Nella calda estate del 1979 la curia ambrosiana del cardinal Colombo aveva mandato in visione le bozze del Catechismo per gli adulti a un giornalista ormai noto del Corriere della Sera, credente convinto, anche se di una fede personale e familiare tanto sentita quanto riservata. Riflettendo su quei testi, nelle conversazioni notturne con chi qui scrive, allora Walter Tobagi ragionava soprattutto sul significato etico della professione, su una deontologia che poteva condensarsi nell’obiettivo, semplice e arduo, di «voler capire e poter spiegare», comunicando ai lettori, in uno sforzo di onestà intellettuale, la complessità del reale. E niente di più. D’altronde, proprio dentro questa divisa etica prima che civile, nasceva anche l’impegno personale che l’aveva portato alla guida del sindacato lombardo dei giornalisti e alla fondazione di una corrente sindacale, «Stampa democratica», che rompeva un rituale unanimismo di fatto schierato a fianco del Pci e del suo sempre più «entrista» ruolo istituzionale. Tobagi riteneva che non era necessaria la condizione del «militante politico» per esercitare un impegno civile: e che semmai andava tutelata di fronte alla politica, alla finanza, all’economia, l’indipendenza e l’autonomia del giornalista come tramite indispensabile, in una moderna democrazia, del ruolo delicato dell’informazione. E non per caso volle chiamare il nuovo organismo con l’aggettivo «democratico». «Fioriscono associazioni di ogni tipo - diceva in ogni sede - come i “Genitori democratici”, come persino “Psichiatria democratica”. È come se gli altri, che non condividono quelle idee di sinistra, per principio democratici non lo siano. Invece abbiamo tutti i diritti per rivendicare nella nostra professione la qualifica di “democratici”, anche se nella libertà del mestiere siamo alieni dal seguire una linea dettata altrove e alla quale piegare il racconto della realtà». Certo, la posizione di Tobagi venne subito attribuita al socialismo riformista milanese. Ma, senza rinnegare questi contatti e un’area di riferimento culturalmente riformista, Tobagi non identificò mai il suo impegno con la stagione di Craxi. «Se si lavora per contenuti e obiettivi riformisti - spiegò in un’intervista a L’Avanti nell’ottobre del ’78 - ci si può evidentemente incontrare sulla strada del cambiamento e procedere anche insieme. Ma nel rispetto delle autonomie reciproche e nella comprensione che i terreni sono diversi. L’azione nel sindacato, e in un sindacato particolare come quello dei giornalisti, è ben diversa dal ruolo legittimo di un partito politico. E ognuno mantiene la sua logica libertà».
Ne è prova tutt’ora la corrente di «Stampa democratica». Che raccolse fin da subito in Lombardia la maggioranza dei consensi nelle elezioni nel sindacato e fin dall’inizio ebbe tra i suoi aderenti certo i socialisti (ma non tutti), ma anche e soprattutto conservatori, laici moderati, giornalisti cattolici e persino figure di sinistra ben al di là del partito comunista, come fu ed è ancora oggi il caso del notissimo critico Raffaele De Grada. D’altra parte non è senza una ragione che ancora nel 2005, ben dopo Tangentopoli e la sparizione del Psi di Craxi, proprio l’Associazione lombarda dei giornalisti sia stata ed è tutt’ora ininterrottamente guidata, con la ripetuta maggioranza elettorale attribuita dai colleghi, da esponenti di «Stampa democratica», secondo le linee e i valori espressi dal suo fondatore, anche se venne assassinato da terroristi il 28 maggio del 1980, un quarto di secolo fa.
