Gli individui, i partiti e le nazioni hanno spesso bisogno di miti, vale a dire di idealizzazioni e di simboli capaci, come sosteneva Georges Sorel, di spingerli ad azioni future. Il mito della Resistenza contro il regime fascista e gli invasori tedeschi svolse questa funzione all’indomani della catastrofe rappresentata dalla seconda guerra mondiale. In quella guerra l’Italia era stata sconfitta ma, grazie alla Resistenza, credette che ciò non fosse accaduto. Per molti anni Mussolini governò con il consenso di quasi tutti gli italiani. Grazie al mito della Resistenza, tale consenso fu dimenticato. Gran parte degli italiani, che nel 1939 erano stati così ostili all’intervento in guerra, tanto da imporre a Mussolini la «non belligeranza», erano diventati molto meno ostili nel giugno 1940, poiché la guerra sembrava già conclusa. Ponendosi all’ultimo momento accanto a Hitler, volevano impedire alla Germania di dominare l’Europa e - credendo imminente la fine del conflitto - immaginavano di non correre molti rischi. Grazie ai miti, anche questo errore di calcolo fu rimosso. I miti servono a sopravvivere, a non battersi il petto ogni giorno, a non farsi soffocare dai sensi di colpa. E quindi, come diceva Sorel, possono essere molto utili a spingere tutti, le masse e le élites, verso la vita futura. L’antifascismo e la Resistenza furono ingigantiti a questo fine, ma la realtà era stata alquanto diversa. Nell’Intervista sull’antifascismo - il libro che uno dei maggiori dirigenti comunisti, Giorgio Amendola, pubblicò nel 1976 insieme con me che lo intervistavo - sia l’antifascismo sia il fascismo risultarono ridimensionati. Durante il regime mussoliniano, chi entrava a far parte di un’organizzazione contraria a quel regime rischiava il carcere, ma gli eroi disposti a correre questo rischio non erano molti. I comunisti, che possedevano l’organizzazione più consistente dal punto di vista numerico e organizzativo, restavano in pochi. «C’erano momenti - disse Amendola - in cui avevamo più comunisti in carcere che comunisti attivi fuori dal carcere». Il presidente dell’Internazionale comunista, Dimitri Manuilski, dichiarò nel 1934 che il partito italiano poteva contare solo su 2.500 iscritti. Oltre all’antifascismo, Amendola ridimensionò anche il fascismo polemizzando contro coloro i quali parlavano «di un fascismo totalitario di tipo nazista». E spiegò: «Il fascismo ha avuto una violenza feroce all’inizio […] Ma poi, quando divenne regime, sostituì alla violenza squadristica la violenza di Stato, gestita coi sistemi della polizia giolittiana, da Bocchini a Senise». Arturo Bocchini guidò la polizia del regime dal 1926 al 1940, Carmine Senise dal 1940 all’aprile 1943. Dopo la caduta di Mussolini, avvenuta il 25 luglio 1943, e dopo l’armistizio dell’8 settembre di quello stesso anno, che consentì ai tedeschi di occupare gran parte della penisola, Mussolini non assomigliò più al «duce» di prima, e molti italiani si allontanarono da lui, sia perché Mussolini sembrava ostaggio dei tedeschi, sia perché era ormai evidente che la vittoria finale non sarebbe stata né di lui né di Hitler. Ciò nonostante la Resistenza armata riguardò solo pochi. Qualitativamente le formazioni partigiane poterono contare moltissimo, anche perché i rischi ai quali i partigiani andavano incontro erano enormi, ma le cifre parlano di un numero inferiore alle centomila persone, che si avvicinarono alle duecentomila soltanto negli ultimi giorni, dopo che gli Alleati avevano superato il fiume Po. Alcuni anni più tardi, il 25 aprile 1994, le sinistre italiane organizzarono un’imponente celebrazione della Resistenza nella piazza del Duomo di Milano, proprio perché - pochi giorni prima - Berlusconi, Fini e Bossi avevano vinto le elezioni politiche. Fui invitato dalla Rai a commentare in diretta quella manifestazione e accanto a me sedeva Claudio Pavone, grande storico della Resistenza. Nessuno fece obiezioni allorché dissi che piazza del Duomo, in quel momento, conteneva un numero di persone assai superiore a quello di chi, nel 1945, aveva avuto il coraggio di imbracciare un fucile. Torino, per esempio, che nell’aprile 1945 era una grande città industriale piena di operai e di intellettuali, al momento dell’insurrezione reclutò un numero modesto di armati, appena tremila. Lo disse Amendola che per l’appunto si trovava a Torino e che precisò: si trattava non solo di comunisti, ma anche di socialisti, di democristiani e di monarchici. «E tutti assieme - concluse Amendola - eravamo così pochi». Ci viene il sospetto che gli insorti torinesi non raggiungessero neppure i tremila. Numericamente assai più consistente fu il numero di coloro i quali combatterono contro i tedeschi nei reparti dell’esercito regio. Quasi tutti erano