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Il lifting della nazione

LIBERAL BIMESTRALE
di Gianni Oliva
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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Coazze, piccolo centro di una vallata partigiana alle porte di Torino, una lapide ricorda che il vecchio edificio del cinema parrocchiale venne trasformato in carcere durante i rastrellamenti nazifascisti dl 1944: poco più in là, il monumento ai caduti delle due guerre mondiali porta incisi i nomi dei ventisette coazzesi caduti durante il conflitto 1940-’45: in ordine alfabetico, i soldati che non sono tornati dalla Russia o dai Balcani si alternano ai partigiani morti in combattimento, ai civili uccisi per rappresaglia, ai deportati sfiniti di stenti a Dachau e Mauthausen. Nello spazio di una piazza, la memoria della comunità emerge nella sua contraddizione, abbracciando in uno slancio di pietas collettiva periodi affatto diversi. Che cosa facevano in Russia e nei Balcani i giovani coazzesi mobilitati nelle compagnie alpine? per quale progetto erano andati a combattere così lontano dalle loro montagne? in nome di quale patria si erano sacrificati? E, ancora: di chi erano alleati? a quali comandi obbedivano? quale ordine sarebbe stato imposto all’Europa se avessero vinto? Nella rappresentazione monumentale, non c’è spazio per nessuno di questi dubbi: la guerra fascista combattuta «accanto» a Hitler coesiste con quella antifascista combattuta «contro» Hitler, chi è caduto per la libertà democratica con chi è caduto per l’espansione nazionalista. La dimensione cronologica di lungo periodo confonde ragioni affatto opposte e trasmette l’immagine di un’unica guerra, come se tra il 10 giugno 1940 e il 25 aprile 1945 la storia d’Italia non fosse stata attraversata da cesure radicali e drammatiche. Dal punto di vista dei soggetti coinvolti, questa memoria (che si ritrova analoga in tante città e Paesi italiani) è coerente. I soldati morti nelle steppe gelate della Russia o bruciati nel deserto di El Alamein sono il prezzo estremo pagato alla guerra fascista e alla deriva nazionalista del Ventennio: se fossero sopravvissuti alle campagne 1940-’43, alcuni di loro sarebbero certamente entrati nelle file dell’antifascismo partigiano (Aldo Garosci scriveva nel 1948 che la guerra di Russia era stato «il segno del risveglio brusco» dopo la lunga egemonia fascista: per questo, aggiungeva, «i reduci di Csir e Armir li abbiamo trovati, in così grande misura, nella guerra di liberazione»).
La ragion d’essere della rappresentazione monumentale è tuttavia quella di proporre una chiave di lettura generale capace di compendiare la biografia della nazione, e non quella di offrire un’immagine particolare frammentata nelle biografie di tanti singoli: in quanto consacrazione della memoria collettiva, essa prescinde dalle vicende personali dei caduti, trasformando i loro nomi e i luoghi della loro morte in strumento per rappresentare la storia nazionale e veicolare i messaggi derivanti dal passato che la lapide, il cippo o la stele vogliono ricordare. In questa prospettiva, la rappresentazione monumentale del 1940-’45 appare quantomeno discutibile. La guerra dell’Asse e la guerra delle Nazioni Unite costituiscono due memorie opposte e inconciliabili: la definizione della seconda guerra mondiale come «guerra di civiltà», ormai entrata a pieno titolo nel linguaggio storiografico, rinvia a una contrapposizione radicale di valori e di concezioni del mondo, prima ancora che a uno scontro tra alleanze diplomatico-militari. L’esperienza della nazione italiana nel 1940-’45 trova la sua specificità nell’avere partecipato a entrambi gli schieramenti; nell’aver combattuto per pochi mesi (estate-inverno 1940) una «guerra parallela» a quella tedesca, e per i quasi tre anni successivi una «guerra subalterna» alle scelte politico-militari di Berlino; nell’aver attraversato nell’estate 1943 prima una crisi istituzionale (il «colpo di Stato» reale del 25 luglio), poi una devastante crisi militare-politica-culturale-morale (l’armistizio dell’8 settembre); nell’aver subito l’occupazione germanica delle regioni centro-settentrionali e la restaurazione del fascismo sotto le forme della Repubblica sociale; nell’essere stata divisa geograficamente e politicamente dalla linea del fronte; nell’aver vissuto la lunga stagione dell’antifascismo, con l’intrecciarsi di guerra patriottica di liberazione, guerra sociale e guerra civile. Questa complessità non trova spazio nella rappresentazione monumentale: la memoria propone una rivisitazione che distingue gli avvenimenti per titoli («fronte greco-albanese», «campagna di Russia», «lotta di liberazione») oppure per riferimenti geografico-cronologici («Grecia, 1941», «Africa settentrionale, 1942», «rastrellamenti, maggio 1944»), ma non per i progetti in nome dei quali si è combattuto. In questa sostanziale mancanza di rielaborazione del passato, risulta difficile comprendere che ci sono state due Italie diverse nel 1940-’43 e nel 1943-’45, e ancor più difficile distinguere i percorsi delle varie regioni (il Sud, il Centro, il Nord) dopo l’armistizio dell’8 settembre.
