Dopo la virulenta crisi argentina, l’America Latina è entrata in un cono d’ombra mediatico, dal quale neppure le turbolente vicende del Venezuela - né l’anniversario del golpe in Cile - l’hanno fatta riemergere. La comoda lettura che vede nel tracollo di Buenos Aires una sconfitta del libero mercato, al quale avevamo imparato ad associare negli anni nomi quali quelli del ministro Domingo Cavalho e dello stesso presidente Carlos Menem, sembra coralmente accettata lungo tutto lo spettro politico. È per questo che il nuovo libro di Alvaro Vargas Llosa, Rumbo a la libertad, edito da Planeta in spagnolo e da Farrar, Straous e Giroux in inglese, è particolarmente prezioso. Già autore del magnifico Manuale dell’idiota latino americano, tradotto in italiano per Bietti grazie a una fortunata intuizione di quel geniale e generoso rabdomante della cultura che era Valerio Riva, Alvaro Vargas Llosa è fra i più acuti osservatori del nostro tempo. Parla e scrive come uno che ha metabolizzato esperienze diverse e complementari: la politica, vissuta come portavoce del padre, Mario, nella campagna elettorale del 1990 e poi in una lunga lotta contro la dittatura di Fujimori in Perù.
L’economia, appresa alla London School of Economics. Infine, il lavoro nei think tank, all’Independent Institute di Oakland, California, uno dei più coraggiosi pensatoi americani presso il quale ha completato quest’ultima opera. Vargas Llosa ha una prosa fascinosa e avvolgente, e assieme puntuale, sa condurre il lettore per mano in un ragionamento che non perde mai in geometria senza per questo farsi arido, smarrire la bussola della passione politica. Il senso del suo libro sta nella bella citazione di Albert J. Nock posta a epigrafe, quasi una serena, e affilata, dichiarazione d’intenti: the thing is, to outgrow governments; the people, left to themselves, don’t act that war. La gente, lasciata da sola, non agisce a quel modo: questo passo nockiano potrà forse suggerire a qualcuno che la pubblicistica libertaria ricorda certi gialli, come lì il colpevole è sempre il maggiordomo qui il cattivo è sempre il governo. Ma per Vargas Llosa è professione di realismo. Non si può capire l’America Latina, dice, se non si capisce che «le democrazie possono comportarsi come dittature e le imprese private come burocrazie statali, tanto che le leggi e la Costituzione si rivelano delle finzioni e i cittadini scontano un clima ostile all’ambizione di creare, possedere, commerciare e sfruttare le possibilità dell’ambizione umana». Spesse volte, riforme acclamate all’estero come conquiste liberali, complice la regia del Fondo monetario internazionale, hanno cementato la morsa di élites parassitarie sulla società, spostando il baricentro dei monopoli senza scalfire la dominante cultura statalista. «Riformare le istituzioni che hanno determinato il sottosviluppo sarà inutile a meno che gli individui agiscano d’accordo con i valori che corrispondono al nuovo ordinamento». Il libro di Vargas Llosa è la più penetrante analisi di come l’assenza di una cultura autenticamente liberale abbia vanificato i processi di riforma in Sud America, viziandone l’esito sin da principio (con l’eccezione del Cile). Un libro da leggere, soprattutto perché in Europa non pare spirare un vento diverso.
Alvaro Vargas Llosa, Rumbo a la libertad. Por qué la izquierda y el neoliberalismo fracasan en America Latina, Planeta, 350 pagine