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Ma fu una vera svolta

LIBERAL BIMESTRALE
di Antonio Spinosa
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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La data del 25 aprile del 1945 sancisce il definitivo crollo del regime fascista e la liberazione dell’Italia dall’occupazione delle armate del Terzo Reich. Si impongono nell’esame di quell’evento due diversi giudizi: uno di carattere storico, l’altro di natura politica. Tale distinzione può apparire ardua poiché storia e politica sono realtà fra loro strettamente intrecciate. Uno sforzo di separazione va però compiuto proprio quando un evento non è ancora completamente entrato a pieno titolo nella storia e continua a vivere nelle coscienze come cronaca dei nostri giorni. In base a questo sforzo ciò che è accaduto deve passare in quanto lotta politica, affinché non riesplodano disfide storicamente superate. Al tempo stesso sul piano storiografico è bene che il passato resti eternamente presente, al fine di non perdere la memoria degli accadimenti di ieri. Se il fascismo è qualcosa di storicamente concluso, la Resistenza e la lotta partigiana costituiscono la base della legittimità repubblicana del Paese. Si celebra il 25 aprile come condanna del fascismo e come realtà politica di un sessantennio di democrazia attraverso il doloroso passaggio dalla prima alla seconda Repubblica e la crisi morale di Tangentopoli. Eppure questi fatti, poco edificanti per una nazione civile, nulla hanno tolto alla solidità dei princìpi di libertà in cui il popolo italiano crede. Questa certezza trae ispirazione proprio dai giorni della guerra di liberazione. Libertà: questa sola parola evoca un lontano 25 aprile di sessant’anni or sono quando le città dell’Italia settentrionale insorsero contro le indebolite forze naziste scacciandole, definitivamente, oltre le innevate vette alpine. Insieme alle truppe hitleriane venivano piegate anche le sconnesse truppe repubblichine che avevano cercato di tenere in vita il torbido regime instaurato dall’uom fatale di Predappio. Fu un miracolo compiuto con eroismo dall’intero popolo italiano. Centinaia e centinaia di persone appartenenti a diversi schieramenti politici - dai comunisti ai monarchici, dai socialisti ai democristiani - si coalizzarono per combattere il nemico e, in un estremo sacrificio, per salvare l’unità nazionale in uno dei momenti più tragici della sua storia. Si gettavano allora i semi della futura Italia repubblicana destinata a essere governata da un popolo più cosciente e maturo. Se durante le guerre risorgimentali erano state soltanto ristrette classi sociali a partecipare all’unificazione dei tanti staterelli voluti dal ferale Congresso di Vienna, nella primavera del 1945 erano tutti gli italiani - ricchi e poveri, uomini e donne - a desiderare la salvezza e la libertà della patria comune. Strano a dirsi, ma nel diabolico ginepraio della guerra, quando tutto sembrava perduto, sbocciavano i germogli di un mondo nuovo. L’aprile del 1945 fu un mese decisivo per le sorti del secondo conflitto mondiale e dei suoi maggiori protagonisti. Mussolini e l’amata Claretta venivano fucilati e oltraggiati, Hitler e la fedele Eva ponevano fine alla vita nei bui tuguri del bunker della Cancelleria. I russi dilagavano in terra germanica e gli angloamericani nella penisola italiana e oltre le sponde del mitico Reno, in Belgio. La soldataglia di Tito invadeva i territori triestini dando inizio alle stragi delle foibe. Speranze e illusioni, vita e morte continuavano a scontrarsi in quei sanguinosi giorni; la liberazione avanzava, ma l’Italia era ridotta a un cumulo di macerie, dilaniata dall’odio di fazioni in lotta fra loro. Le premesse alla grande svolta del 25 aprile vanno ricercate nei molteplici eventi che caratterizzarono la politica italiana all’indomani della caduta del fascismo, durante la famosa riunione del Gran Consiglio tenutasi nella notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943. Il duce, messo in minoranza da coloro che fino a pochi giorni prima erano stati suoi fedeli confidenti, veniva fatto