A sessant’anni dalla conclusione della Resistenza, lo stato della ricerca storiografica su di essa non sembra molto mutato rispetto a quanto registrava De Felice dieci anni fa, in occasione delle celebrazioni del cinquantenario. Gli eventi continuano ad apparire come apparivano allora al grande storico del fascismo, cioè ancora «qualcosa di lontano», più lontano di quanto non giustifichino gli svariati decenni che ci separano da essi. «Avulsi dal loro naturale contesto - riassumeva De Felice nel suo Rosso e Nero - i contorni della Resistenza sfumano nel vago. Così fascisti, tedeschi e Alleati restano il più delle volte controparti senza volto, che fanno pensare ai cori di certe tragedie classiche, e i partigiani con le non meglio identificate masse che sarebbero state loro dietro (ma delle quali la storiografia resistenziale non approfondisce pressoché mai il reale atteggiamento e le sue motivazioni) diventano gli unici protagonisti». De Felice sosteneva che «nonostante il gran parlare e scrivere che se ne è fatto, numerose sono infatti le pagine della sua storia ancora bianche o reticenti e soprattutto trattate con animus non solo più ideologico-politico che storico, ma chiaramente dipendente dal mutare delle circostanze e delle strategie politiche», per concludere pessimisticamente che nemmeno il crollo delle ideologie conseguente al crollo del Muro di Berlino aveva contribuito a migliorare la situazione, poiché non si poteva fare a meno di registrare che a una vulgata se ne stava progressivamente sostituendo un’altra, in quanto, venuti meno tanti valori considerati fino ad allora «forti», la Resistenza rimaneva «uno dei pochissimi appigli per tentare di trovare la ragion d’essere, la legittimazione del proprio potere e della propria partecipazione a un sistema altrimenti indifendibile politicamente ed eticamente». Tutto ciò a ulteriore danno di un’identità nazionale già ferita a morte, lontana sempre più dal comune sentire e dai sentimenti della gente, la quale ormai appariva del tutto disinteressata alle rappresentazioni della Resistenza prodotte da fascisti e antifascisti, da comunisti e anticomunisti, considerati da essa in blocco «venditori di miti a cui non crede più».
A dieci anni di distanza dalle amare riflessioni di De Felice non si può fare a meno di constatare che i nodi irrisolti della storiografia sulla Resistenza continuino a essere ancora gli stessi di allora, riassumibili nei seguenti punti: a) la crisi dell’identità nazionale provocata dalla sconfitta dell’Italia; b) il ruolo decisivo degli Alleati ai fini della vittoria su nazismo e fascismo; c) i limiti militari della Resistenza; d) l’ambiguità del partito comunista e del partito cattolico. Vi è stata sin dal dopoguerra una convergenza d’interessi tra storiografia cattolica e azionista da una parte e la storiografia comunista dall’altra nel negare la crisi dell’identità nazionale che ha investito il Paese con la guerra. Essa chiamava in causa, sebbene in modo diverso, i ceti sociali che si riconoscevano in queste forze politiche. Da una parte l’atteggiamento ambiguo manifestato dai ceti borghesi nel periodo intercorso tra l’entrata in guerra del nostro Paese e l’8 settembre 1943. Una borghesia che, del tutto appiattita sul fascismo, aveva creduto per l’ennesima volta alle assicurazioni di Mussolini circa la guerra «breve», e quindi alla necessità cinicamente avanzata dal capo del fascismo di alcune migliaia di morti italiani per sedersi poi al tavolo dei vincitori. Essa aveva dunque accolto con simpatia il 10 giugno 1940, la fine della nostra «non belligeranza». Solo l’imprevista resistenza inglese e l’allargamento del conflitto, con l’ingresso di Urss e Usa e la percezione di una guerra di lunga durata, aveva condotto la borghesia a prendere progressivamente le distanze dal regime. L’incapacità dei gruppi dirigenti, dopo la caduta di Mussolini del 25 luglio 1943, a chiudere immediatamente i conti con l’ex alleato tedesco, e l’infelice formula di Badoglio con la chiusura del suo discorso d’investitura «la guerra continua», fu una nuova ferita inferta dalle classi dirigenti borghesi e dai vertici militari ai sentimenti popolari, che consideravano ormai chiuso il discorso col regime fascista e con la sua sciagurata politica estera. Ma fu l’8 settembre, con la fuga del re e dei vertici militari a Brindisi, e la conseguente dissoluzione dell’esercito italiano, privo del tutto di indicazioni e privo soprattutto dei comandi militari, dissolti anch’essi, il colpo più grave che le classi borghesi dirigenti potessero assestare al sentimento di patria, al senso di appartenenza del popolo a una identità nazionale. La storiografia cattolica e in parte quella azionista, che hanno ereditato le ragioni della borghesia italiana, non hanno compiuto fino in fondo e coerentemente la disamina di questa tragedia nazionale, finendo col negare di fatto le responsabilità complessive dei ceti borghesi nella crisi dell’identità nazionale. Su un altro versante, ma convergente con le ragioni politiche dell’universo cattolico-borghese, ha operato la storiografia di sinistra che ha sempre negato, in un modo o nell’altro, la responsabilità delle masse popolari nella tragedia del fascismo, retrodatando la nascita di un diffuso clima di avversione al regime fascista all’ingresso dell’Italia in guerra al fianco dell’alleato tedesco. Anche questa storiografia ha sempre negato la crisi dell’identità