A venticinque anni da una morte così tragica e ingiusta, che fermò il lavoro e la vita di un giornalista di appena 33 anni, è utile interrogarsi su quanto resta, rimossa la polvere del tempo, di un’esperienza e di un contributo così inutilmente spezzato. E sembra difficile negare, al di là dell’interessato oblìo fatto calare per decenni, che Tobagi ci «parla ancora». Perché molte delle domande che mossero la sua azione professionale e il suo impegno civile rimangono aperte e inevase. A cominciare dal clima di intolleranza e di violenza, prima verbale e poi non solo, che infangò le speranze del Sessantotto e avvelenò quegli anni e che, con impressionante continuità, scadenza periodicamente il nostro vivere associato fino al delitto politico. Nessuno intende riaprire sul caso Tobagi il capitolo della giustizia terrena, con il suo rosario di confessioni, di chiamate in correo, di sconti di pena e di sentenze all’insegna di legislazioni premiali (anche se rimane viva la sensazione di fili reconditi mai completamente scandagliati): e tuttavia non è solo memoria celebrativa riaprire il corpus imponente di pagine e pagine di riflessioni mai scontate sulle angosce e le lotte di quel tempo. Non soltanto della copiosa produzione giornalistica, quanto piuttosto dei volumi e dei saggi storico-politici che intessono tutta la sua attività nel terribile decennio degli anni Settanta. Tobagi aveva solo 23 anni quando, nel 1970 appunto, ha il coraggio di dare alle stampe per l’editore Sugar, una Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia, primo tentativo di dare ordine e analisi, quasi in tempo reale, all’effervescenza tumultuosa di una intera generazione. Coetaneo e spesso compagno di studi (alla Statale di Milano) di molti dei leader più o meno emergenti, l’autore coglie linee di tendenza, conflitti ideologici e concorrenziali tra i diversi gruppi (quando emergono Potere operaio, Lotta continua e gli allora indecifrabili progenitori delle Brigate rosse), svolte drammatiche e culturalmente obbligate e intuisce già allora il piano inclinato che svicola inevitabilmente verso la celebrazione positiva della violenza come «levatrice di una nuova storia». In un contesto nel quale la politica e l’informazione comunque «parteggiano», Tobagi si sforza di allineare e collegare fatti e documenti e di segnalare i processi più significativi e forieri di sviluppo. Lo fa, anche da cronista, per Avvenire, dove è entrato da poco: nel gennaio 1971, in un efficace bilancio addirittura planetario su un anno di contestazione, avverte sulle prime proteste esportate in Urss, sul ruolo di Sartre nel movimento francese, sulle vigilie guerrigliere in America Latina e sulle proteste dei campus nordamericani: e, per l’Italia, annota con qualche sorpresa l’evoluzione ribellistica, quando …«Adriano Sofri, uno dei fondatori di Lotta continua, si schiera con i caporioni della destra più retriva a favore della rivolta di Reggio Calabria contro lo Stato»…. E sempre per Avvenire segue e spesso dipana, con la pazienza e lo scrupolo del cronista di vaglia, il groviglio di ipotesi e di sussurri, di ambiguità e di equivoci che circonda la morte dell’editore Feltrinelli sul traliccio di Segrate e l’assassinio a freddo del commissario Calabresi, nello sgomento di chi vede irrompere nel paesaggio sociale dell’epoca la violenza e il delitto politico, secondo una storica e ricorrente maledizione italiana.