Lapidi e monumenti sono a loro volta la consacrazione simbolica di una coscienza collettiva che risulta lontana da una rielaborazione meditata del proprio passato: la memoria nazionale del 1940-’45 proietta assoluzioni e glorificazioni scaturite non tanto dalla rivisitazione critica degli avvenimenti, quanto piuttosto dagli equilibri politici dell’immediato dopoguerra, quando il passato recente costituiva terreno privilegiato di legittimazione o, all’opposto, di esclusione. Anziché domandarsi «che cosa era accaduto» e soprattutto «perché era accaduto», prendendo in considerazione il tempo lungo 1922-1945 e inserendo la guerra nella storia d’Italia successiva all’affermazione del fascismo, la memoria ha selezionato momenti particolari sotto la spinta di urgenze politiche contingenti, e li ha rielaborati astraendoli dal loro contesto storico.

L’autorappresentazione della vittoria
Intervenendo alla Conferenza di Pace di Parigi il 10 agosto 1946, Alcide De Gasperi ricostruiva il percorso dell’Italia antifascista. Se il tono aveva accenti accorati per le particolari condizioni nelle quali il primo ministro italiano era chiamato a intervenire, l’impostazione era lucida: «Il rovesciamento del regime fascista - egli diceva riferendosi al 25 luglio - non fu possibile che in seguito agli avvenimenti militari, ma il rivolgimento non sarebbe stato così profondo se non fosse stato preceduto dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici, senza l’intervento degli scioperi politici nelle industrie del Nord, senza l’opposizione parlamentare antifascista che sospinsero al colpo di Stato. (...) Le Forze armate italiane che hanno preso parte alla guerra contro la Germania sono tutta la Marina da guerra, sono centinaia di migliaia di militari per i servizi di retrovia, sono il Corpo italiano di liberazione trasformatosi poi nelle divisioni combattenti, sono i partigiani, autori soprattutto dell’insurrezione del Nord. Le perdite nella resistenza contro i tedeschi, prima e dopo la dichiarazione di guerra, furono di oltre 100 mila uomini tra morti e dispersi, senza contare i militari e i civili vittime dei nazisti nei campi di concentramento e i 50 mila patrioti caduti nella lotta partigiana. Diciotto mesi durò questa seconda guerra, durante la quale i tedeschi indietreggiarono lentamente verso Nord spogliando, devastando, distruggendo». L’impostazione era chiara e ricca di implicazioni: vi era stato un ventennio di dittatura fascista che aveva dominato gli italiani con la forza della coercizione e aveva tenuto legato il Paese con il filo di ferro della repressione e della paura, e vi era una nuova Italia che, prima con l’antifascismo clandestino, poi con la cobelligeranza e la resistenza partigiana, aveva concluso la guerra nel fronte dei vincitori, intraprendendo con decisione il cammino della libertà e della democrazia.
