La procreazione assistita è la risposta nuova - possibile grazie alle inedite opportunità offerte oggi dalla ricerca scientifica, dalla medicina, dalle tecnologie più avanzate - che si cerca di dare a un desiderio antico: quello della maternità e della paternità. Mettere a fuoco questo aspetto è importante e può aiutare anche la politica ad allargare il suo orizzonte, che va ben oltre la responsabilità di dare al Paese una legge che regoli la procreatica. Di fronte a questa esigenza, sottesa ai quesiti referendari, la domanda più vera da porsi - anche da parte della politica - potrebbe essere questa: come favorire il desiderio di maternità e di paternità? Sono molte le strade che si possono percorrere. Perché non rivedere, ad esempio, il procedimento che regola l’adozione, oggi così difficile? Perché non promuoverla e agevolarla, senza che venga indebolito il primario interesse del bambino? Sappiamo inoltre che la sterilità è legata anche alle condizioni sociali e ambientali: è più difficile avere un figlio a quarant’anni che a venti. Ma se è così difficile trovare una casa per potersi sposare; se è così difficile inserirsi nel mondo del lavoro, soprattutto per una donna con la prospettiva di diventare madre; se per una giovane madre lavoratrice è quasi impossibile trovare assistenza nella cura dei figli che non sia quella dei nonni, perché mancano gli asili nido… come si può pensare a un figlio negli anni in cui generare un figlio è fisicamente più facile? Alla politica allora è chiesto di impegnarsi in progetti che affrontino tali questioni, quelle in cui è chiaro che la questione antropologica si intreccia con quella sociale e ne è in qualche modo condizionata. Certo tutto questo non basta a mettere l’esperienza della generazione al posto che le spetta: quella di esperienza umana tra le più alte. Quand’anche ci fossero leggi e progetti adeguati, ci sarebbe ancora da dedicarsi al compito culturale, che permette di purificare la generazione da tante ambiguità: quella, ad esempio, per cui il figlio è un diritto dei genitori, non solo una legittima e grande aspirazione della loro vita adulta, che si realizza nel dare la vita e nel saper vivere oltre sé… Se il desiderio si trasforma in bisogno, e si sa che un bisogno condiziona, lasciamo campo libero a delle distorsioni, per cui il limite diventa un confine da forzare a ogni costo e non un aspetto della finitezza umana. Un aspetto che, quando viene accettato, mostra la sua fecondità e apre inedite possibilità di vita e di maturazione della persona. L’oggetto di questi referendum, in definitiva, è la visione della vita, della persona, del fondamento della società. La posta in gioco non è solo quella relativa alla fecondazione assistita, ma è l’idea stessa di persona che poniamo alla base della nostra convivenza civile. Siamo davanti, prima di tutto, a una questione di qualità civile della vita. In passato, nel confronto con le culture del tempo, i cristiani hanno espresso una capacità di pensiero originale, mettendo al centro la persona e la sua dignità: la stessa sapienza è chiesta oggi, attraverso l’impegno della ricerca culturale e filosofica e il dialogo con tutti.
Un inganno di nome “ootide”
di Adriano Bompiani Presidente Onorario del Comitato Nazionale di Bioetica
Chiamato a offrire un contributo al dibattito in corso sui temi del referendum abrogativo di alcuni contenuti della legge 40/2004, mi è sembrato opportuno riflettere su aspetti biologici circoscritti alle primissime fasi di vita del nuovo «essere umano», delle quali ben poco l’opinione pubblica conosce. Mi si consenta, tuttavia, una premessa. Chi cerca di derivare deduzioni razionali dall’interpretazione dei fatti biologici, e anche di quelli che si svolgono nelle prime 30-40 ore dalla penetrazione dello spermatozoo nell’ovocita, per sostenere un’antropologia che non contrasti con i fatti stessi, viene accusato di «biologismo». A me sembra che la stessa accusa potrebbe rivolgersi a chi è andato alla ricerca di altri «stadi», collocati più avanti nel corso dello sviluppo (siano essi la «stria primitiva», o il momento dell’impianto, o la comparsa fenotipica dell’abbozzo cerebrale, etc.) per individuare momenti a suo dire più significativi e gratificanti per la propria antropologia. Questi tentativi hanno costellato da circa trent’anni le riflessioni bioetiche, ma per quanto vadano ricordati con rispetto nella storia dell’argomento (pur rilevando che troppe volte le deduzioni apparivano viziate da finalità pratiche, quelle di lasciarsi uno spazio temporale di libera disponibilità manipolatoria o soppressiva per l’embrione in vitro), non hanno spostato di un etto le caratteristiche di un processo che in natura appare continuo, progressivo, orientato nel tempo e nello spazio, coerente nella sua dinamica interna. Si badi bene: queste caratteristiche non sono prerogative dello sviluppo del solo embrione umano; lo sono di tutti gli embrioni dei mammiferi, delle specie cioè alle quali anche l’uomo appartiene. Dunque la vera risposta su come considerare l’essere umano embrione la dà l’antropologia, la quale però - proprio per essere scienza dell’antropos - non può prescindere da ciò che la biologia umana documenta come la «causa» prima delle caratteristiche del processo: una regia da parte di un programma genetico esattamente temporizzato.
