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Cara Oriana... cui prodest?

LIBERAL BIMESTRALE
di Dino Cofrancesco
Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004

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Alcuni mesi fa, al Convegno massonico di Rimini, ho assistito a un «dialogo» tra i rappresentanti delle grandi religioni monoteistiche nel segno della tolleranza e dell’impegno alla reciproca comprensione richiesti da una società sempre più multietnica e multiculturale. Tutti i partecipanti alla tavola rotonda hanno disquisito di storia e teologia tranne l’islamico che ha fatto della pura e semplice catechesi. Per una buona mezz’ora, ha recitato versetti del Corano di una inebriante banalità e, alla fine, ha legato l’inattingibile profondità della religione maomettana al fatto che il fedele si rivolge ad Allah dicendo noi, non io. Il diritto a una concezione tribale del rapporto con Dio è incontestabile. Quel che m’è parso inquietante, invece, è l’ossequiosa deferenza con cui sono state accolte le parole dell’imam. Nessuno gli ha ricordato che proprio sulla relazione io/Tu si fonda quella fede di Agostino e di Pascal che sta a fondamento dell’individualismo occidentale, lievito del liberalismo e della «democrazia dei moderni» (un uomo/un voto). Così all’indomani del Convegno, mi sono precipitato in libreria a comprarmi La forza della ragione (Rizzoli International) di Oriana Fallaci, mosso dal bisogno di sentirmi in buona compagnia, lontano dai chierici traditori che ieri dialogavano con il comunismo e oggi con l’islamismo, ma sempre nel segno dell’antioccidentalismo.
Ho dovuto constatare, invece, la verità dell’adagio popolare: dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Iddio (purché non si tratti di Allah). La Fallaci, infatti, condisce la sua sacrosanta denuncia delle viltà europee con giudizi storici e idiosincrasie culturali a dir poco incomprensibili. Come si può definire «un demagogico saggio» lo scritto sulla Pace perpetua di Immanuel Kant, banalizzandolo al punto da attribuirgli la tesi che le guerre scoppiano perché ci sono le monarchie e che finiranno quando tutti gli Stati saranno diventati repubbliche? In tal modo, non solo viene cancellato il profondo pessimismo antropologico del filosofo - ridotto a un rousseauiano minore: l’uomo è buono e vivrebbe in pace coi suoi simili se non ci fossero i despoti - ma si irride a un pensatore che, più di ogni altro, incarna «lo spirito dell’Occidente» e che, per questo, si trova in cima alla lista nera di bin Laden. Nel momento in cui l’Occidente è impegnato in un conflitto culturale epocale, può un’insofferenza - forse maturata sui banchi di scuola - assurgere a criterio di interpretazione storica?
E che dire del modo disinvolto con cui viene trattata la grande civiltà islamica di Damasco, di Baghdad, di Cordoba, di Granada? Tutte menzogne, tutti imperi di sangue, rileva la Fallaci con lo stesso pathos con cui i demistificatori del mito risorgimentale - come Lorenzo Del Boca e Angela Pellicciari - danno bacchettate a pennivendoli come Chabod, Croce, Omodeo, Romeo, Cantimori colpevoli di aver nascosto le tragedie della storia.
Il suo più illustre concittadino Dante Alighieri, che «solo in parte vide il Saladino» e, con commozione anche maggiore, Avicenna e «Averroìs che ‘l gran comento feo» si rivolterebbe nella tomba nel leggere queste pagine. Invece di dire, come dicevano gli inglesi degli antichi romani, che, in un’età ormai remota, gli arabi costruirono una grande civiltà il cui humus, però, ha continuato a fecondare la nostre contrade ma si è ritirato dalle loro, la Fallaci, giustamente indignata dal disarmo morale dell’Occidente dinanzi al ricatto multiculturale, si mette sullo stesso piano di coloro che contesta. Cui prodest? Alla verità no di certo, ma meno ancora alla difesa della cittadella atlantica sotto assedio.

 

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