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George W. Bush: pro e contro

LIBERAL BIMESTRALE
di Joseph Bottum e Michael Novak
Due intellettuali repubblicani
a confronto sul loro presidente

Liberal n. 40 - maggio-giugno 2007

 

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Ha tradito i neocon
di Joseph Bottum

A che punto è oggi il conservatorismo sociale, dopo sei anni di amministrazione Bush, che quasi tutti gli osservatori considerano uno dei presidenti più socialmente conservatori degli ultimi decenni? Nessuno nega che, oltre alle ombre, vi siano state delle luci, quali ad esempio la sconfitta del leader dei Democratici al Senato, Tom Daschle, nel 2004, la nomina dei Giudici Roberts e Alito alla Corte Suprema nel 2005 e qualche successo referendario nel 2006. Non è chiaro, però, quale sia la valenza di tutto ciò. Dall’insediamento alla Casa Bianca di George W. Bush si è fatto molto rumore. Aborto, eutanasia, cellule staminali, pubblica esibizione dei simboli del Natale, matrimoni omosessuali, pornografia nei film, iniziative religiose, immigrazione, patriottismo palese: siamo stati ammoniti dai media, più e più volte, che i Repubblicani stanno trasformando l’America in un paradiso del puritanesimo. Ma, in fin dei conti, i mass media hanno per la maggior parte vinto, mentre i Repubblicani hanno in larga misura perso. Oggi, il conservatorismo sociale è in forma solo leggermente migliore rispetto a quando è stato eletto Bush. Per alcuni aspetti, le sue condizioni sono addirittura peggiorate. A dire il vero, nessuna ala del conservatorismo ha prosperato molto sotto l’amministrazione Bush, soprattutto dopo l’inizio della guerra in Iraq. Il conservatorismo economico ha conseguito una serie di vittorie, soprattutto in materia di tagli fiscali, ma sui temi più cari a quei conservatori, quali l’aumento eccessivo della spesa pubblica, hanno subito una cocente sconfitta.
Dal 2000 al 2006, il Congresso repubblicano si è dimostrato indisciplinato in materia di finanza pubblica tanto quanto il precedente Congresso democratico e, in alcune occasioni, persino meno disciplinato di questo, come hanno dimostrato gli episodi legati al diritto ai farmaci su ricetta medica e alle operazioni di soccorso delle popolazioni colpite da Katrina. Per non parlare degli scandali che hanno coinvolto Tom Delay, Jack Abramoff, Mark Fole e tutto il resto. I Repubblicani di Gingrich hanno utilizzato il lungo elenco di episodi di corruzione verificatisi in seno al Congresso per sconfiggere i Democratici nel 1994, ma si sono dimostrati pronti a entrare a far parte della schiera dei corrotti trascorso qualche anno al potere. 
Anche i neoconservatori hanno sofferto. Iniziali istigatori del sovvertimento del regime di Saddam Hussein e tra i primi a comprendere pienamente la minaccia del jihadismo mondiale, i neocon sembravano aver ottenuto ciò che volevano con l’invasione dell’Iraq anche agli occhi dei mass media. Ma l’amministrazione Bush non ha dato loro il tipo di guerra e ancor meno il tipo di pace che avevano invocato. Perché, oggi, il governo sudanese dovrebbe temere un intervento degli Stati Uniti per arrestare il massacro in corso nel Darfur? Perché gli iraniani dovrebbero temere una rappresaglia statunitense contro la messa a punto dell’ordigno nucleare? Poco dopo l’iniziale successo dell’invasione dell’Iraq, la Libia ha annunciato che avrebbe eliminato le proprie armi di distruzione di massa. Oggi è difficile immaginare un qualsiasi Paese mediorientale fare la stessa cosa. Dal 2003, i neoconservatori sono stati il capro espiatorio di una sinistra rinvigorita da un’amministrazione Bush in difficoltà, il tutto mentre la stessa amministrazione respingeva i loro suggerimenti politici, culminati con la sconfortante nomina dell’autoproclamatosi realista Robert Gates a nuovo ministro della Difesa. Perché, dunque, i conservatori avrebbero dovuto acclamare il Discorso sullo Stato dell’Unione del presidente Bush del gennaio scorso? Se non abbiamo ancora