Ciò premesso, la questione ai fini del quesito referendario sulla proposta di abrogazione del divieto di crioconservazione degli embrioni, si presenta oggi sotto questi termini: la legge prevede che si possano crioconservare ovociti e non embrioni. Ci si domanda: ma un ovocita penetrato dallo spermatozoo (cioè fertilizzato), nel quale esistano il nucleo originario femminile (dopo la ripresa della meiosi II, che porta al dimezzamento del numero di cromosomi) e il nucleo maschile (che già porta con sé la metà del numero dei cromosomi), stadio cioè dei due pronuclei, è già da considerarsi embrione? Se la risposta è positiva, in tal caso non potrebbe essere criocongelato; ma se non fosse embrione, lo potrebbe, almeno in termini strettamente giuridici compatibili con la legge 40/2004. La questione non è priva di interesse pratico: mentre la «resa» di ovociti non fertilizzati congelati e poi scongelati e fecondati è piuttosto bassa in percentuali di risultati «bambini in braccio» (2% circa), l’ovocita penetrato dallo spermatozoo e giunto poche ore dopo allo stadio della presenza dei due pronuclei è più resistente al criocongelamento, e - se scongelato - può dare luogo al 10% (circa) di «bambini in braccio». C’è dunque un evidente interesse pratico a non considerare embrione - sia pure unicellulare - l’ovocita fertilizzato (come invece ritiene una notevole parte della letteratura scientifica) e - per rendere più evidente questo presunto «stacco» rispetto al «vero» embrione (denominazione questa che verrebbe considerata appropriata solo per stadi successivi, e si applicherebbe non prima del momento in cui è iniziata la suddivisione blastomerica e la moltiplicazione cellulare) - è stato da taluno coniato il termine di ootide. Questo coincide dunque con lo stadio in cui un ovocita penetrato dallo spermatozoo è caratterizzato dalla presenza di due pronuclei (uno femminile, l’altro maschile), ma non ha duplicato il corredo cromosomico per ripartirlo in due blastomeri. Si ripresenta quella «guerra delle denominazioni» che già abbiamo visto in passato presentarsi con il concetto di «pre-embrione», ma vorrei sostenere che tali divergenze fra opposti schieramenti non sono solamente dispute accademiche, quando tendono a influenzare l’opinione pubblica la cui spontanea reazione psicologica è portata a ritenere cose diverse quelle che sono indicate con vocaboli diversi. Si tace inoltre il fatto che, con l’entrata dello spermatozoo nell’ovocita, inizia un immediato dialogo biochimico - a livello molecolare - fra i costrutti genetici e proteici dell’ovocita e il nucleo dello spermatozoo, che porta a modificazioni della cromatina e iniziale attivazione del Dna dello stesso prima ancora che - con la formazione del cosiddetto fuso mitotico governata dal centriolo paterno e della formazione della piastra - i cromosomi paterni e quelli materni omologhi si affianchino e senza «fondere» le due cromatine, si ridistribuiscano nelle due prime cellule figlie (blastomeri) che caratterizzano la prima divisione cellulare.
