
Non lo si ripeterà mai abbastanza: cultura significa essenzialmente sapersi (e potersi, e volersi) rimettere continuamente in discussione. Quel che a mio avviso molto impropriamente e infelicemente è stato definito «l’allargamento» dell’Europa verso Oriente - un’idea che smaschera un sottostante concetto abbastanza malvagio, quello dell’Europa-Occidente che si allergherebbe sino a fagocitare un’Europa ex-orientale - vale a dire l’ingresso di dieci Paesi mitteleuropei ed euro-orientali nella compagine dell’Unione europea - ci obbliga in realtà a rifondare il nostro concetto di Europa e sconvolge il secolare dibattito sulle «radici» d’Europa. Esso, difatti, si era fino a oggi disteso sul tranquillizzante terreno dell’Europa figlia della pars Occidentis teodosiana, l’Europa teorizzata da una lunga serie di studiosi e di politici da Pio II a Immanuel Kant: il continente cristiano (cattolico e riformato) oggetto almeno dal Settecento del processo di laicizzazione e confinante, a Est e a Sud-est, con i «dispotici» e «orientali» imperi russo-czarista e turco-ottomano, potenti fattori a loro volta di definizione identitaria in quanto ne delineavano geograficamente e culturalmente i limiti. Ma l’ingresso, ora, dei nuovi Paesi fino alla stessa Cipro scuote queste consolidate e comode certezze: ora siamo costretti a meditare su un’Europa ch’è anche slava, ortodossa, daciorumena, illirica, greco-insulare, che forse tra poco sarà, con la Turchia, anche musulmana; un’Europa la storia della quale include pienamente Bisanzio e in parte anche la storia della Russia czarista, dell’impero sultaniale, delle terre della tartara Orda d’Oro. Di tutto ciò bisognerà prendere atto: perfino nei manuali scolastici. Giunge quindi a proposito la corposa e solida meditazione di un nostro neoconcittadino europeo, il polacco Lech Leciejewicz, docente dell’Università di Breslavia, medievista e archeologo già direttore dei celebri scavi archeologici di Torcello. I polacchi furono, alcune decine di anni or sono, benemeriti iniziatori di quell’archeologia medievale che in Italia ha avuto qualche iniziale difficoltà a imporsi, per quanto ora ce l’abbia definitivamente fatta (come dimostra la bella rivista Archeologia medievale). Leciejewicz, forte delle sue straordinarie competenze archeologiche e medievistiche al tempo stesso, può permettersi di spostare alquanto il nostro tradizionale punto di vista, un po’ troppo attento alle radici greche ed ellenistiche (quindi mediterranee) e a introdurci a una civiltà europea vista non già «da Sud» (che segua cioè la trasformazione dell’impero romano d’Occidente in mondo medievale e le vicende della cristianizzazione dei popoli barbarici), bensì piuttosto da Est e da Nord-est, dalle steppe eurasiatiche. In questo senso «sintesi» carolingia e «nuova forma» bizantina acquistano un valore e un significato per noi nuovi e c’introducono facilmente all’indagine relativa alla «nuova» civiltà provvista di una facies occidentale romanogermanica spinta fino all’Elba, alla Vistola e alla Scandinavia e di una orientale fino ai Balcani, al Dnepr, all’alto Volga: senza dimenticare un Islam che non fu soltanto arabo e africano e turco, bensì anche tartaro. Questa visione «da Nord-est» ci mancava: non annulla quelle, precedenti, ch’erano tipiche della nostra meditazione storica, ma ci obbliga a non ritenerle più in modo totalizzante. A rimetterci, appunto, in discussione.
Lech Leciejewicz, La nuova forma del mondo. La nascita della civiltà europea medievale, Il Mulino, 474 pagine, 28 euro