Questa impostazione poggiava su due elementi fondanti. In primo luogo, la distinzione netta di responsabilità tra «fascismo» e «italiani», secondo la teoria della «parentesi» che Benedetto Croce avrebbe voluto vedere applicata all’intera storia di quel periodo. In secondo luogo (e complementarmente al primo) l’autorappresentazione dell’Italia come Paese vincitore. Le argomentazioni di De Gasperi avevano fondamento storico: il rovesciamento del regime era stato operato dal re Vittorio Emanuele III, insieme ai vertici delle forze armate, prescindendo da contatti preventivi con gli anglo-americani; gli scioperi della primavera 1943 erano stati il segnale evidente dello scollamento progressivo tra il fascismo e il Paese; l’esercito del Regno del Sud aveva fiancheggiato lo sforzo alleato; la resistenza partigiana del Centro-Nord, soprattutto, aveva impegnato per venti mesi le retrovie germaniche rendendo difficili i collegamenti e contendendo il controllo del territorio e negli ultimi giorni dell’aprile 1945 aveva alimentato l’insurrezione nelle città settentrionali. Lo sforzo del periodo settembre 1943-aprile 1945, che si saldava all’opposizione clandestina degli anni di regime e dei primi anni di guerra e che può venire più generalmente compreso nel contributo dell’antifascismo italiano alla riconquista della libertà e della democrazia, non era tuttavia sufficiente a fare dell’Italia un Paese vincitore, come avevano ben chiaro gli anglo-americani. Lo status di cobelligerante, che l’Italia aveva ottenuto grazie alla dichiarazione di guerra contro la Germania il 13 ottobre 1943, non cambiava la sostanza dei diritti acquisiti dagli Alleati in forza dell’armistizio senza condizioni con l’Italia sconfitta: come aveva ammonito Churchill, «quando una nazione si permette di sottomettersi a un regime tirannico, essa non può essere assolta dalle colpe di cui questo regime si è reso colpevole». L’Italia non era un Paese che aveva subito un’invasione come altre regioni d’Europa, dove i vari collaborazionismi (che pure erano germinati dalle rispettive storie nazionali) erano stati in grado di arrivare al potere soltanto in virtù e sotto la cappa dell’occupazione tedesca. L’Italia era il Paese che aveva la progenitura del fascismo, avendolo autonomamente inventato sin dagli anni Venti; che aveva sottoscritto il Patto d’acciaio per una libera scelta di Mussolini e di Ciano; che per tre anni, pur in posizione subalterna rispetto alla Germania, aveva combattuto contro le Nazioni Unite e occupato territori nella Francia meridionale, nei Balcani e in Grecia; che aveva contribuito alla definizione del nuovo ordine europeo voluto da Hitler e dal gruppo dirigente nazista. Contrabbandare una sconfitta per una vittoria, dissociandosi dalle responsabilità del fascismo e presentandosi con le credenziali dell’Italia antifascista risorta dopo l’8 settembre, era tuttavia un’operazione che guardava alla situazione politica interna assai più che a quella internazionale. Se essa non era risultata efficace a livello di trattative per la pace e non aveva ottenuto l’indulgenza delle Potenze vincitrici, la sua funzione era tuttavia fondamentale in rapporto alla rielaborazione della memoria nazionale e all’atteggiamento con il quale l’Italia democratica e repubblicana guardava al suo passato più recente.
Dopo il trauma della guerra, di fronte al Paese si aprivano due diverse prospettive di carattere storico-morale: uscire dal fascismo riflettendo fino in fondo sul fascismo stesso, cogliendone il significato nella storia complessiva d’Italia, individuando responsabilità soggettive e collettive, comprendendo le ragioni che ne avevano reso possibile l’affermazione nel periodo delle origini 1919-’25 e il consolidamento nei quasi due decenni successivi; oppure, all’opposto, prescindere dal Ventennio e affrontare il futuro democratico senza fare i conti con il passato totalitario. La posta in gioco era altissima: la rielaborazione della memoria era in diretto rapporto con l’epurazione di coloro che erano stati coinvolti nella gestione del potere sino al 1943, con la legittimazione politica della nuova classe dirigente, con gli equilibri tra le diverse componenti dell’antifascismo. La nuova Italia poteva nascere all’insegna della continuità o della rottura, con tutto ciò che questo significava rispetto al carattere stesso della «nuova» Italia. Il problema non era nuovo, perché le interpretazioni del fascismo sviluppate negli anni Venti-Trenta avevano anticipato queste prospettive (da quella liberale del Croce che addebitava la vittoria di Mussolini a una malattia giunta improvvisa a corrompere un corpo fino allora sano, a quella marxista che considerava il fascismo lo «stadio senescente del capitalismo», a quella «radicale», che sosteneva invece con forza l’improponibilità di una vera autonomia del fascismo rispetto alle forze reali della società italiana e che esortava a cercare le ragioni del fascismo nella storia passata del Paese, nelle tare dello sviluppo economico, sociale e politico italiano, nei limiti della vecchia classe dirigente).