saputo dimostrare al mondo che sappiamo aver ragione del jihadismo, se non abbiamo ancora sotto controllo la spesa pubblica, se non abbiamo compiuto alcun progresso duraturo sulle questioni importanti relative alla vita, se tutto ciò che il governo repubblicano è riuscito a fare negli ultimi sei anni è stato soltanto ispirare una accesa opposizione interna e internazionale, allora sono state sprecate molte opportunità. Oggi, tutti i conservatori che conosco sono demoralizzati e hanno ragione di esserlo. Con il presidente Bush, il conservatorismo ha vinto soltanto nel senso che non ha perso velocemente come avrebbe invece fatto sotto la guida di Gore o Kerry. Una volta riconosciuta la debolezza di Bush, gli esperti concordano nel rilevare il tradimento di una forma di conservatorismo autentico. Viene scritto un libro dopo l’altro - dall’Imposter di Bruce Bartlett al testo State of Emergency di Patrick Buchanan, dal libro di Jeffrey Hart dal titolo The Making of the American Conservative Mind a quello di Richard Viguerie intitolato Conservatives Betrayed - in cui diversi conservatori per loro stessa definizione denunciano l’apostasia e il tradimento di George W. Bush. Quindi, Bush è un ideologo, mentre i conservatori sono pragmatisti. Oppure Bush è uno spendaccione mentre i veri conservatori mirano al pareggio del bilancio. O Bush è espansionista mentre i veri conservatori sono isolazionisti. O, ancora, Bush è un credente religioso mentre i veri conservatori sono fautori di un certo scetticismo religioso.
Alcuni dei commentatori summenzionati e segnatamente i seguaci del conservatorismo economico, formulano lamentele fondate, sebbene come noi tutti debbano ammettere che le cose sarebbero andate anche peggio sotto un’amministrazione democratica. Ma la loro conclusione secondo cui la Casa Bianca avrebbe operato sotto falsa bandiera è grottesca. Bush si è dimostrato conservatore in tutto ciò che ha provato a fare: la riforma del sistema dell’istruzione, della previdenza sociale, il ripristino della religione sulla pubblica piazza, l’affermazione della grandezza americana, fino alla nomina dei giudici. Naturalmente, lungo il tragitto, sì è anche dimostrato sventurato. Il problema non è la sua mancanza di conservatorismo. Il problema sta nella sua mancanza di competenza. A parte i convincimenti ancora non certamente anti abortisti dei giudici della Corte Suprema, qual è il maggior successo rilevabile? Durante i primi giorni della sua presidenza, Bush ha dichiarato che il grande lascito del suo governo sarebbe stato costituito da un rinnovato sostegno dello Stato alle istituzioni religiose - e avrebbe potuto esserlo, se non fosse tutto ben presto finito in una serie di ridicoli passi falsi politici, occasioni non colte e lotte intestine all’amministrazione, tanto feroci che il direttore dell’ufficio preposto alle attività di sostegno religioso ha scelto le pagine di Vanity Fair per denunciare i suoi colleghi, definendoli una massa di «machiavellici abitanti di Mayberry» (Mayberry Machiavellians). Le cellule staminali costituiscono forse l’eccezione, perché su questo tema il presidente Bush ha seguito una linea conservatrice. Tuttavia, giova ricordare il modo in cui lo ha fatto: lasciando che il tema del finanziamento pubblico della ricerca sulle staminali embrionali portasse a una crisi, evitabile se ci si fosse mossi più rapidamente. Consentendo al dibattito di scaldarsi, l’amministrazione ha permesso all’opposizione di spostare l’attenzione dall’aborto, ambito in cui il movimento anti abortista sembrava avere la meglio, alle cellule staminali embrionali, tema in ordine al quale la nazione doveva ancora formarsi un’opinione. Esiste una ragione per cui il termine «aborto» non è mai stato pronunziato dal podio durante la convention democratica del 2004, mentre l’espressione cellule staminali è stata strombazzata decine di volte. Una corretta iniziativa, anche quando assunta in maniera forte, non è la stessa cosa di una leadership persuasiva.