nazionale, spiegando che essa venne evitata dalla reazione al fascismo delle masse popolari o venne comunque riscattata del tutto dall’insurrezione dell’8 settembre e poi con la Resistenza, definita appunto per la sua estensione una vera e propria guerra di popolo, insomma la «rivoluzione democratica» italiana. Vi è stata, e tuttora in parte perdura, in entrambe le interpretazioni, quella cattolica e quella comunista-azionista, una commistione di motivazioni politiche e ideologiche, che francamente stupisce trovare ancora attive e vigili a guardia della vulgata a distanza di sessant’anni dagli eventi. Si sono infatti potuti registrare da allora pochi sforzi diretti a emancipare le ragioni della verità storica da quelle dell’ideologia. Un serio tentativo era stato fatto in settori diversi da Gian Enrico Rusconi, con Resistenza e postfascismo, da Ernesto Galli della Loggia con il saggio La crisi dell’idea di nazione dopo la seconda guerra mondiale, e da Claudio Pavone con Una guerra civile, che pure avrebbe dovuto rappresentare un forte stimolo a una rilettura complessiva delle vicende resistenziali; ma sembra che gli sforzi di questi studiosi non abbiano sortito effetti significativi, se non, per i primi due, una serie di polemiche pretestuose e prive di volontà di approfondimento, e, per l’ultimo, un consenso sospetto in quanto eccessivamente largo, al punto da apparire un consenso soprattutto di facciata, e al quale si ricorre più per allontanare da sé sospetti di pregiudizio antirevisionistico che come fonte di fertile riflessione critica.
La necessità di far apparire la Resistenza una guerra di popolo ha trasferito a un certo momento la polemica anche sul piano quantitativo. Gli studiosi più attenti erano arrivati a quantificare l’entità dei combattenti da ambo le parti realisticamente in qualche centinaio di migliaia, mentre registravano nel contempo l’attendismo della grande maggioranza della popolazione, attendismo che non intendevano certo interpretare come indifferenza per le ragioni dei resistenti, ma semplicemente come attesa passiva della fine della guerra da parte dei ceti popolari, pur nel loro indubbio odio verso gli occupanti tedeschi. Nelle loro repliche i difensori della vulgata, consapevoli di non poter negare del tutto il carattere sostanzialmente elitario della Resistenza, si sono appigliati alla considerazione di una partecipazione indiretta, di supporto, da parte della gran parte della popolazione alla lotta delle avanguardie combattenti, trasformando in tal modo l’atteggiamento fondamentalmente inerte e attendista delle masse in un loro attivo e decisivo sostegno alla guerra di popolo. Naturalmente tutto ciò nell’assenza più completa di ricerche specifiche in grado di far luce sugli effettivi umori delle masse verso i combattenti. La catena logica conseguenziale ha condotto inevitabilmente alla costruzione di un altro mito resistenziale, cioè la guerra di popolo come causa prima e risolutiva della liberazione, avvenuta principalmente grazie all’insurrezione popolare e all’azione delle masse dei resistenti. È del tutto scomparsa in tale rappresentazione la presenza degli Alleati, i quali nei lavori sulla Resistenza continuano ad apparire nel ruolo di comparse o tuttalpiù di comprimari superflui. Con il risultato che si attende ancora il lavoro scientifico che ripari questo che appare a tutti gli effetti un affronto storico e storiografico, un lavoro che cioè esamini obiettivamente e con scrupolo scientifico la questione nodale dei rapporti tra la la Resistenza e gli Alleati, e mette in risalto il contributo decisivo di questi ultimi ai partigiani in termini di materiale bellico, denaro, informazioni da parte dell’intelligence alleata, Soe e Oss, invio di esperti militari. In questa ottica, anche il massiccio finanziamento alla Resistenza da parte degli Alleati, che giunse alla non indifferente cifra di 160 milioni al mese, è stato sempre inevitabilmente e volutamente trascurato, come se i quasi centomila combattenti avessero potuto sopravvivere e operare senza tale denaro, ma facendo solo affidamento sugli espropri, sulle donazioni volontarie e spontanee della popolazione, sulla cattura delle armi al nemico. Lascia perplessi l’assenza di ricerche da parte dei pur numerosi istituti storici della Resistenza sui mille fili robusti che collegavano gli Alleati alle retrovie del fronte e alle formazioni partigiane attive nella Rsi. Qualcosa si sa solo dalla memorialistica, mentre non sono stati mai prodotti studi mirati e scientificamente documentati. Mentre non vi è studio che non evidenzi l’infelice proclama del generale Alexander dell’autunno del 1944, che invitava i combattenti a cessare per l’inverno l’attività partigiana, e che viene citato appunto per dimostrare la sostanziale ostilità degli Alleati verso la Resistenza, passando in tal modo un colpo di spugna su tutto ciò che essi hanno fornito per alimentarla. Per sapere qualcosa di più di questo fiume di denaro che dagli Alleati giungeva ai combattenti abbiamo dovuto attendere la pubblicazione nel 1995 del diario di Alfredo Pizzoni, il «ministro del Tesoro» del Clnai, e più di recente uno studio di Tommaso Piffer sempre su Pizzoni, un personaggio che fu decisivo nel far giungere il denaro degli Alleati alle unità combattenti della Resistenza, e che venne rimosso completamente dai partiti della sinistra e automaticamente anche dalla storiografia che a essi si riferisce.
