Il nuovo libro di Antonio Negri riprende le considerazioni già svolte in Empire e propone una rilettura post-moderna dell’ordine internazionale. La tesi di Negri ruota intorno a una ricostruzione della politica globale, in cui agiscono sostanzialmente due attori: l’Impero e la Moltitudine. L’Impero sono le istituzioni di governo della sovranità globale: il G8, l’Fmi, la Banca mondiale, la Nato, ma anche l’aristocrazia delle grandi corporation, nonché alcune organizzazioni «democratiche» non governative, in funzione di moderni tribuni della plebe. All’opposto il concetto «aperto e inclusivo» di Moltitudine comprende i vari luoghi della produzione salariata, materiale e intellettuale, esclusa dalle forme di governance globale. È a questo soggetto storico, non ancora compiutamente organizzato, che ci si deve rivolgere per una ribellione globale. L’Impero dimostra di aver bisogno della guerra, come fattore principale della sua politica: anzi, è semmai la politica a diventare la prosecuzione della guerra con altri mezzi. Tale guerra non riesce più a giustificarsi né come giusta (prima guerra del Golfo), né come umanitaria (Kosovo), né come Nomos che impone l’ordine e la pace (Iraq). La questione del «terrorismo» si pone essenzialmente come problema della ri-definizione dell’uso legittimo della forza: cioè dello stabilire cosa è un governo legittimo, quali sono i diritti umani e quali le nuove regole di guerra. In questo modo Negri pone la questione essenziale del diritto come autorità sopra il legittimo. Il diritto assegna, cioè, una partizione ideale fra la violenza legittima e quella illegittima, l’unica distinzione di fatto essendo quella fra la violenza che conserva la gerarchia dell’ordine imperiale e quella che lo minaccia.
Finora i commenti ricevuti dal libro non hanno colto nel segno, perché hanno sempre riportato l’opera di Negri al ’68, senza vedere la sua connessione con il pensiero di Carl Schmitt. È stato, infatti, Schmitt a teorizzare l’idea di Impero come grande spazio mondiale in cui si avranno varie unità egemoniche e soggetti minori ricadenti nella loro orbita. Una descrizione perfetta per la situazione odierna. In tale contesto le categorie del diritto internazionale sono «saltate». Le guerre imperiali si muovono al di fuori dell’art. 2 dell’Onu, e anche del protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1977. Lo stesso attacco dell’11 settembre rappresenta un attacco esterno alla vecchia sovranità, perché spezza il suo monopolio sull’uso della forza internazionale su larga scala.
La ricostruzione di un «ordine internazionale» non riesce quindi oggi a prescindere dalle impostazioni profetiche di Schmitt, e Negri ne offre la migliore chiave di lettura contemporanea. Certo, poi, nella sua ottica il ’68 c’entra e molto, giacché la Moltitudine si presenta come novella «Internazionale», per il superamento delle condizioni esistenti. Ma che un nuovo spirito del ’68 cominci a circolare non può più essere facilmente negato, se non a patto di voler esercitare la cecità come strumento di analisi politica. Come esempio cito H-Bomb, la nuova rivista degli studenti di Harvard, come segnale di lotta di liberazione, prima ancora che dall’Impero, dal «totalitarismo borghese»: cioè dai costumi sempre più pervasivi e restrittivi, che le nostre società impongono a tutti i ceti, sulla base di un nuovo «perbenismo», che trova nelle attuali tecnologie le armi di cui ha bisogno per imporsi quale forma ultima della società umana.
Antonio Negri e Michael Hardt, Moltitudine, Rizzoli, 491 pagine, 21,00 euro