È molto probabile che le conseguenze di una sconfitta americana in Iraq siano simili. I jihadisti di tutto il mondo saranno ispirati da crescente violenza, mentre la «lezione irachena» tratterrà i governi americani, sia democratici che repubblicani, dall’inviare i propri soldati a combattere all’estero. Gli oppositori più deboli dell’Islam radicale diventeranno ben presto ancor più vulnerabili. Il Sudan meridionale può forse farcela senza almeno la minaccia a distanza di un intervento militare americano? E la Nigeria? L’Indonesia? Anche il terrorismo dilagherà quando un’America ridimensionata scoprirà di non potere realisticamente minacciare Paesi quali Siria, Iran e Corea del Nord con rappresaglie militari se offrono il loro sostegno a organizzazioni terroristiche. A livello nazionale, un’ampia schiera di conservatori uscirebbe screditata da un’eventuale sconfitta in Iraq ed è per questo che i loro oppositori liberali e radicali si affrettano con tanto zelo a dichiararla una guerra ormai persa. Sui temi della criminalità, dell’aborto, della scuola e della spesa pubblica - tutta la litania delle questioni interne - il movimento conservatore americano potrebbe ritrovarsi a dover ricominciare daccapo, a riprendere dove aveva lasciato nel 1974. Il risultato sarà forse più sconfortante per i conservatori sociali, perché vedrebbero vanificati anni di conquiste intellettuali e politiche contro l’aborto. E dobbiamo riconoscere un dato di fatto: siamo già stati sconfitti in Iraq. Forse non letteralmente: una politica migliore, meglio attuata, potrebbe ancora dar vita a un Paese stabile e democratico; e certamente non dal punto di vista storico: l’Iraq rappresenta soltanto l’inizio di quella che deve essere una lunga lotta contro il jihadismo mondiale. Ma, almeno la battaglia a favore della percezione della guerra in Iraq si è rivoltata assolutamente contro gli Stati Uniti. Agli occhi dell’opinione pubblica americana e del mondo islamico abbiamo perso, e perso malamente. Il motivo è costituito dal presidente Bush. Il suo governo ha mal gestito gli aspetti logistici della guerra e quelli politici legati alla percezione della stessa quasi in ugual misura, da Abu Ghraib all’esecuzione di Saddam Hussein. Nel 2000, i conservatori hanno votato per George W. Bush perché credevano che sarebbe stato l’opposto di ciò che era stato Bill Clinton e, sfortunatamente, egli si è rivelato proprio così. Se Clinton sembrava un uomo di grande abilità politica e privo di principi, Bush è stato un uomo di principio e di scarsissima abilità politica. I timori legati alla sicurezza dopo gli attentati dell’11 settembre e la generale ondata di conservatorismo registrata in America hanno consentito ai Repubblicani di vincere le elezioni del 2002 e del 2004. Ma nel 2006 Bush aveva ormai sprecato il vantaggio acquisito dal suo partito, tanto che persino lo spettro di Nancy Pelosi quale presidente della Camera dei Rappresentanti non è stato sufficiente a far restare al potere i Repubblicani.