Non è evidentemente questa la sede che consenta ulteriori dettagli: credo però che, razionalmente, la deduzione appaia chiara. La «dotazione» genetica paterna e materna che serve al nuovo essere è già acquisita con l’ingresso dello spermatozoo nell’ovocita; il tempo che intercorre fra questo momento iniziale ove si fissa il «destino» genetico del nuovo «esistente» e la prima divisione in due blastomeri non è un tempo di inerzia, ma di attivazione frenetica e poi di «conversione» e indirizzo della attività cellulare per il proseguimento dello sviluppo. È già un «embrione» quello che mirabilmente funziona con la sua programmazione autonoma dalla fase di una sola cellula (l’ovocita), attivata dalla penetrazione dello spermatozoo. Corrisponde, tutto ciò, al concetto di «concepito» (che la legge richiamando l’espressione generale fatta propria dalla sentenza del 1997 della Corte costituzionale ha fatto proprio all’art.1). Si vuole aggirare l’ostacolo del divieto di criocongelamento embrionale con il marchingegno dell’ootide, senza tener conto che si viene a operare su una fase di sviluppo che molti considerano già embrionale. Ma chiediamoci anche: tutto ciò gioverebbe realmente all’efficienza delle procedure? È ben noto che già l’apporto che danno gli embrioni crioconservati e poi fatti sviluppare è ben scarso ai fini dei risultati finali. E inoltre, non si riaprirebbe il rischio - se la pratica della crioconservazione del fantomatico ootide venisse permessa - di avere nel giro di qualche anno una nuova collezione di prodotti criocongelati? Certo, per chi non li ritiene embrioni sarebbe più facile - una volta ottenuto il risultato - distruggere un «soprannumerario» conservato chiamato ootide piuttosto che un essere umano chiamato «embrione»! Ovviamente, lo spazio (giustamente) ridotto consentito a un intervento a carattere giornalistico non consente di soffermarsi su altri problemi posti dal referendum; ma vorrei chiudere - utilizzando l’esempio portato - per sottolineare un principio al quale credo profondamente: da un lato i nostri atteggiamenti derivano dall’antropologia che coltiviamo, dall’altro che la «natura» ci ha già insegnato - tramite la ricerca e la razionalità che l’uomo è stato capace di sviluppare - molte cose che valgono anche per le primissime ore di sviluppo dell’essere umano e che la legge 40/2004 nella misura del possibile considera. Per quanto mi riguarda, considero esercizio di saggezza rispettare queste indicazioni.
Un figlio non è una “cosa”
di Pio Bove Coordinatore Forum nazionale Associazioni trapiantati
L’embrione: figura paradigmatica del nostro destino. Mi auguro che i dibattiti pubblici inerenti ai prossimi referendum sulla fecondazione assistitita non si trasformino in ennesimo scontro tra opposte visioni, impermeabili l’una all’altra. L’aristotelica recta ratio («Bisogna che sia determinata qual è la retta ragione e qual è la misura che la definisce»), credo, debba interpellare anche l’uomo postmoderno affinché, come la Scuola di Francoforte ci ha insegnato, la ragione, nella sua dialettica, non si risolva in nichilismo. Probabimente è proprio la tecnica, oggi, a essere malata di «onnipotenza». Sono d’accordo, in effetti, con chi considera sterili e patetiche le nobili esortazioni rivolte al rispetto della dignità dell’uomo: ciò si trasforma spesso in una sorta di «retorica dell’impotenza, dove si implora chi può (la tecnica) di non fare ciò che può». A questo punto, dunque, tutti, credenti e non, dobbiamo umilmente tentare di ridonare «senso» e «significato» all’agire tecnico, in modo che possiamo essere aiutati, cito D’Agostino «da una parte a fuoriuscre da un laicismo banale (che ha un indebito timore a parlare di verità), e dall’altra a rinunciare alle trappole di un ontologismo dogmatico che presume che della verità l’uomo possa impossessarsi». Ora, a proposito dell’embrione, eviterei di affrontare il problema se esso debba o no essere considerato «persona». Secoli di dibattiti, hanno evidenziato le difficoltà sull’inizio della vita umana dal punto di vita filosofico; difficoltà, forse, irrisolvibili su basi teoriche, come apertamente riconosce l’acuta mente di Agostino d’Ippona. Per affermare, con Tertulliano, che Homo est qui est futurus (È già un uomo colui che lo sarà), non occorre essere necessariamente dei credenti; lo stesso Magistero lascia aperto l’interrogativo circa il momento dell’infusione dell’anima spirituale. La via maestra, a parer mio, è la riscoperta di un’antropologia dell’uomo come «essere del bisogno» che ripropone il problema della coesione sociale in modo totalmente diverso da quello di un modello utilitaristico, presente in Occidente, che si limita a pensare la società come un ammasso di individui artificialmente legati tra loro da un «contratto» e da un puro «calcolo di interessi» per la «soddisfazione di un bisogno». Il figlio non è una «cosa», che ci appartiene perché prodotta e fabbricata per noi. «Nostro figlio - scriveva Marcel - non è più nostro di quanto noi siamo di noi stessi»: il figlio, cioè, come sé e come altro. Per questo la posta in gioco con questi referendum è altissima: «Cambiare il senso della generazione significa modificare il senso delle relazioni umane» afferma Pessina. L’Occidente, accanto all’«Uomo Tecnologico», ci propone, di contro, altri simboli e categorie come l’«Uomo-Reciproco», «il dono», «l’altro», «l’ospite» «il grande Debito». Perché non farci interrogare da quest’altra, diversa, visione? Forse la ferita dell’incompiutezza che noi uomini post-moderni sentiamo profondamente, ci potrà aprire l’un l’altro, strappandoci dalla nostra solitudine. Per questo l’embrione, oggi, appare come figura paradigmatica del nostro destino. È stato notato, in effetti, che «nei dibattiti si tratta sempre e solo di lui - o di “esso”, l’embrione - e mai di noi»: di noi, come «esseri del bisogno» cui «prenderci cura» l’un l’altro e per il cui reciproco rispetto non può bastare un semplice «non nuocerci». Perché, al fondo, ognuno di noi è alla spasmodica ricerca d felicità. Questo intuì Pasolini, quando, trent’anni fa, nei suoi Scritti Corsari, scriveva: «Io so che in nessun altro fenomeno dell’esistenza c’è un’altrettanta furibonda, totale essenziale volontà di vita che nel feto. La sua ansia di attuare la propria potenzialità, ripercorrendo fulmineamente la storia del genere umano, ha qualcosa di irresistibile e perciò di assoluto e gioioso».
