C’è un modo pessimo di fare la storia che è quello di sostenere una tesi dettata da una forte passione etico-politica rovesciando sugli avversari cifre e fatti, come se cifre e fatti avessero davvero la virtù di «parlare da soli». Gli intellettuali militanti (di destra e di sinistra) che praticano questa saggistica, in genere, sono positivisti quando giocano in attacco ma diventano storicisti quando giocano in difesa. Se sono tradizionalisti, ad esempio, agitano i numeri e gli assassini di massa come una clava quando si tratta di rievocare gli orrori della Rivoluzione giacobina (e Dio sa se ce ne furono!) ma sfoderano poi tutte le astuzie della ragion storica, quando si sentono chiamati a rispondere (e chissà perché poi) dello sterminio degli indios o dei massacri albigesi: invitano allora a considerare i contesti, a comprendere le motivazioni diverse dei diversi attori politici, a distinguere lo spirito del messaggio religioso dalla sua «troppo umana» strumentalizzazione. È forse superfluo rilevare che questo sport a sinistra è sempre stato di moda: basti solo pensare agli odierni non violenti - contro la guerra senza se e senza ma - che continuano a definirsi comunisti, come se il comunismo (e con esso il giacobinismo), al di là del giudizio storico che se ne voglia dare, non avesse nel suo Dna la lotta di classe e la dittatura del proletariato, cose belle, forse, ma che hanno ben poco da spartire con Gandhi o con Capitini.
Che questi match ideologici, camuffati da ricerca storica, dovessero investire anche il Risorgimento era del tutto scontato. Vi si era già esercitata, negli anni del secondo dopoguerra, la sinistra marxista, denunciando la «rivoluzione tradita», i moti sociali finiti nel sangue, la brutalità della conquista piemontese; ci provano ora i neolegittimisti, riabilitando gli «insorgenti» e le decrepite repubbliche aristocratiche, i passatisti ducati padani e gli Stati del Centro e del Sud che, nei visitatori d’oltralpe - anche quando erano moderati come Tocqueville - suscitavano sentimenti (forse eccessivi) di indignazione. Comunque, nessuno intende fare processi: quando si scava negli archivi e si riportano alla luce episodi che la retorica nazionale aveva rimosso, qualche merito lo si acquisisce, purché il collezionista di francobolli non pretenda di fare lo storico (o, peggio, il filosofo) delle comunicazioni. E purché i famosi «fatti» non vengano censurati e alterati. Come è capitato, in un recente Convegno a Genova, in cui l’insurrezione del 1849 è stata presentata come un vero e proprio moto secessionista, quasi che l’antipiemontesismo - certamente diffuso nella Superba ma destinato a venir meno nel «decennio di preparazione» - fosse dovuto alla volontà di restaurare la vecchia e «libera» repubblica e non alla sfiducia nella capacità di Torino di realizzare l’unità d’Italia contro l’Austria e, soprattutto, di preservare dalla reazione clericale (sempre incombente) le libertà statutarie.
Forse da noi la storia è sempre stata anche un modo di «far politica con altri mezzi» ma ora, francamente, si sta esagerando: anche perché - e di ciò dobbiamo ringraziare, soprattutto, lo tsunami sessantottardo - il discorso storico, quello filosofico e la prassi politica stanno diventando ormai indistinguibili, un pantano ideologico da cui sarebbe meglio tenersi alla larga.