Abbandonare l’Iraq ora significherebbe raggiungere il picco massimo dell’irresponsabilità. Fisserebbe indelebilmente la percezione della sconfitta, con tutte le conseguenze prevedibili e significherebbe abbandonare gli iracheni, ai quali abbiamo promesso libertà e democrazia. Il presidente Bush ha senz’altro fatto la cosa giusta rifiutando di ritirarsi e promuovendo la permanenza in Iraq. Ma non è forse sempre questo il problema? Fa sempre la cosa giusta nel modo sbagliato finché, alla fine, gli errori travolgono le cose giuste. I conservatori come possono continuare a sostenere quest’uomo nella maggior parte delle cose che cerca di fare? L’Iraq non è l’insuccesso dell’America e non rappresenta il fallimento del conservatorismo. Siamo al punto in cui siamo a causa degli insuccessi di George W. Bush. Tutti i candidati Repubblicani alla presidenziali del 2008 devono comprendere bene il compito cui sono chiamati nei prossimi due anni. Gli ideali di George Bush gli sono valsi due mandati da presidente e la sua incompetenza ha alla fine consegnato il Congresso ai suoi oppositori e dato vigore ai nemici nel mondo. L’Iraq ha bisogno di un presidente degli Stati Uniti che faccia propri i principi di Bush e ne disconosca le politiche. Gli Stati Uniti anche.
Comunque ha aperto una nuova era
di Michael Novak
Poco dopo il discorso di Bush sullo Stato dell’Unione dello scorso mese di gennaio, ho presenziato a una riunione dei conservatori tenutasi a Washington, D.C., ove ho ascoltato una serie di critiche a Bush, rimproverato di essersi discostato dai principi conservatori. V’era speranza ed energia, naturalmente, ma anche più avvilimento di quanto mi aspettassi: un avvilimento condiviso anche da Joseph Bottum. Io sostengo molto di più l’amministrazione Bush. Le opinioni di Bottum, molte delle quali assolutamente fondate, lo ammetto, implicano due riflessioni di carattere generale. La prima riguarda la sua convinzione che la guerra in Iraq sia «già persa» (ed egli definisce la sconfitta aggiungendo l’espressione «in termini di percezione»). La seconda riguarda il criterio di «competenza» o «abilità», la cui carenza costituisce una delle accuse più gravi di Bottum a Bush. Per quanto concerne la percezione della guerra in Iraq, giova ricordare come la percezione sia mutevole. All’inizio della guerra, nel 2003, al New York Times bastarono meno di tre settimane per pubblicare un réportage in prima pagina a firma di uno dei suoi più quotati inviati dell’ultima generazione, R.W. Apple, in cui compariva il duro termine utilizzato dalla generazione del Vietnam «pantano» (quagmire) assimilato al ginepraio in cui si erano già impantanati, a detta di Apple, i soldati americani in Iraq. Tre settimane dopo, quelle stesse truppe impantanate erano entrate a Baghdad e guardavano la folla giubilante abbattere l’enorme statua di Saddam Hussein al centro della città e organizzare una caccia sistematica al deposto carnefice della Mesopotamia. Naturalmente, mutevole o no, quella che in questo Paese viene definita percezione è ancora determinata in maniera eccessiva dagli organi d’informazione liberali e segnatamente il New York Times, il Washington Post e i principali network televisivi. Ma come ci ha insegnato Ronald Reagan, le percezioni, siano esse alimentate dai media liberali o no, nei fatti controllano il modo di pensare degli americani. Come sottolineato da Clare Boothe Luce, dalla sua esperienza di attore in film di bassa qualità, Reagan ha appreso la differenza esistente tra il botteghino e la critica. Se si ha successo al botteghino, si può essere trattati in maniera straordinariamente amabile dalla seconda. Ha dimostrato come l’ostilità di tutti i media liberali non potesse, in fin dei conti, soffocare la realtà dettata dal buon senso.