arrestare da Vittorio Emanuele III e tratto in isolamento sul Gran Sasso. Arrivava quindi l’armistizio dell’8 settembre, ma la nazione si trovava divisa nettamente in due, sia militarmente sia politicamente. Nelle regioni meridionali lo sbarco degli alleati aveva creato una zona franca in cui il saggio Vittorio Emanuele aveva potuto rifugiarsi al fine di ricostituire un governo provvisorio con a capo il maresciallo Badoglio, evitando così di far cadere in mano tedesca i vertici del potere istituzionale italiano. Il re aveva fatto una scelta coraggiosa, imitando in ciò, si può dire, il glorioso Pompeo Magno il quale, vedendo Roma minacciata dalle armate di Cesare, aveva portato altrove i simboli della Res publica: li metteva in salvo, e offriva allo Stato più sicure difese. Nelle regioni centro-settentrionali d’Italia, sotto l’egida delle truppe germaniche, era stata istituita la Repubblica Sociale con sede a Salò, a capo della quale Hitler aveva voluto l’ormai stanco e sfiduciato Benito Mussolini rocambolescamente liberato dalla prigionia abruzzese. Si trattava di una Repubblica fantoccio che avrebbe resistito fino a quando avrebbero tenuto le poderose linee fortificate con cui la Wermacht aveva diviso in due lo Stivale: la Gustav, la Albert e la Gotica. Insomma vi era una parte della popolazione italiana che era libera dal giogo nazista, e un’altra parte che si apprestava a subire le severe ritorsioni delle armate del Terzo Reich. Occorreva reagire. Questa anomala situazione in cui l’Italia venne a trovarsi diede origine alla formazione di numerosi gruppi di partigiani formati da civili e da ex militari, i quali, dopo lo sfascio delle forze armate, avevano preferito gettare via le uniformi e combattere per la liberazione della patria. Si era nel pieno della resistenza che costava al Paese sangue e sacrifici. La feroce repressione attuata dai tedeschi, cui non mancò di associarsi quella delle brigate nere della Repubblica sociale, comportò nel biennio 1943-1945 oltre quattrocento stragi di civili italiani per un bilancio di circa quindicimila vittime. Un’enormità. L’Italia e l’Europa erano accomunate da un unico destino di morte e di distruzione. Nei primi mesi del 1945 l’Armata Rossa aveva lanciato un’irresistibile offensiva avanzando velocemente verso il confine della tracotante Germania. Gli angloamericani, che avevano liberato la Francia e i Paesi Bassi, puntavano anche loro al cuore della potenza nemica. Un brivido raggelava i gerarchi del Führer sconvolti dai continui bombardamenti che tempestavano le città tedesche. Che cosa erano diventate la bella Colonia e la colta Dresda se non nera polvere e informi macerie? L’ora fatale si avvicinava per Adolf, gli «Heil Hitler» non si sentivano più echeggiare per le strade berlinesi; strideva soltanto il metallico suono delle sirene antiaeree. E Mussolini? Anche per lui niente più applausi, niente più folle oceaniche: lontana era piazza Venezia sulla quale garrivano le bandiere statunitensi. Niente più «Alalà». Cercava affannosamente di salvare il salvabile. Ma il cerchio si stringeva sempre più. per Mussolini. La fuga restava l’ultima, miserevole via di uscita. Il 25 aprile il Clnai milanese impartiva l’ordine di insurrezione generale. Si istituivano tribunali di guerra e veniva sancita la pena di morte per i gerarchi fascisti. Tutti lo avevano abbandonato, persino i tedeschi i quali, a bordo di automezzi corazzati, lasciavano il capoluogo lombardo. La sera, nascostamente, anche Benito si ritirava verso il lago di Como, fermandosi a Menaggio per accodarsi alle truppe naziste dirette verso il Tirolo. Avvolto in un cappotto della Lufwaffe pensava, si illudeva, di poter sfuggire ai posti di blocco dei partigiani. In quel frangente, l’uomo che per un ventennio aveva tenuto nelle sue mani le redini dell’Italia, sembrava curiosamente imitare Napoleone il quale, volendo sfuggire alla furia dei provenzali, aveva dovuto travestirsi con un’uniforme da generale austriaco, un berretto da colonnello prussiano e un mantello russo. Benito, camuffato, era pronto a recitare l’ultima scena della sua avventura umana, la più drammatica.