Nel 1945 il problema dei rapporti con il fascismo si poneva tuttavia con un’urgenza diversa da quella che aveva alimentato la riflessione politico-storiografica precedente. In primo luogo, si era affermata una nuova classe dirigente, che traeva la sua legittimazione dalla lotta combattuta contro l’occupazione tedesca e il fascismo di Salò e che aveva trovato la sua espressione politica nella formula ciellenistica; in secondo luogo, questa classe dirigente era composita e contraddittoria, comprendendo posizioni che spaziavano dal moderatismo filomonarchico al rivoluzionarismo terzinternazionalista; in terzo luogo, l’atmosfera interna e internazionale entro la quale si sviluppava il confronto era gravata dalle ipoteche di una guerra fredda ormai incombente, nella quale l’Italia assumeva la posizione di Paese di prima linea sia per la presenza del partito comunista più forte dell’Occidente, sia per la sua collocazione geografica. Da queste urgenze derivava una rielaborazione del passato nella quale il passato in sé aveva un ruolo marginale: ciò che contava non era tanto comprendere le ragioni di un percorso, ma evitare le insidie di domande troppo imbarazzanti; non «fare i conti» con ciò che era stato, ma trovare gli argomenti per legittimare il presente in una prospettiva di rassicurazione. In quest’ottica, immaginare di aver vinto la guerra era tassello fondamentale: solo un Paese che è uscito vittorioso da un conflitto può prescindere dalle proprie colpe e dalle proprie corresponsabilità. La Resistenza come «alibi» trova qui la sua prima radice storico-politica: come ha scritto Rosario Romeo, «la Resistenza, opera di una minoranza, è stata usata dalla maggioranza degli italiani per sentirsi esonerati dal dovere di fare i conti con il proprio passato».

La rimozione collettiva della sconfitta
Perché l’operazione di presentare l’Italia del 1945 come un Paese vincitore potesse funzionare, non era però sufficiente l’autorappresentazione celebrativa della Resistenza: occorreva anche (e forse ancor più) la rimozione radicale dalla memoria collettiva di tutto ciò che ricordava la sconfitta. I prigionieri di guerra erano il primo elemento da rimuovere. Nel corso delle operazioni belliche circa 600 mila militari italiani erano stati catturati dagli anglo-franco-americani, circa 50 mila dai sovietici, circa 650 mila dai tedeschi dopo l’armistizio: in totale «un milione e trecentomila uomini, quasi tutti fra i 20 e i 35 anni, orientativamente metà dei combattenti sui vari fronti e un terzo degli italiani in divisa nel 1940-’43». Si trattava di uomini che avevano vissuto le prigionie più diverse, deportati o internati nei lager tedeschi, impegnati in Nord Africa nella costruzione della ferrovia transhariana, relegati nei campi del Kenya, dell’India, dell’Australia, detenuti negli Stati Uniti dal New Yersey alla California. Il loro rientro in patria, rallentato da mille impedimenti e scaglionato fra il 1945 e il 1947, era l’immagine vivente della sconfitta militare: come tale, esso deveva essere marginalizzato. I prigionieri andavano accolti in modo sbrigativo, liquidati delle loro spettanze e dimenticati. Valga la testimonianza dell’alpino valtellinese Luigi De Paoli, reduce dall’internamento in Germania: «Alla fine del novembre 1945 mi chiamarono a Sondrio e dovetti subire un interrogatorio. Vollero sapere come mi avevano fatto prigioniero, come era stato il trattamento, se mi avevano fatto del male. Raccontai tutto il vero, come erano andate le cose: alla fine mi diedero quattromila lire: tutta a mia spettanza in sei anni di guerra e prigionia, i migliori anni della mia gioventù». Un secondo elemento da rimuovere era la realtà dell’occupazione italiana in alcuni territori dell’Europa mediterranea, dall’Albania (protettorato dal 1939), a parti della Jugoslavia, della Grecia e della Francia meridionale (occupate o annesse tra il giugno 1940 e il novembre 1942 grazie al decisivo contributo militare tedesco). Nel senso comune nazionale, la politica di occupazione è stata liquidata con il generico rinvio agli «italiani brava gente»: come osserva Davide Rodogno, autore del primo studio complessivo sulle occupazioni militari dell’Italia fascista (uscito solo nel 2003!), «l’italiano è raffigurato come l’occupante buono che “se ne fregò” di una guerra che non sentì sua, che fraternizzò immediatamente con le popolazioni occupate, che strinse legami sentimentali e di cordiale amicizia. Nessun parametro sembrerebbe possibile con i tedeschi brutali e spietati e le stesse occupazioni italiane non sembrerebbero altro che occupazioni tedesche per interposta persona».