Concordo con Bottum quando afferma che, secondo la visione che ne hanno dato i media, la guerra è stata persa. Ma possiamo anche aspettarci che tale percezione si capovolga ove nei prossimi sei mesi gli eventi cambiassero radicalmente direzione. Consideriamo tre eventualità positive. Naturalmente, potrebbe non avverarsene nessuna, ma supponiamo per un istante che lo facciano e immaginiamo come cambierebbe, conseguentemente, la percezione della situazione. In prima ipotesi, supponiamo che Al-Sadr ordini ai suoi seguaci del Mahdi di riporre le armi, di smantellare i posti di blocco e di collaborare con l’esercito iracheno e i nuovi battaglioni americani. Naturalmente, Al-Sadr potrebbe decidere di seguire il sanguinario principio «o la va, o la spacca». Eppure, non è molto probabile che i risultati degli scontri diretti tra soldati americani e forze irachene lo invoglino particolarmente a seguire tale direzione. Potrebbe voler risparmiare il proprio esercito per difendere gli sciiti in futuro. In seconda battuta, supponiamo che Al Qaeda, che sta gradatamente raccogliendo tutti gli altri gruppi dissidenti sotto la propria ala, abbandoni Baghdad per stabilire le proprie basi in località più remote, a Nord della provincia di Anbar. Potrebbe farlo per la stessa ragione che ha spinto Al-Sadr: evitare il confronto con gli armamenti moderni, le capacità straordinarie e il comprovato coraggio delle forze americane. Lo stile di Al Qaeda non è più quello del confronto faccia a faccia con le forze superiori: preferisce il terrorismo subdolo e vile perpetrato da pochi. E se si ammassano in uno scontro aperto, tanto meglio: favoriranno una vittoria nazionale irachena coadiuvata dalla potenza di fuoco statunitense. Supponiamo, quale terza ipotesi, che capi tribù sunniti e le altre autorità locali della provincia di Anbar riconoscano due realtà: che rivendicare il governo dell’Iraq è vano e l’obiettivo dei sunniti deve consistere nella sopravvivenza (per cui è vitale la protezione americana) e che la vuota spavalderia e le smodate ambizioni degli insorti stranieri di Al Qaeda, dei sunniti e degli antiamericani, nonché degli ex baatisti sono una maledizione, che non ha portato altro ai sunniti che spargimento di sangue, dolore e disperazione. Ammettendo quanto sopra, i sunniti potrebbero iniziare a reagire, con slancio sempre maggiore, contro ciò che resta della rivolta interna e contro il terrorismo di Al Qaeda. La popolazione della provincia di Anbar potrebbe cacciare i propri persecutori e iniziare a sentirsi sicura. Ove si realizzassero tali condizioni, l’Iraq riuscirebbe ad apparire abbastanza tranquillo. Molti Paesi hanno subito pesanti bombardamenti da parte dei dissidenti, senza peraltro perdere il controllo della società civile.
Con il senno di poi, appare evidente come il presidente Bush abbia commesso un grave errore non accogliendo i suggerimenti avanzati nel 2006 dai Democratici, che proponevano di potenziare le forze di stanza a Baghdad e operare un cambio ai vertici del Pentagono, nonché nelle fila dei generali impegnati sul campo. I Democratici erano favorevoli all’aumento delle truppe, prima di dichiararsi contrari. Bush avrebbe dovuto desistere «con rapidità e chiarezza e andarsene». Avrebbe dovuto modificare la missione, «affidandone il controllo agli iracheni non appena possibile». Avrebbe dovuto comprendere la cruciale importanza, in guerra, dell’obiettivo principale: la vittoria. In una guerra contro gli insorti, è possibile conseguire tale obiettivo soltanto dando sicurezza alla popolazione, innanzitutto quella di Baghdad. (La maggior parte delle altre zone dell’Iraq, dal Kurdistan a Nord al Sud sciita, sono già abbastanza sicure, perché meno densamente popolate). A ogni modo, ora il presidente ha mutato strategia e ha sostituito i generali incaricati di attuarla.
