
Il volume curato da Andrea Zoppini prende le mosse dalla crisi del diritto europeo. Non solo per la resistenza che gli ordinamenti nazionali oppongono alla sua espansione, ma anche per l’affermarsi di una competizione globale fra i vari diritti. Infatti le norme giuridiche sono, oggi, offerte da ordinamenti in competizione, e sono spesso prodotte da quegli stessi agenti cui dovranno poi essere applicate. In tal senso undici autori, da Guido Alpa a Sabino Cassese, da Nicolò Lipari a Giuseppe Portale, a Maria Rosaria Ferrarese, per citarne solo alcuni, investigano la concorrenza normativa interna all’Europa e la competizione globale fra sistemi giuridici in cui l’Europa è ormai inserita. Lo stesso Zoppini affronta il tema della norma giuridica come «prodotto», e quindi della ricerca del diritto nazionale più efficiente, in base alla concorrenza fra diverse fonti di regolazione, per indicare come la competitività dei vari Paesi derivi anche dalla loro capacità di offrire norme adatte agli operatori. In quest’ottica Alpa ritiene che le capacità competitive dell’Europa sarebbero aumentate dall’adozione di un Codice civile comune.
Da un punto di vista radicalmente diverso Somma denuncia, invece, la via liberista alla competizione normativa, come una «mercificazione» del diritto e come una via senza uscite, in cui necessariamente la tutela dei diritti finirebbe in una corsa vero il basso, tendenzialmente in grado di azzerare anche le differenze culturali, a favore dei soli valori liberisti. Perciò, secondo Lipari, sarebbe necessario abbandonare la mera idea di un mercato globale delle regole, per pensare ad articolazioni più complesse di entità regolative, in grado di recuperare differenze e diversità di attenzione ai diversi ambiti del diritto. Una conclusione dubitativa che, in qualche modo, viene sposata anche da Portale con riferimento al diritto societario europeo. Un approccio peculiare è seguito dalla Ferrarese che imposta il problema in termini di razionalizzazione giuridica del mondo, per notare come il diritto, anche in Europa, rispetto agli Stati, stia ascendendo a una sovra-spazialità di tipo ecclesiale. Alla fine del volume le riflessioni di Cassese inducono a riconsiderare l’impostazione stessa del problema in termini di «concorrenza», per recuperare una visione diversa, più in termini di «arena pubblica», che di mercatizzazione dei diritti. Il libro sicuramente aggiunge molto al dibattito italiano e si inserisce direttamente, e in modo autonomo, nell’odierno dibattito internazionale. Da un lato risulta ormai evidente che, in un contesto di globalizazione economica, buona parte del sistema giuridico può essere considerato in meri termini di environment dell’impresa, laddove ambienti favorevoli attirano e riproducono imprese, mentre ambienti sfavorevoli ne determinano la fuga o la morte.
Ciò dimostra oggi come una delle funzioni storiche della chiusura degli Stati, sia stata appunto quella di impedire una tale borghesizzazione totale del diritto. Il che non ha tanto a che fare con il clivage destra/sinistra, ma piuttosto col recupero, evidente e diffuso, delle riflessioni sullo Stato e sulla spazialità, che vanno dalla scuola hegeliana a Carl Schmitt, non a caso pietra angolare anche di Empire di Toni Negri. Uno Schmitt che sempre più appare come uno dei pensatori più profondi, per una riflessione sulla globalizzazione, che non la riduca a una sola dimensione. Anzi ciò che comincia a emergere è, forse, come si debba oggi passare a una considerazione, per così dire, geopolitica del diritto e dei sistemi giuridici.
La concorrenza tra ordinamenti giuridici, a cura di Andrea Zoppini, Laterza, 223 pagine, 23 euro