LIBERAL BIMESTRALE di Luca Doninelli Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005
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Alla domanda «chi è l’eroe del nostro tempo?» possiamo cominciare a rispondere ponendoci un’altra domanda: qual è l’eroe di cui abbiamo bisogno, oggi? O, ancora: quale idea di eroismo corrisponde meglio alle aspettative vere, quelle che ci bruciano nel cuore, alle quali spesso non sappiamo dare nemmeno un nome? La cultura offre modelli, definizioni, percorsi che non sempre si rivelano adeguati a noi. Periodicamente s’impone perciò il compito di ripartire, di ricominciare da capo la fatica della definizione, della traduzione delle esigenze in immagini, in nuovi modelli. Felice la terra che non ha bisogno degli eroi sentenziava Bertolt Brecht. Dove l’analisi marxista s’incrocia con un certo orgoglio illuminista e giacobino. L’uomo adulto, l’uomo uscito dal millenario stato di minorità non abbisogna di un tutore che si faccia carico della difesa della sua dignità. L’uomo adulto ha la dignità in proprio. Ma a noi questa definizione appare ancora convincente? Io penso di no. Un conto è il livello ontologico del problema, un conto quello storico-esistenziale. Sul piano ontologico è vero che la dignità pertiene all’uomo come tale. Ma lo scandalo viene dalla storia, dove il mantenimento di quell’integrità si rivela impossibile. Chi offende e chi subisce smarriscono, in modi diversi, questa dignità. Il cristianesimo lo chiama peccato originale. Per il marxista questa dimensione non esiste, perciò solo l’offeso viene espropriato, così che, una volta consumata la nemesi della storia, il giusto diritto verrà ristabilito. E, poiché l’insulto ha luogo dentro la macchina produttiva, dentro questa macchina ci sarà la vendetta. Non eroi dunque, ma solo necessità storica, perché l’azione del sopraffattore contiene già il seme del proprio fallimento. Inutile sottolineare le vicende che hanno condotto al fallimento di questa illusione, la cui utopia umanistica (perché il comunismo fa comunque parte, a differenza del nazismo, della storia dell’umanesimo) ha cercato di realizzarsi attraverso la più sistematica violazione della dignità dell’uomo che la storia ricordi. Non è un caso che i Paesi nei quali questo sogno persiste (Cina popolare, Corea del Nord, Cuba) siano anche i più arretrati quanto a tutela dei diritti umani. In altre parole, le terre che non avevano bisogno di eroi sono state anche le più sfortunate. L’eroe è un personaggio familiare alla storia dell’Occidente. Delle due grandi matrici della nostra civiltà, quella greca e quella giudaica, è però soltanto la prima a presentarci questa figura. L’ebraismo, in tutta la sua storia, ci presenta, se mai, un buon numero di antieroi. Non sono eroi né i patriarchi né i profeti, né Giobbe né Davide, e nemmeno la letteratura giudaica tra Ventesimo e Ventunesimo secolo o il cinema ci offrono figure di eroi di qualche rilievo. Il motivo semplice è che la cultura ebraica ha un solo eroe: Jahvè. Quello che nella cultura greca è un Fato inconoscibile, in quella ebraica ha un nome e un volto: è un «tu», al quale l’uomo buono si rimette come a un padre. Anche la ribellione e la contestazione dell’operato di Dio hanno l’aspetto di lamentele, rimuginii, che agli orecchi di Dio suonano più fastidiosi che offensivi. Di qui il grande filone comico della letteratura ebraica, fondato - così penso - sull’ironia sorridente, anche se talvolta irritata, che Dio manifesta nei confronti, ad esempio, di uno tra i suoi figli più caratteristici: Giobbe, appunto. Tutta la grande letteratura jiddish ed ebraica del Novecento (da Aleichem e Singer fino a Bellow e Philip Roth e al cinema di Woody Allen) può essere letta come una grande variazione sul tema di Giobbe. Questo rapporto fatto di fedeltà, di fiducia oppure di bisticcio, di lamentela e di ironia che lega l’uomo e Dio nel mondo giudaico non è possibile in quello greco, dove l’eroe è, piuttosto, colui che sottostà al Fato. Non può affidarvisi perché non lo conosce, ma non può nemmeno fuggirlo. Eracle, Achille sono gli eroi per eccellenza. Sono uomini straordinari perché accettano qualcosa che non conoscono o di cui non conoscono le ragioni. Perché Achille deve morire giovane? Quale giustizia ha stabilito questo decreto? L’ira di Achille esplode per una delusione abissale: pur conoscendo la brevità dei propri giorni, e pur avendo accettato tale decreto, Achille viene privato anche della felicità e della gloria che gli era stata promessa, sia pure per poco tempo. Il Fato non dà nulla più di quanto ha decretato, però a volte può togliere. La bilancia del dare e dell’avere non è mai in pari, per questo la vita è tragica. Anche la Bibbia è piena di episodi tragici (pensiamo alla morte di Assalonne) ma l’orizzonte nel quale tali fatti si verificano non è tragico, non essendo immaginabile alcuna cesura tra questi e il «dopo». La storia, in altre parole, continua, Dio non smette di accordare la propria preferenza, non smette di avere un piano, per così dire, d’investimento sull’uomo e sulla storia. La tragedia, invece, è una cesura, un taglio: non ha né «prima» né «dopo», non continua più. Non c’è dubbio sul fatto che, se i contenuti tragici possono risultare a noi familiari per consuetudine di studio, la sensibilità estetica odierna sia tuttavia più vicina al modello ebraico che a quello greco. Il tempo come continuità - idea che solo il concetto di un dio personale poteva permettere - è alla radice del romanzo moderno. La cultura giudaica è una cultura narrativa, quella greca classica non lo è. È comunque dall’unione, dalla convivenza - non diciamo dalla conciliazione, che non c’è mai stata - tra i due modelli che si afferma la mentalità occidentale, dove la narratività (ossia la tendenza al trapassare degli eventi dall’uno all’altro, determinando di necessità una sospensione del giudizio sugli stessi) si lega strettamente a un’attitudine assertoria, definitiva, nella quale il giudizio deve essere pronunciato continuamente. Claudio Magris ha più volte osservato, a ragione, che in uno stesso episodio narrativo i punti di vista compossibili (ma assolutamente non conciliabili) sono sempre due: quello nel quale l’episodio viene letto nel quadro di un disegno storico più generale (ad esempio, la morte di Gesù nel quadro del disegno di salvezza di Dio) e quello nel quale l’episodio consiste in sé (il dolore, lo strazio, il grido di Gesù sulla croce). Così l’eroismo s’introduce nel continuum storico, l’unicità nella generalità, il particolare nell’universale - senza perdere il suo carattere di particolare, per cui il particolare è qualcosa di più dell’universale: actus essendi, come lo definisce San Tommaso D’Aquino.
