La vita personale, e collettiva, ha ripreso a visitare un asse che era rimasto per molto tempo poco frequentato, almeno ufficialmente: quello tra la rivendicazione dell’inquietudine e la ricerca della verità. Recenti e nuovi fenomeni di aggregazione politica, come i cosidetti «teocon», sono una riprova di questa ricerca, sulle cui cause profonde la politica, ma anche la cultura ufficiale, poco si interrogano. Anche da qui nasce l’interesse dell’ultimo lavoro del filosofo della politica e studioso di comunicazione Claudio Bonvecchio, Inquietudine e verità. Saggi di simbolica e comunicazione. Il libro prende le mosse dall’esortazione di Agostino: «Il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te», per investigare la categoria dell’inquietudine. E accostare l’inquietudine agostiniana, contemporanea al dissolversi dell’Impero romano, a quella dell’uomo postmoderno, che osserva (e qui Bonvecchio rimanda a Spengler), il lento e apparentemente inesorabile tramonto dell’Occidente. Solo che mentre l’inquietudine agostiniana era «teologica», identificava cioè un Tu nel quale trovare appagamento, l’inquietudine dell’uomo di oggi, successiva al processo di secolarizzazione e all’eclisse del sacro, è «ontologica». Va insomma a toccare la percezione della stessa esistenza umana, che privata del suo porto sicuro, o del suo fondamento ultimo, Dio, finisce col confondersi, o precipitare, nel nulla. Decenni di relativismo e pensiero debole hanno reso invisibile l’antico faro della psicologia individuale e collettiva in Occidente: il Sé.
Si rende allora necessario, come ai tempi di Agostino, «un processo/confessione che penetri nel fondo dell’io», e che «confessando» restituisca e reintegri, riaprendo poi la dimensione pacificante e tranquillizzante del requiescere: la totalità, il senso. Il procedimento proposto da Bonvecchio per assolvere a queste esigenze è il «processo di individuazione» elaborato dallo psicologo svizzero Carl Gustav Jung. «Comune a entrambi i processi è il prendere le mosse dalla precisa realtà individuale, quella del singolo, per giungere, per via quasi iniziatica e per stadi successivi, alla realtà che è il centro della personalità». Il passaggio è dunque quello dall’irrequietezza dell’io, inappagato in quanto centro della sola coscienza, alla realizzazione nel Sé, centro complessivo della personalità, dotato quindi di informazioni sulla vicenda umana più vaste di una consapevolezza di superficie. Quel Sé considerato come il luogo della fons salutis, della rigenerazione e della ricostituzione, da tutte le tradizioni simboliche e sapienziali. Compresa, appunto, la tradizione occidentale, dagli gnostici a Foucault, attraverso il cristianesimo.
Azzarderei anzi che proprio questo, forse, ha permesso all’Occidente di cominciare a tramontare fin da poco dopo il suo albore, senza per questo smettere, finora, il proprio ruolo di primo attore, magari psicopatologico, sulla scena del mondo. Il disporre cioè di un procedimento confessorio di investigazione del Sé (di cui la psicologia analitica è solo l’ultima versione), che ha sempre consentito all’occidentale di servirsi della propria inquietudine per investigarsi. Arrivando a modificarsi anche profondamente, nel confronto con quel luogo misterioso e profondo della propria psiche, il Sé, che per la personalità religiosa è, come dice Jung, «ricettacolo dell’immagine divina». Per tutti è comunque il luogo psicologico che contiene il segreto dell’origine e del destino personale, la sede della propria verità.
Claudio Bonvecchio, Inquietudine e verità. Saggi di simbolica e comunicazione, Giappichelli editore, 184 pagine, 15,00 euro