Laici e cattolici: giù il Muro!
di Carlo Casini Presidente del Movimento per la vita
La prossima consultazione referendaria sulla legge 40/04 sulla procreazione medicalmente assistita (P.m.a.) costituisce indubbiamente una difficoltà: la materia è di difficile comprensione per la gran massa di cittadini privi di nozioni specialistiche mediche e giuridiche; è inopportuna la possibile cancellazione con un colpo di spugna dei punti qualificanti di una legge lungamente discussa in sede parlamentare prima di un’adeguata verifica degli effetti da essa prodotti; soprattutto è facile prevedere un elevato livello di lacerante polemica. Eppure è quanto mai necessario tentare di trasformare la difficoltà in opportunità. Un punto in cui tale obiettivo va perseguito è proprio quello dove più aspro sembra il confronto. Si tratta di abbattere il muro di divisione indebitamente alzato tra i cosiddetti «cattolici» e i cosiddetti «laici». Se il dibattito dei prossimi mesi servisse, almeno, ad avviare un processo di superamento di un’artificiosa incompatibilità avverrebbe qualcosa di assai positivo. Il punto di partenza è proprio la riflessione sulla vita umana. La questione del diritto alla vita di ogni essere umano, o, per entrare ancora più precisamente nel cuore del problema, la domanda se in una provetta dove si sono incontrati i gameti di un uomo e di una donna vi sia «uno di noi» o una cosa, un soggetto umano o un oggetto ritenuto più o meno prezioso, appartiene alla sola coscienza religiosa o anche alla coscienza laica? Proprio per quest’ultima la domanda sul valore della vita concepita non ancora nata è talmente inquietante che è stata molto frequentemente rimossa o elusa. Ad esempio, riguardo all’aborto, un argomento ripetuto è che non sarebbe affatto necessario porsi il quesito sull’identità umana dell’embrione: la realtà dell’aborto clandestino giustificherebbe la legalizzazione dell’interruzione della gravidanza sia nel caso che il «prodotto del concepimento» debba considerarsi una «cosa» sia qualora gli si riconosca lo statuto di «individuo umano», perché l’emersione dalla clandestinità consentirebbe, almeno, di evitare i rischi sanitari per la donna e di prevenire l’aborto mediante la sua socializzazione. Ma se l’embrione è in una provetta, non c’è alcun espediente che permetta di eludere la domanda. Essa deve ragionevolmente essere formulata quando si deve decidere se distruggerlo o no; prima ancora: quando si tratta di decidere se generare un numero rilevante di embrioni con la prospettiva di eliminarne una parte dopo il concepimento con operazioni di selezione, congelamento e sperimentazione ovvero se adottare tecniche che lascino a ogni concepito una speranza di vivere. Nelle polemiche pre-referendarie sembrerebbe che proprio l’inevitabile emergere di questa domanda («uomo o cosa»?) sospinga la contrapposizione tra cattolici e laici verso distanze incolmabili. Invece deve avvenire esattamente il contrario. Per ottenere questo risultato occorre preliminarmente ricostruire un concetto vero e nobile di laicità. È scorretta l’idea che la sostanza del pensare laicamente sia il dubbio invincibile su tutto e la convinzione che ogni ragionamento di provenienza cristiana sia confessionale e come tale debba restare chiuso nel recinto delle sagrestie. Mi pare molto più affascinante l’idea che tutti, credenti e non credenti, possano stringere un patto tra loro e lavorare insieme per un futuro migliore perché tutti, sia pure nel dubbio su molti altri aspetti, hanno una certezza comune, magari postulata: l’uguale dignità di ogni essere umano e un comune strumento di lavoro: la ragione. Avere come comune denominatore questi due elementi, l’uguale dignità umana come fine e la ragione come mezzo, è la sostanza nobile e vera del pensare e dell’agire laicamente.
