così è, allora diventa evidente che si può cogliere l’amore per la verità come una meraviglia costante che non cessa di interrogare perché vuole conoscere sempre di più ciò che ama. È un vero peccato che la storia del pensiero non abbia saputo cogliere la profondità di Bonaventura quando affermava che: «Quando la fede dà il proprio assenso non attraverso la ragione ma mediante l’amore, desidera ugualmente avere delle ragioni; in questo atto la ragione umana non è privata di nulla ma si accresce di consolazione». Alla stessa stregua, è stata una povertà non avere voluto considere con la dovuta perspicacia Maurice Blondel quando ne L’Action arrivava a identificare l’essere come amore. La Bibbia - vero libro di profonda sapienza anche per chi non crede - mostra con evidenza i tratti di questo percorso quando pone Abramo come icona dello stupore. Se Abramo non avesse colto con meraviglia l’invito di Dio a lasciare ogni cosa e seguirlo per una strada oscura e impervia, se non avesse prestato fede alla promessa di una terra e di un popolo numeroso, allora non avrebbe dato inizio a una storia meravigliosa come quella del popolo eletto. È sufficiente entrare nel merito della promessa per verificare lo stupore dinanzi a sé, al creato e alla storia che si sarebbe sviluppata: «Abramo, guarda le stelle del cielo, le puoi contare? Così sarà la tua discendenza» (Gen 15, 5). Se Abramo non provasse stupore nel sollevare ogni volta lo sguardo verso il cielo e vedere in quelle stelle la forza della promessa divina, quel cielo rimarrebbe solo oggetto di studio astronomico! È vero, anche questo studio deve essere colmo di stupore, ma ciò vale per noi impenitenti razionalisti; per Abramo, deve valere la meraviglia di cogliere un senso più profondo e più carico di significato: la promessa di Dio. L’insegnamento biblico mostra una profonda dose di pensiero speculativo; esso mostra che lo stupore possiede pure una valenza passiva: essere presi dalla meraviglia. Ciò è possibile quando dinanzi alla grandezza del mistero si percepisce di essere soggetti di una predilezione da parte di Dio. È questa l’ammirazione del Salmista che si domanda: «Se guardo il cielo opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai formato… mi domando che cos’è l’uomo perché te ne curi e il figlio dell’uomo» (Sl 8, 4-5). La meraviglia, come si nota, è colta come spazio dell’interesse peculiare di Dio verso l’uomo, culmine della creazione. La conoscenza progressiva di questo mistero conduce a verificare la gratuità dell’essere chiamato alla comunione di vita con Dio. È questa la meraviglia di scoprire se stesso capace di un atto che antropologicamente qualifica l’esistenza; è la meraviglia di emotività, ma è peculiare attività di chi pensa e, nella libertà del pensiero che sceglie, si abbandona alla gratuità della grazia per compiere l’atto di fede come frutto di uno stupore che avrà compimento solo nella contemplazione.

 

 

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