archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Perché Giuliano l’Apostata è un hegeliano ante litteram

LIBERAL BIMESTRALE
di Emanuele Severino
Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004

Torna al sommario

cop24_th
L’imperatore Giuliano, «l’apostata», si adopera perché nel popolo vengano diffusi e difesi i miti e i riti pagani. E tuttavia non è altrettanto noto che ai suoi occhi, essi appaiono non meno assurdi delle «finzioni mostruose» del cristianesimo. Che senso ha, allora, questa sua difesa del paganesimo? Scritto nei 1964, uno dei saggi che compongono Il silenzio della tirannide di Alexandre Kojève (ora publicato da Adelphi a cura di Antonio Gnoli) aiutano a rispondere. Giuliano è filosofo autentico e grande imperatore. Spesso danneggiato dagli estimatori. Vince nelle Gallie e in Persia. Muore a trentadue anni in battaglia. Se è vero che il cristianesimo è uno dei maggiori fattori della crisi dell’impero romano, la volontà di Giuliano di riportare al paganesimo i popoli dell’impero è lungimirante. Ed è una volontà politica; non l’espressione di una fede religiosa. Per lui, sia il cristianesimo, sia il paganesimo sono «miti», cioè «storie false in forma credibile». Però il mito pagano può ancora salvare l’impero. In ogni mito - egli scrive - il «senso» è «contraddittorio» (falso, «indegno»), mentre l’«espressione» o è capace di mascherare la contraddizione del senso - e in questo caso il mito ha come contenuto il divino, oppure, come nella «poesia», l’espressione non si preoccupa di nascondere l’assurdo, ma si rivolge a chi, ancora «bambino» nel fisico o nella mente, può credere in esso. In entrambi i casi, la contraddizione è mobilitata per conseguire «un fine utile» o per «divertire» (Pascal parlerà di divertissement), per allontanare lo spettro della morte. Affinché l’impero viva, al popolo bisogna nascondere la «verità»: che con la morte è tutto finito. Kojéve qualifica giustamente come «straordinario» questo passo di Giuliano. Kojève: uno dei maggiori interpreti di Hegel. Anzi, per lui Hegel è «il» Filosofo oltre il quale non si può andare. E di Giuliano egli mostra più volte perché lo si debba considerare un «“hegeliano” ante litteram». Proprio così. Per esempio legge in Giuliano l’anticipazione del celebre tema hegeliano del riconoscimento del signore da parte del servo. Ora, è notevole che lo «straordinario» discorso di Giuliano, intorno alla contraddittorietà del contenuto del mito, per Kojève non faccia una piega. Giuliano dice che, proprio perché il contenuto (il «senso») del mito, cristiano o pagano che sia, è contraddittorio, proprio per questo esso è inesistente. Un discorso aristotelico. Ma è anche noto che il problema fondamentale dell’interpretazione di Hegel è stato ed è tuttora il rapporto tra questo pensatore e il «principio di non contraddizione». Sono molti a ritenere incautamente (Popper in prima fila) che Hegel sia pervenuto alla negazione di questo principio, e cioè che per lui la realtà sia, alla lettera, contraddittoria. Quale occasione migliore dello «straordinario» discorso di Giuliano avrebbe avuto allora Kojève per allinearsi a quei cattivi interpreti, e dire con forza (lui, che invece vede nel pensiero di Hegel la Verità) che il discorso di Giuliano non sta in piedi, appunto perché identifica l’irrealtà con la contraddittorietà? E invece niente. Anche per questo silenzio Kojève è un grande interprete di Hegel.

Alexandre Kojève, Il silenzio della tirannide, Adelphi, 267 pagine, 29,50 euro

 

web agency Done Communication