Ora ha dei comandanti che credono nella vittoria e che, quindi, hanno delineato la strategia per conseguirla. In guerra, nulla può sostituire la vittoria. È necessaria anche all’etica della guerra giusta, che richiede una «ragionevole speranza di successo». Le accuse di mancanza di competenza formulate da Bottum sono più inquietanti, sebbene forse egli si aspetti dal governo più di quanto questo sia in grado di dare. Una lezione ormai consolidata ci insegna che, anche nel migliore dei periodi storici, il governo è notevolmente incompetente e più diventa grande, più diventa incompetente. Basti pensare al tempo necessario per ottenere una licenza edilizia, immatricolare un’automobile, porre rimedio a un errore del governo sui moduli per la dichiarazione dei redditi o sulle bollette delle utenze. Pensiamo a quanto siano pochi gli uffici statali che, pur trovandosi nello stesso edificio, comunicano tra di loro e quante volte veniamo rimandati dall’uno all’altro. È per questo che il presidente Kennedy, scherzando, soleva dire che avrebbe emanato ordini esecutivi e che i responsabili si sarebbero seduti alle scrivanie dei loro uffici, per discuterne e riflettervi, finché fosse stato impossibile assumere qualsivoglia iniziativa. Egli capì subito quanto sia impotente un presidente quando deve passare attraverso le pastoie burocratiche. E credo di ricordare quanto fosse incompetente la prima serie di generali di Lincoln, così come il ministero della Guerra, il ministero della Giustizia e praticamente ogni altro organo dello Stato. Anche Lincoln fu spesso accusato di essere incompetente, pasticcione e ingenuo.
Il presidente Bush non deve assolutamente essere promosso per gli errori che ha compiuto e le errate interpretazioni della situazione, né per la lentezza con cui vi ha posto rimedio. Eppure, si dovrebbero applicare dei principi adeguati alla natura umana. In politica, come scrisse Aristotele, dobbiamo aspettarci «un pizzico di virtù». Aspettative eccessive nei confronti di qualsiasi collaboratore stretto del presidente non costituiscono un criterio di valutazione adeguato. Inoltre, nonostante i duri colpi assestati al nostro sistema bancario, dei trasporti e degli investimenti, le determinanti misure adottate da Bush hanno consentito alla nostra economia non soltanto di recuperare le ingentissime perdite finanziarie causate dagli eventi dell’11 settembre, ma anche di raggiungere vette mai toccate prima. Ne è stato un esempio il discorso sullo Stato dell’Unione pronunziato da Bush nello scorso mese di gennaio. Per tutto il giorno, prima del discorso, la stampa aveva descritto un presidente per cui nessuno nutriva stima, affatto amato, un fallimento senza speranze: uno dei peggiori presidenti della storia. Ha sorpreso, quindi, quando Bush, iniziando con il rivolgere un cordiale complimento al nuovo presidente della Camera dei rappresentanti, si è trovato dinanzi a un pubblico improvvisamente attento, che lo ha ripetutamente applaudito. È vero: alcuni hanno detestato il fatto di doverlo applaudire. Ma il modo con cui il presidente ha illustrato le proprie argomentazioni ha reso loro molto difficile non alzarsi. Secondo i media, i due terzi del pubblico televisivo erano costituiti da Democratici o Indipendenti (probabilmente in ragione della presenza del nuovo presidente della Camera). Quindi, con grande sorpresa, i sondaggi hanno rivelato che una straordinaria maggioranza del 78% del pubblico ha avuto un’impressione positiva del discorso. Un’altra svolta sorprendente si è avuta nel registrare come il numero di cittadini favorevoli all’aumento dei soldati in Iraq fosse repentinamente aumentato, passando dal 43 al 52%. Il presidente ha fatto leva su uno stile retorico quasi mai utilizzato prima, che gli si addice molto: un modo di parlare molto migliore, più sobrio, diretto e semplice, notevolmente meno poetico rispetto a quello utilizzato nella maggior parte dei suoi celebri discorsi. Inoltre, per più della metà del suo intervento, ha trattato temi che, secondo molti, sono abitualmente appannaggio dei Democratici: l’ambiente, la politica energetica, una politica dell’immigrazione di ampio respiro e l’assistenza sanitaria. A dire il vero, data la nuova maggioranza presente in entrambi i rami del Parlamento, sui primi tre punti egli è sembrato spingersi troppo oltre nella direzione statalista (sebbene, leggendo tra le righe, fosse possibile comprendere quanto facesse affidamento sulle aziende private). Sul quarto punto, ha compiuto un importante passo in avanti verso l’individuazione di un sistema sanitario più competitivo.
