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La metamorfosi della liberazione

LIBERAL BIMESTRALE
di Sergio Romano
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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Quando la III Repubblica francese decise che la patria avrebbe celebrato se stessa ogni anno nel giorno in cui la folla di Parigi aveva espugnato e distrutto la Bastiglia, una parte della società restò indifferente o, peggio, ostile. Per molti il 14 luglio era soltanto il prologo di una stagione che sarebbe stata scandita dai furori giacobini dei sanculotti, dai massacri di settembre, dal processo e dalla decapitazione del re, dal Terrore di Robespierre e dalla confisca dei beni appartenenti all’aristocrazia. Era una festa repubblicana, quindi invisa ai bonapartisti, ai legittimisti borbonici, agli orleanisti e al clero. La Repubblica non rappresentava ancora tutta la nazione, e il mondo ne ebbe la prova quando il caso Dreyfus dimostrò l’esistenza di un partito antirepubblicano che era pronto a servirsi del povero capitano ebreo per tentare la rivincita. La situazione cambiò negli anni seguenti per due ragioni. In primo luogo i colpevolisti perdettero la partita e uscirono da quella vicenda sconfessati, umiliati, screditati. In secondo luogo, la vittoria del 1918 dette alla III Repubblica la legittimità della gloria militare. Restava tuttavia una minoranza aggressiva, raggruppata in alcune Leghe, che scese nelle vie di Parigi e sfidò durante gli anni Trenta l’ordine repubblicano. La minoranza si rafforzò dopo la sconfitta del 1940. Per la destra militante e in particolare per l’Action Française di Charles Maurras, la disfatta fu una «divina sorpresa». La Francia aveva perduto una guerra contro la Germania, ma vinto la sua secolare battaglia contro le forze, le idee, le influenze straniere o cosmopolite che avevano cercato di distruggere la sua identità nazionale e religiosa. Nuovi valori - Dio, patria e famiglia - sostituirono nello stemma dello Stato la terzina repubblicana: liberté, égalité, fraternité. Spossata, delusa, convinta che la Francia fosse stata corrotta da una classe dirigente ebraica e massonica, la maggioranza silenziosa accettò la controrivoluzione e ripose la sua fiducia nel maresciallo Pétain. La repubblica fu salvata da de Gaulle, vale a dire da un uomo che era stato pupillo di Pétain e non aveva nascosto negli anni Trenta una certa ostilità per le istituzioni parlamentari dello Stato francese. Ma il generale capì che di tutte le possibili soluzioni istituzionali (si raccontò per molto tempo che avesse grande simpatia per il conte di Parigi, discendente degli Orléans) soltanto la repubblica avrebbe garantito alla Francia unità e continuità. Quando fu chiaro che il generale de Gaulle avrebbe dato alla Francia la dignità e i benefici della vittoria (fra cui un seggio permanente all’Onu), il 14 luglio divenne la festa di tutti i francesi Credo che queste considerazioni possano aiutarci a capire perché il 25 aprile non sia mai stato una festa veramente nazionale. Per i partiti antifascisti fu l’orgogliosa celebrazione di una doppia vittoria: contro la Germania e contro il fascismo. Ma la guerra era stata vinta dagli Alleati e l’Italia venne trattata a Parigi, nel 1947, come un Paese sconfitto. Quando Benedetto Croce annunciò che avrebbe votato contro la ratifica del Trattato di pace, parecchi italiani dovettero giungere alla conclusione che non vi erano, purtroppo, vittorie da celebrare. Molti, beninteso, erano lieti di festeggiare la fine della Repubblica sociale. Ma i partiti antifascisti vollero allargare il significato della ricorrenza e celebrare, insieme alla morte del fascismo repubblicano, la fine del Ventennio, vale a dire di un intero periodo della storia nazionale. Per coloro che avevano combattuto il fascismo sin dagli inizi ed erano tornati dall’esilio, la pretesa era legittima. Per coloro che avevano creduto in Mussolini, approvato alcune delle sue iniziative o, più semplicemente, vissuto tranquillamente all’ombra del regime, la festa fu sin dagli inizi motivo di qualche disagio. Molti, soprattutto nelle Forze armate e nella pubblica amministrazione, parteciparono alle celebrazioni per convenienza o correttezza politica. Una festa che costringe una parte del Paese a un continuo esercizio di ipocrisia non ha le carte in regola per diventare nazionale. Fu subito evidente, d’altro canto, che la ricorrenza del 25 aprile avrebbe offerto al Pci l’occasione per consolidare il suo ruolo nella Resistenza. Quel ruolo era incontestabile, ma il Pci era strettamente legato all’Urss ed era costretto, nella migliore delle ipotesi, a contrattare la propria linea politica con la casa madre. Era giusto che un partito soggetto a interessi stranieri s’impadronisse di una festa nazionale per far dimenticare la sua affiliazione a un Paese che era diventato, dopo l’inizio della guerra fredda, un potenziale nemico? Non basta. Con il passare del tempo il 25 aprile smise di essere una ricorrenza antifascista e divenne la festa di quella parte dell’Italia che considerava la Resistenza una rivoluzione incompiuta, la Nato un’alleanza capitalista al servizio degli americani e il governo italiano una marionetta nelle mani degli Stati Uniti. Una ragione di più perché molti italiani guardassero alle celebrazioni con un po’ di sospetto e fastidio. È possibile trasformare questa ricorrenza in una festa nazionale? Vedo molte persone, da Ciampi in giù, che si stanno impegnando con molto amor di patria, perché il 25 aprile diventi il giorno di tutto il Paese. Ma ne vedo altre decise a preservare i caratteri che la festa ebbe per molto tempo nella vita politica nazionale. E osservo che una parte della società italiana continua a combattere una guerra civile fredda rinfacciandosi continuamente lager, gulag, foibe, esodi e massacri. I discorsi ufficiali in queste circostanze saranno inevitabilmente esercizi retorici, scritti per soddisfare il maggior numero possibile di persone. Susciterrano gli applausi di alcuni, i dissensi di altri, gli sbadigli di molti.

 

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