Dirà poi di Tobagi, anche a chi scrive, un intellettuale scomodo come Leonardo Sciascia: «L’hanno ammazzato perché aveva metodo». Un metodo formatosi con la fatica del ricercatore presso l’Istituto di Storia moderna e Contemporanea dell’Università Statale di Milano, dove, con l’incoraggiamento dei suoi maestri aveva scelto di approfondire il delicato periodo 1945-’50 che era sì quello della rinascita democratica, ma che aveva lasciato aperte, dopo l’unità antifascista, questioni che negli anni Settanta apparivano giungere a maturazione. La sua monumentale tesi di laurea sul Sindacato italiano negli anni del dopoguerra, ricchissima di documentazione e di testimonianze dirette segna una sensibilità e una conoscenza delle radici che sarà completamento prezioso dell’incalzante attività professionale soprattutto nelle stagioni cupe del terrorismo. E tornerà a scavare nel tempo cruciale della rinascita della democrazia sia riflettendo sull’informazione (con un ampio saggio per Il Mulino su Mario Borsa direttore del «Corriere della Sera» 1945-46) sia sulla «rivoluzione impossibile» (che è il titolo che darà al suo volume incentrato sui giorni drammatici dell’attentato a Togliatti del luglio 1948 e dove si darà ampio conto dei rapporti del prefetti al ministro dell’Interno Scelba sullo stato dell’ordine pubblico e sulle minacce di una condizione insurrezionale). E forse questo richiamo a ripensare gli anni fondativi della Repubblica e a riscavare questioni irrisolte o inespresse non ha perso di attualità: e non è magari soltanto una mera coincidenza che senta oggi la necessità di ripercorrere quell’epoca, in tempi e modi evidentemente differenti, un altro cronista di vaglia, come viene facendo nei suoi ultimi libri Giampaolo Pansa. Eppure la memoria storica non esauriva completamente gli interrogativi aperti da un presente che negli anni Settanta appariva angoscioso, dentro una temperie a volte indecifrabile tra una società in tumulto e una Chiesa inquieta e spesso lacerata, un’economia allo sbando e una politica inadeguata, se non immobile e in paralisi: Tobagi, testimone a volte sgomento, coltiva tuttavia la speranza davvero cristiana di cogliere e valorizzare le scintille di un cambiamento graduale, democratico e non violento. Fin dall’inizio: concludeva un saggio del 1971 per Il Mulino (dal titolo Riformisti a sinistra del Pci) con questo messaggio «…Se il recupero riformista non fosse neppure tentato, la macchina del tempo potrebbe tornare indietro con conseguenze traumatiche per l’equilibrio democratico. Ma perché essere pessimisti? Il recupero riformista, nella sostanza, è già in atto, è una questione di tempo…». Una profezia molto dilatata negli anni, certamente al di là della sua stessa vita: eppure coltivata con testarda tenacia anche nei mesi più terribili dell’attacco terrorista, quando un delitto al giorno smarriva e ripiegava un’intera società, abbattuta nella prospettiva di futuro. E quando si arriva al culmine del rapimento di Aldo Moro, gli articoli di Tobagi sul Corriere trascendono la normale analisi giornalistica, e diventano talvolta, con la sua partecipazione consapevole, messaggi in codice per tener aperto (oltre a tanti canali, istituzionali e non) un irritualissimo negoziato che rischiò di avvicinarsi a una conclusione in qualche modo positiva. Turbato dalla sanguinosa fine della vicenda, Tobagi affida a un saggio sempre per Il Mulino dell’estate del ’78 (dal titolo Il decennio 1968-1978. Tra egemonia e dominio) riflessioni amare pur se acute su una stagione politica che appare aver concluso il suo ciclo e sul bisogno collettivo di un voltare pagina.
Anche da queste considerazioni nasce il diretto impegno sindacale. Eppure il terrorismo non è finito: arrivano gli assassini del giornalista Casalegno e del giudice Alessandrini. Non solo: il nome di Walter Tobagi, tra l’altro «colpevole» di muovere e di problematizzare l’intera corporazione giornalistica, appare tra i bersagli possibili. Eppure, nel coraggio disarmato di voler comunque contribuire al «mutamento in meglio dei comportamenti collettivi» (come scriverà in una lettera di Natale alla moglie Stella, «perché sia meno assurda la società in cui i nostri figli bambini si troveranno a vivere la loro adolescenza….»), Tobagi spende i suoi talenti per capire e far parlare anche chi sta dall’altra