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Belgiojoso, il lager come baricentro

LIBERAL BIMESTRALE
di Marco Vallora
Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004

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Un libro soave e terribile. Forse terribile perché soave. Non inganni troppo la copertina, che ha in volto il faccione cementizio e fortilizio della Torre Velasca, certo il monumento più illustre del gruppo BBPR, di cui Belgiojoso (morto di recente, quasi centenario) fece parte. Certo non è questo un libro di architettura, anche se ne parla molto: ma c’è molto di più, ed è questo che ci autorizza a consigliarlo. Per la sua magnifica terribilità. Il vero «baricentro» architettonico della sua esistenza è stato ovviamente il bruciante incontro-baratro con il campo di concentramento di Mauthausen, con l’orrore insostenibile dell’abiezione nazista. Che non l’ha bruciato integralmente e ce lo ha restituito «anche» all’arte (che qui passa in second’ordine) forse perché Belgiojoso, il principe mite, erede però di una schiatta di condottieri, non ha mai derogato anche in quelle sotto-condizioni alla sua ferrea, araldica dignità. Anche quando guata, corroso dalla fame, una buccia di salame gettata inavvertitamente da un Kapò: ma gli occhi, anche a rischio d’essere disintegrato dal nemico, li ha sempre infissi decorosamente nella profondità insensata del male. Ed è letteralmente impressionante la chiarità, un po’ candida e sobriamente illuminista, con cui racconta, perimetra queste atrocità.
Si può dire che questo libro voraginoso ed essenziale, come una sobria denunzia metafisica, si tende terribilmente tra due simboliche croste di pane. Una miseria miracolata di briciole, nel lager: un amico, da un foro, getta a pochi affamati un impasto di polvere e farina, che i sacchi di pane, trasportati dal treno, hanno lasciato a terra. «Versammo la spazzatura in una scodella d’acqua in modo che la terra andasse a fondo e le briciole galleggiassero, così a turno le raccogliemmo, mangiandole avidamente». Ma c’è anche il dramma, e non meno orribile, del ritorno, la ferocia del ricominciare: «Temevo di non riuscire più a fare l’architetto, parendomi superflue tutte le preoccupazioni di ordine estetico».
Un giorno a Milano chiaccherando con Rogers in via Montenapoleone scorge per terra un pezzetto di pane, inconsciamente si getta a raccoglierlo. «Ernesto ha capito, mi ha stretto il braccio senza parlare». In quel silenzio c’è anche tutto il senso di un’amicizia, e sono bellissime le pagine su Gropius, Le Corbusier («certo che lei preferisce Bach a Beethoven, è naturale, un architetto razionalista!») Wright (il vassoio tremante dell’allievo che li serve a tavola) ma soprattutto quelle su Rogers, il roso-insoddisfatto, che gli diceva: «Io sono la scintilla tu il grande fuoco». Ma rimane comunque difficile superare il pathos di certe pagine di prigionia, quella specie di aderenza alla libertà più estrema, «ho costretto me stesso a un gioco, conquistare la mia libertà, anche in questa condizione servile». Quella massa informe d’umanità che trema all’unisono senza più provare il dolore soggettivo (par di vedere certe tele estreme di Music): le ferite di due prigionieri che si cicatrizzano insieme, tanto sono stipati i malati, animalmente. E su tutto una considerazione insostenibile: «Avevamo toccato il fondo, ma era un fondo di verità». Il lager era «la vita, denudata e sincera, vera come la vita, come l’odio e l’amore per il vicino».

Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Frammenti di vita, Archinto, 120 pagine, 12.50 euro

 

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