L’altro concetto da chiarire è quello di confessionalità. Sarebbe confessionale e quindi inaccettabile la pretesa della Chiesa di chiedere alle leggi dello Stato laico la protezione della sua visione religiosa o delle sue pratiche di culto. Ciò è avvenuto in passato. L’esempio più forte è la configurazione come reato dell’eresia. Ma è cosa superatissima. Diverso è il caso in cui una confessione religiosa mette a disposizione della dignità umana le sue risorse di pensiero e di azione. Non vi è nulla di confessionale nel fatto che i credenti in Cristo cercano di difendere la vita umana in ogni fase del suo sviluppo e affiancano il pensiero civile («laico») più moderno lottando contro ogni discriminazione sull’uomo. Il rapporto Stato-Chiesa è rovesciato. Non più una richiesta di sostegno della seconda, ma un’offerta di aiuto nella realizzazione di fini che sono anche specificamente statuali. La comunità cristiana è disposta a rischiare in termini di potere terreno, di consenso popolare e lode pubblica quando è in gioco il valore dell’uomo. Leggo pensieri farneticanti. Lo Stato che difende la vita umana sarebbe uno Stato etico, perché si metterebbe a servizio di una particolare visione etica di parte. Dicono che lo Stato non dovrebbe avere nessuna etica. Penso invece il contrario: è lo Stato privo di qualsiasi etica che può diventare un puro strumento delle forze che lo conquistano. È Stato etico quello che pretende di essere lui la fonte del bene e del male, cioè dell’etica. Per essere laico lo Stato deve, invece, riconoscere un principio a lui superiore che lo giudica. Si tratta della uguale dignità di ogni essere umano, che è addirittura l’elemento fondativo e identificante dello Stato moderno. Se ci limitiamo a dire che lo Stato consta di un popolo dotatosi di un governo in un dato territorio non sappiamo più distinguerlo da una potenziale associazione per delinquere ben organizzata. La storia ci mostra molti casi, alcuni anche recenti, in cui proprio lo Stato è divenuto il principale pericolo per l’uomo. Mi pare che il documento più alto del pensiero laico sia la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, elaborata e sottoscritta non da chierici in San Pietro, ma da tutti i popoli della terra nei palazzi dell’Onu. Le prime parole di tale dichiarazione, poi ripetute in centinaia di trattati, proclamazioni e Costituzioni, affidano la speranza di libertà, di giustizia e di pace a un atto della mente (la ragione, cioè): il «riconoscimento della uguale dignità di ogni essere appartenente alla famiglia umana».
Ebbene: la questione di chi sia «membro della famiglia umana» riguarda il chiodo a cui appendere l’intero quadro dei diritti umani. Dunque laicissima è la domanda «uomo o cosa?» e la risposta non può prescindere dalla logica - anch’essa laicissima - che presiede alla dottrina dei diritti umani. Il principio di non discriminazione esige che sia affermata l’uguale dignità del presidente della Repubblica e dell’ultimo barbone, del campione olimpionico e del paralitico immobilizzato in un letto, del premio Nobel e del malato di mente. Ciò significa che lo sguardo di chi guarda il presidente, il barbone, l’atleta, il paralitico, il premio Nobel e il malato di mente, non vede soltanto le forme, i colori, i movimenti, come sa fare anche meglio lo sguardo dell’animale. Il più di vista che ha lo sguardo umano è la mente, che è capace di vedere oltre il visibile. Perciò non è ragionevole («laica») la provocazione dei volantini radicali che per negare l’umanità dell’uomo nella fase più giovane della sua esistenza mostrano un embrione a quattro cellule e la foto di Luca Coscioni. La differenza in termini di forma e grandezza è enorme. Ma è sufficiente per negare la dignità umana e il diritto di vivere al più piccolo dei due soggetti messi a confronto?
