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Il Medioevo di Le Goff è nostro padre

LIBERAL BIMESTRALE
di Renato Cristin
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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Un libro di Jacques Le Goff che sostiene la tesi che «di tutti i lasciti vitali per l’Europa di oggi e di domani, quello medievale è il più importante», va assolutamente letto, per la curiosità che suscita e per la provocatorietà della tesi. Si vedrà infatti come in esso il grande storico francese illustri le radici medievali e l’eredità medievale dell’Europa, non solo spiegando l’origine dell’Europa dopo il crollo dell’impero romano, ma anche accennando a ciò che rimane oggi di quel retaggio. Il punto cruciale su cui egli esercita una personale interpretazione e che costituisce il nucleo teorico del suo lavoro è l’affermazione del carattere occidentale dell’Europa cristiana latina. Translatio imperii, translatio studii non fu solo una formula contingente dettata dalla necessità storica, ma un progetto che ha determinato l’identità dell’Europa fino a oggi. Il Medioevo è stato «dominato dalla Chiesa e dal cristianesimo», e ciò ha fatto pendere, per secoli, la bilancia del rapporto fra sfera religiosa e sfera laica dalla parte della prima; e tuttavia la separazione moderna fra l’ordinamento ecclesiastico e quello statale ha la sua genesi proprio nel cristianesimo occidentale, i cui elementi fondamentali sono: «separazione progressiva fra Chiesa e Stato, rifiuto della teocrazia, valorizzazione dei bambini, delle donne e dei laici, equilibrio tra fede e ragione». Questa «identità collettiva» si è costruita «sia sull’opposizione all’altro sia sulle convergenze interne»: infatti, se «la minaccia turca sarà uno degli elementi che cementerà l’Europa», nondimeno «le università diffondono lo stesso tipo di conoscenze dal Mediterraneo al Baltico», e «lo stesso umanesimo, quando rinuncerà al latino per le lingue volgari, permea la cultura europea dalla Svezia alla Sicilia».
L’Europa è stata dunque la cristianità occidentale. È una tesi che fa discutere, sia per lo spiccato occidentalismo sia perché riduce la portata dirompente del Rinascimento, ma che tuttavia ci stimola a chiederci cosa resti oggi di quella equazione. Se la secolarizzazione e la globalizzazione sono i due paradigmi culturali che poco alla volta hanno spezzato l’antico binomio, bisogna esaminarli a fondo, per essere all’altezza del compito che tutti gli europei dovrebbero avvertire e che le classi dirigenti hanno il dovere di assumersi: capire l’Europa, per decifrarne il destino e organizzarne le forme sociali e politiche adeguate. Quando Le Goff dice che «l’Europa oggi è ancora da fare e addirittura da pensare» non pronuncia una delle ormai logore e, diciamo la verità, insopportabili frasi dell’odierna retorica europeistica, ma rilancia l’ispirazione autentica non solo dei padri fondatori dell’Unione europea ma anche di coloro che molti secoli prima avevano concepito il disegno di un’Europa unificata nello spirito e nelle leggi, differenziata nelle forme della cultura e nelle lingue dei popoli.
Se qualcosa di quel disegno è rimasto nell’attuale edificio dell’Ue, bisogna recuperarlo e valorizzarlo al più presto, mostrando come i secoli tra il Quarto e il Quindicesimo siano stati determinanti per lo sviluppo dell’intero Occidente, per la loro portata universalistica e «di progresso»; come alla base della dialettica feconda fra unità e pluralità vi sia l’Europa delle «marche», territori di «incontro, scontro, ma anche di scambi e convergenze», primi nuclei delle identità locali e dei loro confini; e infine come la religione cristiana si sia armonizzata con lo spirito critico, antidoto essenziale contro il dogmatismo e l’integralismo.

Jacques Le Goff, Il cielo sceso in terra. Le radici medievali dell’Europa, Laterza, 344 pagine, 18,00 euro

 

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