parte della barricata della violenza. Un esempio: il racconto vivido, fatto in privato a chi scrive degli incontri a Padova, a proposito dell’inchiesta «7 aprile» del procuratore Calogero sulla Autonomia di Toni Negri nella primavera del ’79. Tobagi è l’unico inviato che si presenta, armato solo del suo taccuino e del suo mite sorriso, in uno dei covi privilegiati degli autonomi, l’emittente Radio Sherwood. Si trova una pistola sul tavolo e una minaccia verbale esplicita e pesante. Eppure, in un dialogo serrato, fa notare che, mentre tutta la stampa era corsa alla Federazione del Pci di Padova per avere notizie e magari «la linea», lui offriva l’opportunità di esporre, se c’erano, le loro ragioni, ma in un quadro di correttezza informativa e di saldo rispetto delle regole democratiche. Li persuase, parlarono e quell’intervista resta la prova di un giornalismo libero, intellettualmente onesto e a quel punto estremamente scomodo. Negli ultimi mesi il disagio personale (e la feroce ostilità esterna) si accentuò: Tobagi vedeva il progressivo arroccarsi dell’informazione in una logica di «pensiero unico», in una perdita di curiosità e, talvolta, dentro l’influenza di inquinamenti torbidi. A chi scrive (che lo accompagnava a casa dal Corriere sempre più spesso, cambiando sempre gli orari, i percorsi e ogni tanto anche le automobili), confessava, oltre alle umanissime paure, una quasi rassegnata consapevolezza. «Non mi perdoneranno mai - confidava - di aver rotto l’unanimismo, anche informativo, di scrivere fuori dal coro, di aver fondato la corrente sindacale e soprattutto di aver vinto le elezioni tra i colleghi…». Per cui, quando, mesi dopo il delitto del 28 maggio 1980, si seppe che a idearlo e a eseguirlo era stata una brigata di giovanissimi, in parte ben inserita nel generone editorial-radical-chic milanese, apparve chiaro che il povero Tobagi, figlio di un ferroviere emigrato da Spoleto a Cusano Milanino e riformista cristiano, aveva finito per costituire un’anomalia non più tollerabile. È passato un quarto di secolo, è caduto il Muro, tutti sono diventati riformisti (anche quelli che magari potevano già esserlo ben prima, ma che, di fronte al «tabù» di un aggettivo, si erano scelti l’appellativo di «miglioristi»): eppure la vicenda professionale e umana e il lascito intellettuale di questa vittima di un odio inutile (figlio di tanti e insospettabili «cattivi maestri») interpella ancora la libertà delle coscienze.
Certo chi scrive è condizionato dall’aver condiviso con Tobagi la formazione storica e la fede religiosa, l’impegno professionale al Corriere della Sera e l’azione sindacale. E tuttavia come ritenere cancellato dallo scorrere del tempo questo passo del suo ultimo volume (pubblicato postumo con il titolo Che cosa contano i sindacati, dove si analizza il doloroso percorso e il faticoso scatto morale contro il terrorismo in fabbrica): «…I miti si stemperano nella riscoperta di una verità antica come la storia dell’uomo: non sono le parole tonanti, ma i comportamenti di ogni giorno che modificano le situazioni, danno senso all’impegno sociale: il gradualismo, il riformismo, l’umile passo dopo passo sono l’unica strada percorribile per chi vuol elevare per davvero le condizioni dei lavoratori. Ecco la lezione che le “dure repliche della storia” ripetono ancora una volta…». Forse quei tragici anni Settanta, come si è visto di recente con le mezze rivelazioni sul rogo di Primavalle, meritano ancora un ampio supplemento di verità. Ma, attenzione: quella violenza non è liquidabile come uno scontro fisico in cui fascisti e ultracomunisti avevano insieme i loro morti e i loro assassini. C’è stata una lunga sequela di sangue dove sono caduti troppi che credevano nella democrazia e non avevano mai predicato o praticato nessuna violenza. E un Paese che legittimamente vuol guardare avanti e costruirsi un futuro non può non ritrovarsi senza reticenze da una parte sola, «dalla parte di Abele». E non è un caso che al Convegno di fine maggio con il quale l’Associazione lombarda dei giornalisti intende onorare il suo presidente-martire abbia accettato con calore di parlare di impegno riformista il professor Michele Tiraboschi, allievo e biografo di Marco Biagi, ultimo Abele caduto sulla via del cambiamento nella libertà. Ecco perché anche Walter Tobagi ci parla ancora…