Il desiderio di contribuire, per quanto modestamente, a fare del tema della vita umana un tentativo di incontro e di collaborazione tra «cattolici» e «laici» mi ha fatto scrivere un lungo preambolo prima di ragionare sulla legge 40/2004. Ma ora, dopo la premessa, posso descriverne il contenuto con poche e semplici parole. Così, infatti, può essere riassunto, con rigore e completezza, il testo dei 18 articoli: «qualora si ritenga opportuno applicare le tecniche di P.m.a. bisogna lasciare a ogni figlio, anche se concepito in provetta, una possibilità di vivere e gli si devono assicurare un padre e una madre veri in ogni senso, certi, conoscibili e conosciuti». È tutta la legge. Il resto è dettaglio e conseguenza. È una legge confessionale? Essa applica il laicissimo principio scritto nella convenzione dei diritti del fanciullo (art. 3) secondo cui in ogni decisione concernente adulti e minori, lo Stato e gli Enti pubblici e privati, i corpi legislativi amministrativi e giudiziari debbono dare prevalente rilievo agli interessi e ai diritti dei minori. Accoglie anche l’esortazione della laicissima precedente dichiarazione universale sui diritti del fanciullo (1959), secondo cui «gli Stati devono dare al fanciullo il meglio di se stessi». La legge non impedisce affatto il ricorso alla P.m.a. come si vuol far credere. Intende farsi carico del lodevole desiderio di avere un figlio. Vede la sofferenza di chi è affetto da sterilità o infertilità. Ma non può accettare la trasformazione del figlio da soggetto a oggetto di un diritto. Perciò non consente che si possa avere un figlio a ogni costo. Essa si colloca nella stessa liena di crescita umana che ha già liberato dalla discriminazione gli schiavi, i neri, le donne, gli stranieri. Viene in mente un passaggio di una decisione costituzionale particolarmente espressiva del nuovo vento di libertà soffiato dopo la caduta del Muro di Berlino. Si tratta di una sentenza della Corte costituzionale ungherese (n. 64 del 17.12.91). Vi si legge: «Il concetto giuridico di uomo si dovrebbe estendere alla fase pre-natale, fino al concepimento. La natura e la portata di tale estensione potrebbero essere paragonate soltanto alla abolizione della schiavitù, anzi sarebbero ancora più significative, perché la soggettività giuridica dell’uomo raggiungerebbe il suo estremo limite possibile e la sua perfezione». Altrettanto significativo è il pensiero costituzionale tedesco, elaborato proprio nel luogo dove la concezione dello Stato etico ha avuto le più grandi responsabilità per le tragedie vissute dall’umanità nel secolo scorso. Rileggo la sentenza 25.2.75: «Di fronte all’onnipotenza dello Stato totalitario, che pretendeva per sé il dominio senza limiti su tutti i settori della vita sociale e per il quale il rispetto della vita del singolo non significava niente (…) la Costituzione ha costituito un sistema di valori che pone il singolo uomo, nella sua dignità, al centro della sua costruzione (…) l’uomo possiede un valore proprio e autonomo che esige il rispetto incondizionato della vita di ogni singolo, anche di colui che può sembrare socialmente senza valore (…). Questa scelta fondamentale determina la struttura e l’interpretazione dell’intero ordinamento giuridico». Di questo si discute contemplando l’embrione in provetta. Niente di meno. Dove sta la caduta all’indietro? Anche per questo, al di là dei dettagli, la legge 40/04 è da difendere. Insieme, «cattolici» e «laici». Anzi: smettiamola di usare un linguaggio improprio e dividente. Insieme: tutti quelli che credono nell’uguale dignità umana e nei diritti dell’uomo.
Marco, che oggi ha13 anni
di Giancarlo Cesana
Già presidente di Comunione e Liberazione, professore di Medicina del Lavoro, Università Milano Bicocca
Mi è stato chiesto di intervenire, a proposito dei quesiti referendari sulla legge 40, sulla mancanza di unità fra laici e cattolici, mancanza di unità che viene immancabilmente considerata come battaglia fra credenti e non credenti. Non è che io sia laico, però credente: io sono laico e credente. E, come me, molti altri. Perché mai allora la mentalità corrente esclude che un credente possa essere laico? Ritengo che la spiegazione stia in una concezione confusa della parola libertà: per tutti, non solo per i laici, essere liberi significa fare ciò che si vuole; per gli uomini religiosi tuttavia, fare ciò che si vuole non implica sentirsi onnipotenti, non implica cioè dimenticare di avere dei limiti, in primis quello di essere mortali e corruttibili, insomma di non essere come Dio. Su un recente numero del settimanale Tempi, è riportata una storia che, per il verso del nostro discorso, è veramente emblematica. Ottavio Piccinni - uno dei precursori della fecondazione in vitro - racconta che dopo aver impiantato nell’utero di una paziente un embrione considerato «brutto», tutt’altro che perfetto, era certo di avere sbagliato. Invece, quell’embrione oggi è un bambino di 13 anni ed è sano. Cito da Tempi: «Mi resi conto che quell’embrione che tutta la mia scienza avrebbe scartato e destinato alla distruzione, poteva invece arrivare a essere un bambino. E pensai: quanti Marco ho buttato via fino a