Senza volerci addentrare nell’analisi dell’occupazione italiana e delle politiche repressive adottate nei confronti dei movimenti di liberazione (è comunque ben nota la circolare «3C» del 1 marzo 1942, firmata dal generale Mario Roatta all’epoca comandante della II Armata, e punto di partenza della radicalizzazione della lotta antipartigiana nei Balcani, dove tra l’altro si ordinava l’internamento di tutte le famiglie in cui fossero mancati, senza chiaro e valido motivo, maschi validi d’età compresa tra i 16 e i 60 anni), vale la pena ricordare l’atteggiamento delle autorità governative di Roma nei confronti delle richieste di estradizione di presunti criminali di guerra, accusati di rappresaglie contro civili dai governi di Belgrado, di Tirana, di Atene. Di fronte a queste richieste, che arrivavano a centinaia, il governo italiano cercava di prendere tempo, raccoglieva le controdeduzioni degli imputati, richiedeva ulteriori documentazioni. I crimini contro la popolazione civile sono probabilmente conseguenza di qualsiasi occupazione, là dove si sviluppano movimenti armati di opposizione che applicano la tattica della guerriglia e che trovano complicità nella popolazione stessa: ma a essere processati sono gli ufficiali e i soldati dei Paesi vinti, mai quelli dei Paesi vincitori. L’estradizione dei presunti criminali di guerra (pure prevista dalle clausole armistiziali, esplicitamente dall’art. 29 dell’«armistizio lungo») sarebbe stata un’ammissione della sconfitta dell’Italia e avrebbe pregiudicato il percorso di rielaborazione in atto. In una nota inviata dall’ambasciatore italiano a Mosca Pietro Quaroni al conte Vittorio Zoppi, direttore generale degli Affari Politici al ministero degli Esteri, il problema emerge nei contorni politici reali. Con un linguaggio estraneo al formalismo della corrispondenza diplomatica, Quaroni saldava il problema dei criminali di guerra italiani con quello dei criminali di guerra tedeschi e scriveva il 1 luglio 1946: «Noi non ci vogliamo rendere conto che abbiamo perduta una guerra e che i vinti, dall’epoca di Brenno in poi, hanno sempre torto. E che si sono voluti introdurre nel mondo, applicabili naturalmente solo ai vinti, dei principi nuovi. I nostri ufficiali e i nostri soldati hanno fatto in giro per il mondo né più né meno, certamente anzi molto meno, di quanto, da che mondo è mondo, tutti gli eserciti hanno fatto in un Paese nemico occupato; ma non vogliamo renderci conto che oggi c’è un principio nuovo in giro. Queste cose le possono fare, impuniti, solo i vincitori; i vinti, se le hanno fatte o anche solo se sono accusati di averle fatte, pagano con la testa».