L’eroe risorge dunque, periodicamente, in tutta la storia occidentale. Dagli eroi romani (i vari Orazio Coclite, Attilio Regolo, Menenio Agrippa) a quelli romantici, fino agli eroi militari e civili del nostro tempo. Dal Medioevo in avanti la fisionomia di questo eroe si modella quasi sempre sulla figura di Cristo, anche se spesso - soprattutto in età moderna - si tratta di un’imitazione piena di ambiguità. L’eroe romantico, ad esempio, è colui che assume su di sé, facendole morire con sé di un’unica morte, tutte le contraddizioni dell’uomo e della storia. Il limite del romanticismo - come di tutto l’intellettualismo occiedentale - è però, come accennato, quello di raffigurare l’eroismo come emblema, sfuocando i contorni storici e morali del suo operare. Ma sfuocare i contorni significa generare ambiguità circa l’origine dell’atto eroico. Nelle sue opere Perché la Chiesa? e La coscienza religiosa dell’uomo moderno don Luigi Giussani, recentemente scomparso, contrappone due immagini dell’eroe: il self-made man, che ha la sua origine nell’uomo «divo» umanistico e rinascimentale («Del Paradiso è degno l’uomo che ha compiuto grandi azioni in questa terra», diceva Coluccio Salutati), e l’eroe cristiano, il cui statuto d’eroe non è dato dall’aver compiuto grandi azioni, bensì dai meriti acquisiti. La definizione che Giussani dà del concetto di merito è da prendersi in attenta considerazione: «Coscienza del destino e affezione al mondo nelle circostanze in cui Dio chiama». Qui possiamo rintracciare i termini per una visione contemporanea - ossia soddisfacente, perché solo ciò che è contemporaneo, solo un significato che consta come fatto hic et nunc, e non come pura idealità, può dare vera soddisfazione - dell’eroismo. L’esempio commovente di Nicola Calipari ci illumina in questa direzione. Calipari è un eroe perché ha fatto quello che doveva fare in quella precisa circostanza, ossia perché le ragioni che lo hanno mosso nella vita - e dunque anche e soprattutto nella vita quotidiana - lo hanno mosso anche in quella circostanza estrema. Ha continuato a essere, lì, quello che era sempre stato. Nella vita quotidiana abbiamo assai di rado l’occasione di salvare o non salvare una vita (anche se forse le occasioni sono un po’ più numerose di quello che crediamo). Abbiamo a che fare con la routine del lavoro, con i figli che crescono, con l’automobile da far revisionare, con la scelta del film da vedere, con il filtro della caffettiera, con un piede che ci duole, con una malattia che spunta improvvisa e sgradevole. Ma il non-eroismo di questa vita è solo apparente: ci sembra poco eroica perché l’accettazione del destino ci si presenta in una veste di consuetudine. Anche a una grave malattia a poco a poco ci si abitua. Cosa ci vuoi fare? dicono molti, e non si accorgono di quanto eroismo c’è in quel loro procedere verso un futuro fattosi all’improvviso imminente e oscuro. L’eroismo c’è, insomma, basta volerlo vedere: e c’è soprattutto per quegli uomini che non vogliono chiudere preventivamente, mediante un calcolo meschino, le occasioni di ferimento, di contraddizione, di contestazione che la vita dispensa. La tentazione di tenere la vita, quella vera, fuori dal recinto del nostro quotidiano, è forte, specialmente quando si è a corto di ideali (difficilmente un uomo senza ideali si sarebbe trovato a fianco di Giuliana Sgrena, in quella disgraziatissima sera). Ma, per quanto presa col contagocce, la vita riserva sempre, a tutti, le proprie pagine eroiche. Perciò ha ancora senso quello che, cent’anni fa, scriveva Charles Péguy, quando sosteneva che, specialmente in una società come la nostra, il vero eroe è il padre di famiglia. Chi si cura, oggi, della famiglia, del destino dei suoi membri? In una società indifferente, chi condurrà in porto questa nave che si trova ricorperta di cattivi auspici fin dal momento del varo? Un padre lotta davvero contro tutto e tutti per salvare i suoi cari dalla tempesta dei tempi. E talvolta soccombe. A questa immagine io lego il tema dell’eroe. Il grande eroe è sempre figlio di una quotidianità affrontata a viso aperto.
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