oggi?». Da questo pensiero, Piccinni ha cominciato un altro tipo di scienza, arrivando ad affermare che «già nelle prime ore dopo la penetrazione dello spermatozoo nell’ovocita, si definisce dove spunterà la testa, i piedi e da quale parte si formerà la schiena e la pancia». E arrivando a denunciare che su 100 embrioni prodotti in laboratorio, ne nascono massimo 15: dunque, minimo 85 vengono cestinati. L’esempio di questo scienziato - che a partire dall’osservazione al microscopio, arriva ad affermare esattamente lo stesso principio di misteriosità, di non controllabilità della vita che afferma un uomo credente - tale esempio è la dimostrazione che l’esperienza consente di riconoscere la straordinarietà di una vita umana, fin dalla sua prima forma embrionale. La ragione è fatta per riconoscere i fatti dell’esperienza, come ha dichiarato su La Stampa (8-03-05) Barbara Spinelli, anch’essa voce indubitabilmente laica: «Paradossalmente, la parte del Cardinale Bellarmino che si rifiutava di guardare dentro il cannocchiale di Galileo caratterizza più spesso i laici, oggi, che i cattolici». Laico dunque è colui che si rapporta con la realtà in base alla sua esperienza elementare, ovvero in base a un giudizio di valore (buono/cattivo) espresso su ciò che vive. L’esperienza è fatta di ragione e di fede in ciò che la ragione riconosce come presenza positiva, cioè buona per sé, anche se non riducibile alla propria capacità di comprensione. Così il problema non è la sfida tra credenti e non credenti, ma è il paragone a riguardo della verità di ciò in cui si crede. Come diceva G.K. Chesterton: «Gli atei non sono quelli che non credono in niente, ma quelli che credono in tutto». Infatti, io credo che la vita dell’uomo sia un mistero il cui valore è stabilito semmai dal suo autore (Dio), non certo dall’uomo stesso. Chi non è d’accordo con la posizione in cui mi ritrovo, crede che l’embrione diventi persona dopo un tot di tempo; che la fecondazione eterologa sia un contributo alla felicità; che con gli embrioni la scienza farà progressi inimmaginabili. Eccetera: che tutto sia, in fondo, arbitrario e lecito. Chi ha ragione, cioè chi affronta meglio la realtà?
Demagogia e sovranità
di Giuseppe Dalla Torre Rettore Università Lumsa, Roma
Non democratico, ma demagogico. Questo il giudizio sull’istituto del referendum di un politico che di referendum se ne intendeva: Adolph Thiers. In effetti nell’opinione dei più è diffuso il convincimento che l’istituto referendario sia la più alta espressione della democrazia: la provocatio ad populum chiama direttamente in causa il sovrano, che così si riappropria delle proprie prerogative. In realtà il referendum è una espressione del metodo democratico, non certo la migliore. La struttura propria di questo istituto non permette che le posizioni estreme: sì, no, astensione. Manca ogni possibilità di confronto costruttivo tra le diverse posizioni esistenti nel corpo sociale, di mediazioni, di ricerca di una sintesi più elevata e condivisa. Qui è, invece, il nucleo forte della democrazia e il modo più nobile del fare politica, che non è cercare il favore popolare ma perseguire il bene comune nella casa di tutti. In questa prospettiva i referendum sulla legge n. 40 mostrano tutta la propria intrinseca debolezza e una certa coloritura demagogica: non a caso nascono non per spontaneo moto popolare dal basso, ma per sollecitazione - e col sostegno - di formazioni partitiche in cerca di consolidamento politico. L’Italia arriva buon ultima, tra i Paesi sviluppati, a darsi una legge in materia di procreazione medicalmente assistita, quindi dopo un lungo periodo di Far West che mette in evidenza rischi e danni della mancanza di ogni regolamentazione della materia. La legge è preceduta da un dibattito nel Paese che dura un quindicennio e da un dibattito parlamentare che si prolunga per sei anni; essa è il frutto di una larga maggioranza alle Camere, trasversale ai due schieramenti. Ogni aspetto scientifico, tecnico, giuridico, sociale, economico è stato affrontato e vagliato nella diversità di posizione e nella pluralità di soluzioni. Non si vede, in effetti, perché riaprire un problema la cui soluzione ha avuto una gestazione così lunga e ponderata, senza neppure lasciare un adeguato lasso di tempo per poterla vagliare alla prova dei fatti, per poterne ragionevolmente evidenziare limiti e difetti, per poter strutturare meditati interventi emendativi. Soprattutto non si vede come il popolo sovrano possa dire di più rispetto a quanto il Parlamento ha fatto; come sia in grado, il singolo elettore, di valutare tutti i risvolti tecnico-scientifici, le valenze etiche, i profili di diritto ed economico-sociali di una materia complessa, per poter dare un voto davvero libero, non condizionato, in scienza e coscienza. Certamente il popolo sovrano attraverso il referendum non sarà in grado di giungere più in là di dove è giunto il legislatore: una posizione più avanzata che fa sintesi tra le diverse istanze, assicurando - ed è questo il nucleo forte del problema - la tutela degli interessi in gioco, spesso in reciproco conflitto, e innanzitutto gli interessi delle parti più deboli.