Preoccupato di vedere teste italiane «pendere da forche russe o jugoslave o magari anche etiopiche», l’ambasciatore Quaroni suggeriva una soluzione «empirica»: «Capisco benissimo il desiderio dell’opinione pubblica italiana di vedere citati in giudizio quei tedeschi che si sono resi responsabili di crimini di guerra in Italia. Ma noi siamo purtroppo in una situazione per cui altri Paesi ci chiedono la consegna di colpevoli di vere o presunte atrocità. Il giorno in cui il primo criminale tedesco ci fosse consegnato, questo solleverebbe un coro di proteste da parte di tutti quei Paesi che sostengono di avere diritto alla consegna di criminali italiani». La conclusione era lapidaria: «Mi vien fatto di domandarmi se sia saggio da parte nostra sollevare una questione che troppo facilmente può fungere da boomerang». Il risultato era il sostanziale «baratto» fra criminali di guerra tedeschi e italiani, che aveva il suo esito da un lato nell’«armadio della vergogna», il mobile con le ante rivolte verso il muro dove vennero rinchiusi tutti i fascicoli relativi ai crimini nazisti, dall’altro nel silenzio sui crimini di guerra commessi dagli italiani nei territori occupati. Il terzo e più evidente elemento da rimuovere erano le foibe giuliane e l’esodo della popolazione italiana dalla Dalmazia e dall’Istria, una tragedia, profondamente radicata nella coscienza delle popolazioni giuliane dove ha determinato una memoria contrastata e divisa, ma troppo a lungo esclusa dal patrimonio collettivo della nazione. Le spiegazioni del silenzio rinviano a motivazioni di origine diversa. In primo luogo, vi è un silenzio determinato dalla politica internazionale. Quando nel 1948 si consumò la rottura fra Tito e Stalin e i comunisti jugoslavi vennero condannati da Mosca come «deviazionisti», l’Occidente prese a guardare verso il governo di Belgrado come a un possibile riferimento, avviando il processo di attrazione della Jugoslavia entro il proprio campo. In questa prospettiva, veniva meno l’interesse a riconsiderare i problemi aperti dall’occupazione della primavera 1945 e a far chiarezza sulle migliaia di cittadini italiani scomparsi. Al silenzio internazionale fa da riscontro il silenzio del Partito comunista italiano. Il gruppo dirigente togliattiano non aveva alcun interesse a tornare su una questione che evidenziava le contraddizioni tra la nuova collocazione del Pci come partito nazionale e la sua vocazione internazionalista: parlare di foibe avrebbe infatti significato esplicitare la posizione di Togliatti nei confronti del confine nordorientale, le ambiguità della sua linea politica, le responsabilità nella rottura del fronte antifascista giuliano.
A queste due forme di silenzio se ne aggiunge però unvaltra, ben più decisiva nel determinare la rimozione della memoria e che rimanda alle responsabilità delle forze centriste al governo il Paese. La situazione della Venezia Giulia costituiva il terreno di confronto più scomodo e destabilizzante, perché era la dimostrazione evidente che l’Italia è uscita sconfitta dalla guerra. A differenza di quanto accade nel resto della penisola, la regione restava sotto l’amministrazione alleata sino al 15 settembre 1947, quando entrava in vigore il trattato di pace. In virtù delle clausole stabilite a Parigi, il Goriziano e il resto del Friuli erano restituiti alla sovranità italiana, mentre Trieste e il suo circondario andavano a costituire la zona A del Territorio libero di Trieste, che avrebbe continuato a essere amministrata dagli alleati sino al 26 ottobre 1954. Ciò che si trovava a oriente di quest’area, e che dopo la prima guerra mondiale era entrata a far parte del regno d’Italia, diventava invece territorio jugoslavo. Il peso della sconfitta veniva dunque pagato interamente sul confine nordorientale, prima con le stragi delle foibe, poi con le annessioni alla Jugoslavia e il conseguente esodo di centinaia di migliaia di persone. Tacere sugli «infoibati» e sui profughi, relegarli a memoria locale giuliana senza farli entrare nella coscienza collettiva, ghettizzare gli esuli istriani e dalmati in un centinaio di campi distribuiti in tutta Italia senza mai lasciare emergere la loro vicenda politica e umana, era la risposta più facile e immediata per non parlare del trattato di pace, della diminuzione della sovranità nazionale, del trattamento riservato all’Italia come Paese sconfitto.

