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Quante ambiguità in nome dell’Algeria |
LIBERAL BIMESTRALE di Alberto Indelicato Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004
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 Nel 1991 il «Fronte Islamico di Salvezza» algerino vinse clamorosamente il primo turno delle elezioni parlamentari ottenendo 188 dei 430 seggi in palio. Indubbiamente nel secondo turno esso si sarebbe assicurato la maggioranza assoluta, tale da permettergli di modificare la costituzione nel senso del fondamentalismo islamico. Il governo e le forze armate annullarono le elezioni. Gli Stati europei si trovarono di fronte a un dilemma: condannare l’azione antidemocratica dei militari, senza la quale però i fondamentalisti avrebbero abolito quella democrazia che li avrebbe portati al potere, o accettare il fatto compiuto per mantenere i rapporti con i successori di Boumedienne e il suo Fronte di Liberazione Nazionale. Nella speranza che il futuro avrebbe permesso una normalizzazione democratica, si approvò implicitamente il colpo di Stato militare, ma la situazione interna rimase per anni instabile e confusa. Nell’autunno 1996 fu nominato ambasciatore ad Algeri Franco De Courten che per due anni tenne un «Diario», che è una fonte preziosa per comprendere lo spirito di un Paese arabo lacerato fra tradizione e modernità, tra l’eredità islamica e il legame d’odio-amore per gli ex-colonizzatori francesi e per gli occidentali. De Courten, conoscitore profondo della cultura araba, ha osservato con grande sensibilità il travaglio dell’Algeria, dove gli estremisti islamici continuavano una guerriglia crudele e sanguinosa. Il suo diario non manca di indicare le difficoltà che il rappresentante di un Paese occidentale incontra nell’affrontare una realtà politica diversa e una classe dirigente diffidente. Per De Courten però non furono minori le difficoltà nei confronti dell’opinione pubblica e del governo italiano. Per la classe politica algerina che aveva difficoltà a comprendere l’indipendenza della stampa, ogni critica giornalistica nella penisola era considerata una manifestazione ufficiale, con conseguenti proteste. L’ambasciatore in questi casi deve cercare di spiegare la distinzione dei poteri - compreso il quarto potere - e assicurare che l’atteggiamento del governo è qualcosa di diverso. Le cose si complicano quando invece è proprio quest’ultimo a dare segni d’ambiguità. Per vari anni una diplomazia «alternativa», quella della Comunità di Sant’Egidio, aveva cercato di «pacificare» l’Algeria, mettendo sullo stesso piano i fondamentalisti islamici e il governo. Questo considerava l’attività di quella comunità un’ingerenza indebita e offensiva, perché dava ai suoi mortali nemici dignità di leali e pacifici avversari. Purtroppo il governo di Roma, malgrado i ripetuti avvertimenti dell’ambasciatore, in vari modi, ma specialmente con dichiarazioni pubbliche, dava l’impressione di appoggiare quella diplomazia parallela. È comprensibile che la politica estera di uno Stato moderno tenga conto anche delle pressioni di certe lobbies, sempre però che non nuocciano agli interessi generali. Fu quanto avvenne allora, visto che l’irritazione degli algerini - come documenta il diario - ebbe delle ripercussioni sulle relazioni economiche. Quanto a De Courten, egli un bel giorno ricevette la notizia che era stato richiamato a Roma. Il ministro degli esteri Dini non aveva evidentemente apprezzato la sua insistenza a rappresentare gli interessi dello Stato e non quello di un gruppo influente. Sarebbe però far torto al suo autore limitarsi a segnalare solo l’aspetto politico-diplomatico di un libro che pullula anche di considerazioni e stimoli culturali, su cui non sarebbe male che riflettessero molti dei nostri politici per comprendere la realtà araba e islamica.
Franco De Courten, Diario d’Algeria, Rubbettino, 420 pagine, 16 euro
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