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Così gli ebrei hanno fatto l’Europa

LIBERAL BIMESTRALE
di Renato Cristin
Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004

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Il Museo Ebraico di Berlino, la celebre costruzione progettata dall’architetto Daniel Libeskind nel 1998, include la tragedia della Shoah nella più vasta storia del popolo di Abramo, non solo perché gli ideatori del museo si erano prefissati questo scopo generale, ma anche perché quella tragedia condiziona il punto di vista con cui si guarda al mondo ebraico. Ed è stata proprio questa preoccupazione che ha orientato Fabio Levi nelle sue riflessioni sulla storia degli ebrei in Europa, perché «essi sembrano imporsi ai nostri occhi prima di ogni altra cosa nella loro qualità di vittime designate». Ciò non significa, ovviamente, negare che in Europa si sia imposto un potente odio antisemita e che la Shoah sia il punto di massima aberrazione di una tendenza risalente a molti secoli prima. Ma l’intento di Levi è anche quello di evidenziare una realtà molto più complessa, nella quale gli ebrei hanno potuto anche operare proficuamente al progresso culturale e sociale dell’Europa. Levi ripercorre, in forma sintetica ma affrontando capillarmente ciascun Paese europeo, tutte le vicende di segregazione, oppressione, violenze e uccisioni a cui le popolazioni ebraiche sono state sottoposte in Europa, dalle espulsioni del Sedicesimo e Diciassettesimo secolo ai pogrom dei primi anni del Novecento fino alla «disintegrazione» dell’ebraismo in Unione Sovietica a partire dal 1918 («una politica di vera e propria mutazione sociale imposta dall’alto con durezza estrema», condotta «con una brutalità, una rapidità e una spregiudicatezza maggiori» rispetto alla persecuzione zarista). Egli spiega come le pulsioni razziste antisemite si siano progressivamente accentuate anche grazie a eventi storici particolari (tra i quali l’esasperazione dei nazionalismi e «l’incrudelimento della coscienza europea prodotto dalla relativa assuefazione alla morte su larga scala»), che resero possibile «la sconvolgente esperienza nazista». Che la storia degli ebrei sia strettamente legata al continente europeo, è dimostrato già dalle mere tabelle demografiche: fino al 1880 in Europa viveva una percentuale oscillante tra l’83 e l’88 della popolazione ebraica mondiale. Ancora nel 1939 questa percentuale era al 57, mentre nel 1980 si è ridotta al 21 (il 50% vive nelle Americhe, il 25% in Israele). Ed è altrettanto evidente che lo sterminio perpetrato dal regime nazista e l’oppressione esercitata da quello comunista hanno generato l’attuale distribuzione prevalentemente extraeuropea. Ciò che tuttavia è più interessante per la comprensione della civiltà europea, è il contributo che gli ebrei hanno dato al suo sviluppo, e il libro di Levi è un prezioso passo in questa direzione. Infatti, sfatando il pregiudizio di «un universo ebraico rigidamente separato dal resto della società, incapace di intrattenere relazioni significative con il contesto circostante», esso mostra come l’orrore in cui è sfociata la «questione ebraica» sia l’esito estremo del rapporto «fra una specifica forma di modernità espressa dalla cultura europea e il mondo ebraico trasformato dall’emancipazione conquistata nel corso dell’Ottocento». Sottolineando come i processi di emancipazione nei vari Paesi siano stati accompagnati dal riconoscimento reciproco fra comunità ebraiche e società nazionali, Levi richiama molti aspetti della realtà europea ai quali gli ebrei hanno dato importanti impulsi, dalla politica all’economia, dall’arte alla religione. Libri come questo ci spingono oggi a riflettere sulle forme in cui le comunità ebraiche, pur conservando la loro tradizione, siano oggi pienamente impegnate nella costruzione della nuova Europa.

Fabio Levi, Dodici lezioni sugli ebrei in Europa. Dall’emancipazione alle soglie dello sterminio, Zamorani Editore, 148 pagine, 18 euro

 

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