
C’è nell’Europa del Novecento un grande e tragico esodo di cui finora si è parlato poco e con pudore: è quello di milioni di civili tedeschi, di fronte all’avanzata dell’Armata Rossa, nel gelido inverno tra il 1944 e il 1945, dalla Prussia orientale, dalla Slesia e da tutte quelle terre che sono poi diventate Unione Sovietica e soprattutto Polonia. La scrittrice Helga Schneider lo racconta - con lo stesso stile del Rogo di Berlino e di Lasciami andare, madre - attraverso un’altra finestra aperta sul suo passato, l’incontro da bambina nell’estate del ’49 con un altro bambino, Kurt Linke, che conservava nel suo ostinato mutismo il dramma della fuga dal suo villaggio prussiano. Lo storico Guido Knopp, di famiglia slesiana, lo descrive collocando una lunga serie di testimonianze nella realtà di quei mesi e riproponendo alcuni episodi emblematici, tra cui il siluramento della motonave Gustloff, carica di diecimila profughi, da parte di un sommergibile sovietico nel mar Baltico. Sono due generi letterari molto diversi che hanno però un tratto comune. Parlano in primo luogo di vicende personali e propongono quindi quella dimensione individuale dei grandi problemi storici che è lo strumento decisivo per ricomporre il passato.
Siamo di fronte, in questo caso, a un’immagine inconsueta, quella dei tedeschi «vittime». Vittime dirette della «vendetta» dell’Armata Rossa, ma poi anche dei polacchi e dei cecoslovacchi, con la restituzione del trattamento indiscriminato subìto durante l’occupazione nazista, quando scoccò l’ora di «far pagare» le città distrutte, i campi di concentramento e gli stermini. Ma anche vittime dirette di Hitler, che impedì fino all’ultimo l’evacuazione dei civili, ordinando una resistenza a oltranza che trasformò l’esodo in una marcia di masse di persone nel gelo dell’inverno. Con una contabilità che parla di tredici milioni di profughi e due milioni di morti. Se Helga Schneider affida le conclusioni da trarre solo alla sua mitezza narrativa, che contrasta con l’asprezza dei fatti e che anche per questo l’ha sempre resa così affascinante, Knopp è invece più esplicito e dice apertamente che è ingiusto contestare ai tedeschi «il diritto di evocare le proprie sofferenze». Nega, e a ragione, che si tratti di un tentativo di compensazione o di relativizzare la tragedia provocata dal nazismo. Ricorda anzi che fra il ’39 e il ’48, quasi cinquanta milioni di europei furono costretti ad abbandonare la loro patria. Ma invoca il coraggio di ricordare.
Fino al 1989, cioè all’inizio della ricomposizione dell’Europa, il recupero di questo pezzo di memoria è stato difficile, se non impossibile. A lungo, dopo la fine della seconda guerra mondiale, bastava solo evocarlo perché risuonasse la parola «revanscismo». E a lungo la Germania ha pagato anche questo debito, consapevole del fatto che, grazie al nazismo, non avrebbe potuto esserci alcun risarcimento. Ora - dopo che Vaclav Havel, per primo, ha saputo riconoscere l’ingiustizia inflitta con la pulizia etnica nei Sudeti - c’è anche una parte della cultura tedesca che prende coraggio. E questi due testi, così diversi e allo stesso tempo così coincidenti, sono utili sia perché ci aiutano a capire qualcosa in più del nostro passato di europei, sia perché contribuiscono a completare la storia del Novecento, sia perché ci ricordano che il mondo - anche nelle sue tragedie - è fatto di chiaroscuri.
Guido Knopp, Tedeschi in fuga, Corbaccio, 356 pagine, 19 euro
Helga Schneider, L’usignolo dei Linke, Adelphi, 154 pagine, 14 euro