Non poche volte si è giunti a indicare negli Alleati i responsabili del mancato processo di democratizzazione del Paese, fino a giungere di recente a rivisitare lo stesso teatro di guerra italiano allo scopo di denunziare il carattere di inutilità della durezza dei loro bombardamenti sulle città italiane. Una critica quest’ultima che è venuta paradossalmente saldandosi con le denunzie che con gli stessi argomenti settori della cultura poltica di estrema destra venivano da molto tempo, sin dal dopoguerra, muovendo ad americani e inglesi. Trascurando del tutto il particolare che gli Alleati erano impegnati in un duello mortale con un modello contrapposto di civiltà, quello nazi-fascista, la cui vittoria avrebbe comportato la sparizione della loro stessa civiltà democratico-liberale, e che il nostro Paese, con l’entrata in guerra, aveva provocato a loro danni incalcolabili ed enormi perdite umane. La mancata emancipazione della ricerca storica dalle urgenze della politica e dai pregiudizi ideologici balza evidente nel caso della cosiddetta «svolta di Salerno». Per decenni il Pci e gli storici della sua area, compreso Paolo Spriano, ne avevano presentato una versione in cui la «svolta di Salerno» appariva come una decisione presa in tutta autonomia da Togliatti; ciò per esaltare l’autonomia della linea del partito comunista italiano e la sua emancipazione dalla ragion di Stato sovietica. Questa linea interpretativa, conosciuta come la strategia della «via nazionale al socialismo» e della cosiddetta «democrazia progressiva», ha rappresentato per decenni il nocciolo duro del mito dell’autonomia del Pci. Tutta la linea politica degli anni del dopoguerra fino alla caduta del Muro di Berlino venne sempre interpretata alla luce di questa mitica ritrovata autonomia del Pci, dovuta all’abilità e alla sapienza politica di Togliatti, un dirigente di cui si registrava una quasi innata, profonda coscienza democratica e antitotalitaria. Su queste basi si è iniziato a retrodatare sin dal 1944 un’inesistente autonomia da Mosca da parte del Pci. Con l’apertura degli archivi sovietici, due studiosi, Elena Aga Rossi e Viktor Zaslavski, hanno potuto documentare una verità del tutto diversa dalla vulgata che si era andata imponendo nel corso dei decenni della «guerra fredda», cioè che in realtà la «svolta di Salerno» era una linea politica che Togliatti aveva dettagliatamente concordato con Stalin prima della sua partenza per l’Italia. Insomma lo studio dimostrava ampiamente che la strategia della «via nazionale al socialismo» non era una elaborazione originale di Togliatti ma era una linea nata per essere organica e subalterna agli interessi dell’Urss. Pur essendo lo studio di Aga Rossi e di Zaslavski fondato su una mole enorme di documenti provenienti dagli archivi sovietici e quindi di per sé inoppugnabili, esso ha faticato non poco a farsi largo nel dibattito storiografico, ad attirare l’attenzione dei sostenitori della vulgata comunista, che per un certo periodo lo hanno anche volutamente ignorato, e ancora oggi fa fatica a trovare ospitalità negli studi condotti dai settori più tradizionali della storiografia di sinistra.
Tutta l’ambiguità di certi settori della storiografia di sinistra, quelli particolarmente legati in passato al partito comunista, risalta in alcune questioni di più recente datazione, quelle sulle foibe carsiche e quelle sulle stragi di fascisti condotte, in una sorta di resa dei conti tragica e cruenta, dopo la fine della guerra o quanto meno dopo la cessazione delle ostilità sul nostro territorio. Per iniziare a fare seriamente i conti con questi due nodi della nostra recente storia si è dovuto attendere paradossalmente che andassero al governo quelle forze politiche che per un lungo periodo si sono dichiarate eredi del passato regime fascista. Solo in un quadro politico così mutato, e sempre per interessi di una parte politica, la ricerca storica ha cominciato a scavare libera di alcuni impacci e ha dato alla luce alcune serie opere sulle foibe carsiche come quella di Raoul Pupo, Il lungo esodo, e di Guido Crainz, Il dolore e l’esilio, e gli studi dello stesso Crainz sulle stragi nell’Italia del 1945. Pur registrando i segnali positivi che vengono da queste ricerche, non si può non constatare quanto continui a essere difficile scalfire una mitologia storiografica impostasi nel corso dei decenni per ragioni squisitamente politico-ideologiche, che mostrano di essere in Italia ancora attive nel condizionare la ricerca della verità e nell’impedire la ricomposizione di una memoria unitaria della nostra storia.