militari di leva, oppure richiamati e di carriera. Alcuni erano volontari (ma da Roma ne partì soltanto un piccolo drappello: forse una ventina) mentre altri appartennero ai reparti partigiani del centro Italia i quali, dopo la ritirata dei tedeschi, vollero continuare a combattere al fianco degli Alleati, nella Ottava Armata britannica. La partecipazione dell’esercito regio alla guerra contro i tedeschi ebbe inizio subito dopo l’8 settembre, nell’isola di Lero per esempio, dove i superstiti della battaglia furono mille e cinquecento su 12 mila. O nell’isola di Cefalonia, dove la divisione Acqui non si arrese e fu distrutta. Nella zona di Cassino, l’8 dicembre 1943, reparti italiani vennero impiegati a fianco degli Alleati e furono decimati. Straordinario fu il comportamento dei circa 550 mila militari italiani catturati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre e rinchiusi nei lager. Benché non fosse stato loro riconosciuto il trattamento dei prigionieri di guerra e fossero quindi privi di ogni sostegno da parte della Croce Rossa Internazionale, rifiutarono quasi tutti di collaborare con la Repubblica Sociale di Mussolini. Sarebbe bastata una firma per tornare in Italia, ma non firmarono. Fra i 30 e i 50 mila non fecero mai più ritorno. In molti testi di storia leggiamo che il 13 ottobre 1943 l’Italia dichiarò guerra alla Germania. Ma le cose non andarono esattamente così. Il mito ha fatto dimenticare che, accettando la resa incondizionata e le dure condizioni di armistizio, il governo italiano possedeva una sovranità così limitata da non poter dichiarare guerra a nessuno. Il governo Badoglio provò a dichiararla per convincere gli Alleati a trattare l’Italia con maggiore considerazione. Ma quando l’ambasciatore italiano a Madrid, Giacomo Paulucci de’ Calboli, si presentò davanti all’ambasciatore tedesco della capitale spagnola tenendo in mano la dichiarazione di guerra, vide che il suo collega - al corrente della sovranità limitatissima concessa all’Italia sconfitta - restava ostentatamente in piedi dietro alla scrivania rifiutando di prendere in mano i fogli che l’italiano gli porgeva. L’Italia, che non fu considerata alleata né dagli angloamericani né dai sovietici, rimase una «cobelligerante» di fatto. Perché fosse ammessa all’Organizzazione delle Nazioni Unite, inizialmente composta dagli Stati che avevano combattuto contro Germania, Italia e Giappone, bisognò attendere il 14 dicembre 1955. Le potenze vittoriose, e in primo luogo la Gran Bretagna e l’Urss, non tennero conto della Resistenza italiana. Trattarono l’Italia come una potenza sconfitta e le imposero dure condizioni di pace, fra cui la perdita di tutte le colonie, oltre che dell’Istria e della città di Trieste divenuta, nel 1947, territorio libero controllato dall’Onu. La Francia incorporò nei suoi confini le due cittadine piemontesi di Briga e di Tenda.
C’è poi un problema ancora assai poco studiato, ed è quello della cultura posseduta dalle forze che della Resistenza facevano parte. La nostra impressione è che i partiti della Resistenza soffrissero di gravi ritardi culturali dovuti sia alle ideologie allora dominanti, sia al fatto che molti di quei resistenti avevano vissuto fuori d’Italia come «fuorusciti» e quindi come persone rimaste emarginate dai problemi concreti sia dell’Italia sia dei Paesi di cui erano stati ospiti. Gli uomini politici si addestrano governando oppure facendo opposizione su questioni concrete e non operando all’estero o clandestinamente. Ancora una volta ci soccorre la testimonianza di Giorgio Amendola nella citata intervista: «Tutti noi siamo arrivati al momento del crollo del fascismo senza avere nessuna proposta di come ricostruire lo Stato, anche perché avevamo scarse idee di che cosa era diventato questo Stato, di che cosa era diventata la burocrazia». Nel giugno del 1945 la presidenza del Consiglio dei ministri fu affidata a Ferruccio Parri, dirigente del Partito d’azione, uno dei maggiori capi della Resistenza, una persona di grande onestà e nobiltà d’animo. Ma, come sostiene Amendola: «Parri era l’espressione della nostra impreparazione. Me lo ricordo sommerso da una mole di dossiers, che si accumulavano sul suo tavolo ed egli non sapeva da che parte cominciare». Oltre ai ritardi culturali di natura «tecnica» pesavano quelli di natura ideologica, a causa dei quali si aveva fede nel socialismo, si temeva la proprietà privata dei «mezzi di produzione» e si auspicava un potere esecutivo indebolito. In tutti i settori dello schieramento politico la modernità non era capita e suscitava sgomento, poiché in essa si scorgeva una terribile minaccia. La Costituzione repubblicana entrata in vigore il 1° gennaio 1948 era frutto di questi ritardi e di molte illusioni.