Conclusioni
Periodicamente, nel nostro Paese si riaccende il dibattito storiografico-politologico attorno al periodo 1943-’45: per limitarci agli ultimi dieci anni, ci sono state le polemiche sul triangolo rosso dell’Emilia, sui crimini di guerra tedeschi rimasti impuniti, sulla «pacificazione» sollecitata nel 1966 dall’allora presidente della Camera Luciano Violante, sull’8 settembre come «morte della patria», sulla Resistenza come guerra civile, sulle migliaia di italiani «infoibati» nella regione giuliana. Un passato che non passa (come spesso si afferma), nonostante siano trascorsi sessant’anni dagli avvenimenti. Ma si tratta davvero di conti con il passato che non si riescono a chiudere? La rilettura proposta suggerisce un’ipotesi diversa: i conti con il passato non si riescono a chiudere per la semplice ragione che non sono mai stati realmente aperti. La Resistenza ha offerto a tutti l’alibi della vittoria ed è stata usata come strumento per una rielaborazione parziale, impropria, ipotecata da rimozioni e censure. È sufficiente il riferimento alle foibe per dare il senso di un’anomalia profonda: migliaia di cittadini uccisi e occultati nelle viscere carsiche rappresentano una strage che in termini quantitativi non ha nessun paragone nella storia d’Italia in tempo di pace, eppure la stragrande maggioranza degli italiani ignora il fenomeno. Il «dicibile» e l’«indicibile» (e le ragioni di carattere politico-ideologico che hanno reso gli avvenimenti dicibili o indicibili) hanno pesato sulla memoria collettiva della nazione, depotenziando il significato del passato e trasformandolo in un terreno assai più di contesa che di identificazione. In questo quadro, trovano spazio posizioni che non avrebbero ragion d’essere in presenza di una memoria elaborata e condivisa. È emblematico il caso dell’indulgenza di ritorno nei confronti del fascismo repubblicano, la rivendicazione della categoria della «buona fede» per riabilitare i combattenti di Salò, l’interpretazione della pacificazione non come superamento delle contrapposizioni (secondo lo spirito con cui è stata proposta) ma come assoluzione generalizzata ed equiparazione dei combattenti dell’uno e dell’altro campo.
Un’interpretazione storica coerente non offrirebbe spunti a polemiche. È verosimile che la maggior parte dei giovani che nel 1943-’45 si sono schierati, rischiando volontariamente la propria vita, fossero in buona fede, convinti gli uni e gli altri di difendere la causa più giusta. Ma la buona fede è una categoria etica, utile per costruire una biografia dei singoli uomini: quando si ricostruisce la biografia di una nazione (cioè quando si fa «storia») si deve guardare ai progetti per i quali gli uomini si sono battuti, non alle ragioni individuali delle scelte di campo. Ridurre la storia a somma di percorsi soggettivi significa assolvere tutto e tutti, confondere il passato nelle nebbie di un remoto indistinto; i progetti, le loro logiche, le loro prospettive, devono invece essere la sostanza della memoria collettiva, perché in essi risiede la ragione per cui ha senso custodire il passato e trasmetterlo alle nuove generazioni. Come ha scritto Italo Calvino in una delle pagine più intense dei Sentieri dei nidi di ragno, «quel peso di male che grava sugli uomini del Diritto, quel peso di male che grava su tutti noi e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pure uguale al loro, m’intendi?, pure uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi e a liberare i nostri figli. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali». Perché la memoria sia conservazione dei progetti e delle loro ragioni, è però necessario che essa sia coscienza di tutto il percorso che ha portato alle contrapposizioni del 1943-’45, che il periodo sia compreso e interpretato nel quadro della storia italiana 1922-1945, che emergano le contraddizioni, le responsabilità, i perché di quanto è accaduto: in altre parole, è necessario che i conti con il passato siano fatti realmente. La situazione interna e internazionale successiva alla primavera 1945 ha di fatto stravolto questa ricerca storico-morale e la Resistenza antifascista, opera della parte migliore del Paese, è stata paradossalmente trasformata nell’alibi per non aprire i conti, o quantomeno per chiuderli troppo in fretta. Con il risultato che sessant’anni dopo restiamo ancora privi di una memoria condivisa.

 

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