L’unico e principale tema da affrontare resta, comunque, la minaccia jihadista. Le parole terribili pronunziate dai jihadisti e trasmesse dagli organi d’informazione possono sembrare folli, ma sono accompagnate da iniziative continue e persistenti in tutto il pianeta. Il loro obiettivo dichiarato consiste nel convertirci con la forza all’islam o sterminarci, affinché il califfato possa diffondersi nel mondo: un’unica religione, una sola forma di governo. Il presidente Bush ha affrontato tale minaccia con semplicità e forza mai mostrate prima. Molti non vedono il pericolo come lo vede Bush. Non riconoscono quanto dichiarato più volte da Bin Laden e dai suoi seguaci: cioè, che l’Iraq costituisce oggi il fronte della Jihad. Alcuni in America si dicono pronti a ritirare le truppe statunitensi. Sembrano voler provare che Bin Laden ha ragione quando asserisce che, in ogni combattimento prolungato, i più deboli sono gli Stati Uniti, mentre i jihadisti sono i più forti, gli unici a essere rispettati dalla popolazione. Devo ammettere di apprezzare quasi sempre le sfumature nella retorica politica, anche quando a parlare sono politici dei quali non condivido le strategie. Ad esempio, ho trovato molto interessante la risposta di Jim Webb al discorso di Bush di quest’anno, nonostante non concordi con molte delle sue argomentazioni. Sono quindi uno dei critici del dibattito politico meno esigenti. Eppure, non ricordo molti interventi in cui un presidente si sia trovato dinanzi a una tale opposizione. E non dimenticherò mai le scene che sono seguite, quando anche i più duri e dichiarati oppositori di Bush si sono schierati ai lati del corridoio di uscita, tendendogli il programma da autografare. La canzonatura è continuata per circa venti minuti, un’abbondanza di affettuose pacche sulla spalla e sembrava regnare la cordialità. Naturalmente, Washington è una città in cui (come dice una vecchia barzelletta) nessuno prende l’amicizia come una cosa personale. È però anche una città in cui l’audacia disprezzata da molti, quale quella di Harry Truman, ad esempio, ha caratterizzato gli individui più modesti e viene apprezzata soltanto in seguito. Accade spesso che i capi di Stato vengano arsi in effige nello stesso luogo in cui, successivamente, si rende omaggio alla loro statua luccicante. Se è questo il destino della fama di Bush, il suo discorso sullo Stato dell’Unione del 2007 potrebbe essere considerato il cardine sul quale si è imperniata la graduale svolta.
Le critiche di Joseph Bottum meritano una riflessione, sebbene egli applichi criteri che si confanno agli angeli, non agli esseri umani, per natura imperfetti e sembri ignorare alcune iniziative positive varate dal bersaglio delle sue critiche, quali il lavoro svolto per l’Aids, per i poveri dell’Africa e per contrastare la tratta di esseri umani. Per quanto si possa ritenere erronea la sua comprensione di ciò che era possibile fare, nessun presidente ha difeso la vita umana più di quanto abbia fatto Bush. Gli si deve riconoscere come minimo che, posto dinanzi alla feroce ostilità dimostratagli in America e all’estero, George Bush si è rivelato un uomo coraggioso e determinato, che ha rischiato la presidenza dando lo slancio ai Democratici in Medio Oriente. Anche ove, sul breve periodo, egli fallisca - cosa che molti di noi non sono ancora pronti a dare per scontata - in futuro alcuni musulmani ricorderanno come in un momento difficile un presidente americano, pagando un prezzo altissimo, abbia preso a cuore le loro sofferenze, i loro diritti naturali e gli angeli più buoni dei loro sogni. Bush ha mostrato loro i principi democratici in base ai quali giudicheranno per sempre altri movimenti politici e altri leader. Non si tratta di risultati trascurabili.
(Traduzione di Valentina Maiolini)

© First Things marzo 2007 - liberal
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