Io stesso ricordo che cosa avvenne il giorno successivo, a piazzale Loreto: tutto era finito, il 25 aprile aveva segnato la svolta del non ritorno, la fine di un’epoca. I corpi tumefatti di Mussolini, della Petacci e di alcuni fedelissimi penzolavano a testa in giù dalla tettoia di un distributore di benzina, appesi a ganci da macellaio. Sette cadaveri insanguinati; la radio che gracchiava: «Giustizia è fatta! Il tiranno è morto!», mentre Ferruccio Parri lucidamente commentava: «Questo è un episodio di macelleria messicana». La rabbia del popolo era legittima, ma non pienamente condivisibile. In poche ore la civiltà aveva lasciato posto alla barbarie. Ero stato un giovane avanguardista, e da un pezzo non ero più un seguace del fascismo. Non ho le lacrime facili: eppure al cospetto di quell’orrendo spettacolo - ricordo - non potei trattenere il pianto. Con l’uomo era scomparso un mondo che, nel bene e nel male, era stato quello della mia giovinezza. Nella notte del 30 aprile scoccava l’ora anche per Hitler. I russi avevano già issato la bandiera rossa sul tetto della Cancelleria e accerchiato il bunker. Se il 25 aprile aveva segnato il tramonto del fascismo, la notizia della morte di Hitler, comunicata al mondo il primo maggio del 1945, preannunciava la fine della guerra in tutta Europa. Ed era la fine di un incubo. L’euforia per la liberazione aveva tuttavia oscurato un problema italiano: la questione di Trieste e della penisola istriana. Non tutta l’Italia era ancora libera, e, proprio la città per la quale si era combattuta la prima guerra mondiale, diventava oggetto di pretese da parte jugoslava. Il 1° maggio del 1945 i bombardamenti alleati su Trieste e sui cantieri navali di Monfalcone avevano spianato la strada alle truppe jugoslave, le quali, lasciati i rifugi sul Carso, avevano invaso le vie della città friulana al grido di Napred. Smrt fasismu! - Svòboda naròdu!: Avanti, morte al fascismo e libertà al popolo. Le truppe neozelandesi del generale Bernard Freyberg, che si erano già distinte nello sfondare la linea Gustav e nella battaglia di Cassino, non avevano potuto impedire che i partigiani titini prendessero possesso della città. Eppure rimase celebre la loro «corsa» verso Trieste favorita dai partigiani anticomunisti della divisione Osoppo guidata da Alvise Savorgnan De Brazzà. Si verificarono scontri sanguinosissimi tra reparti della Wermacht - asserragliati nella Villa Geiringer di Scorcola oltre che nel Castello di San Giusto - e i partigiani italiani scesi in strada nel quartiere di Roiano. In quelle stesse ore la radio ripeteva la notizia della fucilazione del duce e di Claretta. Al che lo scrittore istriano Quarantotti Gambini commentava con amarezza: «Gli italiani, come troppe volte, scambiano per storico l’effimero: ammazzano Claretta e non si accorgono che l’ala della Storia batte sulle Alpi Giulie». Fino al 12 giugno del 1945 nei territori triestini aveva regnato l’anarchia totale. Sul palazzo della Prefettura, in piazza dell’Unità, calato il Tricolore, si issava la bandiera jugoslava accanto a quella rossa dei comunisti. Il generale jugoslavo Dusan Kveder proclamava la città e il suo territorio a settima repubblica autonoma della Federazione jugoslava. Winston Churchill, da Londra, ordinava al generale Alexander di prendere i provvedimenti necessari a evitare che i «rossi» occupassero anche «quel lembo di costa italiana». Soltanto a fatica i comandi alleati riuscivano a convincere Tito a smobilitare Trieste e a porla sotto il controllo di un Governo militare alleato. Ed era il 12 di giugno. Fu allora che i soldati statunitensi cominciarono a bonificare i campi minati del Carso scoprendo casualmente l’orrore di migliaia di cadaveri che riempivano le cavità dell’altopiano alpino. Ora si festeggiamo i sessant’anni del 25 aprile. Sembrano tanti, eppure sono pochi. Ancora una volta ogni fazione politica onorerà a suo modo il giorno della liberazione, che costò cara a tutti gli italiani e che per alcuni di essi, i triestini, non fu nemmeno tale. Il pensiero va soprattutto ai giovani che non hanno memoria diretta di quegli anni di guerra, e che ne conoscono soltanto il racconto, spesso parziale o vizioso, contenuto nei libri di storia o in articoli incompleti dei giornali. Sulla liberazione dell’Italia il discorso è, dunque, ancora aperto. Il 25 aprile non si comprende se non lo si inserisce nell’esperienza della Resistenza: una storia di scontri, di perdite, di atti di eroismo o di disordine. La Resistenza riassunse centinaia di microcosmi in cui la nazione si frantumò durante la guerra, un conflitto che era al tempo stesso partigiano, civile, di classe e forse qualcosa di più e di peggio. Così nella Resistenza, al di là della retorica, c’era di tutto: orrori e speranze di un popolo che si era dissanguato in una guerra forse non interamente voluta, che non aveva più lacrime da versare, ma che voleva ancora credere nell’avvenire. Il 25 aprile, è bene ripeterlo, rappresenta la svolta di tutto un popolo, lo slancio verso il futuro, la resurrezione degli ideali del Risorgimento.

 

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