Invero la vittoria dei «sì» al referendum arretrerà la legge a mera disciplina delle procedure, a quel «diritto debole» che non graduando nelle tutele gli interessi in gioco alla fine serve a poco o a nulla. La vittoria dei «no» significherà un’inutile conferma di quanto già fatto dal legislatore. Nell’uno come nell’altro caso una conseguenza è certa: l’esito referendario cadrà come una «pietra tombale» sulla materia, impedendo per anni, forse per decenni, ogni possibile ripensamento, in qualsiasi senso, del legislatore. È un esito scontato, come dimostrano eloquentemente vicende quali quelle dell’aborto o dell’energia nucleare, in cui esiti referendari di decenni fa impediscono tuttora di riprendere un discorso legislativo, nonostante i ripensamenti affioranti nelle parti che allora si prodigarono per i risultati poi avuti dalle consultazioni elettorali. Per questo la posizione dell’astensione è la più ragionevole e democratica. Perché non chiude ma lascia aperto il confronto, la possibilità di ricerca di soluzioni maggiormente condivise in una società pluralista qual è la nostra, la prospettiva di possibili interventi migliorativi di una legge che tutti dicono imperfetta.
Non tradiamo la storia dell’Io
di Roberto de Mattei Vice presidente Cnr
Nel divenire di ogni essere umano esiste un centro unificatore, stabile e permanente, da cui scaturisce, tutta la vita, nel suo flusso e nella sua molteplicità. Questo centro unificatore è ciò che chiamiamo «Io», ovvero il principio per cui ognuno di noi si riconosce sempre identico a se stesso, nel corso degli anni e degli eventi. L’Io precede l’autocoscienza, ossia la consapevolezza che il soggetto ha di se stesso in quanto soggetto. Esso è un principio costitutivo che viene prima del pensiero, si radica nell’essere e fa di ognuno di noi un essere specifico e invariabile. L’Io dell’essere umano è immateriale, perché immateriali sono le facoltà conoscitive e volitive dell’uomo e può essere più propriamente definito «anima». La scienza non ci permette di rilevare sperimentalmente quando e in che modo l’anima si unisca al corpo, ma, soprattutto dopo le scoperte della genetica, ci consente di identificare con assoluta sicurezza il momento iniziale della vita umana.
Tale origine sta nell’evento che in seguito all’unione di un uomo e di una donna, vede formarsi dalla fusione dei due gameti, maschile e femminile, una singola cellula, lo zigote, destinata a svilupparsi come unico organismo pluricellulare. Nel genoma di quest’uovo fecondato è delineato e inscritto in modo stabile un programma di vita unitario e coerente, come unitaria e coerente è l’identità dell’«Io». Io sono ciò che oggi sono perché sono stato concepito dai miei genitori, che con l’atto coniugale mi hanno dato la vita. Questo atto coniugale, al di là delle intenzioni e dello stato d’animo di chi lo compie, è in se stesso destinato a unire due persone verso la realizzazione di un progetto comune. Il prodotto di quest’atto non è un mero grumo di cellule, ma un individuo della specie umana, identificato dal proprio patrimonio genetico, capace di vivere solo perché possiede un principio vitale spirituale che lo costituisce come una «sostanza individuale di natura razionale», ossia una persona. Ecco perché l’embrione va considerato non come un oggetto producibile e manipolabile a piacimento (come accade nella fecondazione artificiale), bensì come un «soggetto» umano. La pena di morte non può essere comminata nei suoi confronti perché questo uomo non è solo debole e indifeso, ma è anche assolutamente innocente. La sua vita merita di essere difesa per ciò che egli, sia pure allo stadio embrionale, attualmente è: una persona umana, con un’anima immortale, destinata alla vita eterna.
Oltre il referendum
di Romano Forleo Ginecologo, docente universitario, scrittore. Membro del Comitato Nazionale di Bioetica
Coerente alla scelta fatta di non asservire l’etica alle esigenze tattiche della politica, non ho voluto intervenire in modo organico sul grande tema della bioetica, che sarà prossimamente oggetto di referendum, durante la campagna elettorale per le regionali. Sono però stato chiamato in causa dagli interventi di alcuni qualificati «politologi» per chiarire in poche righe la mia posizione, peraltro condivisa da molti aderenti al progetto di Prodi, sui quattro referendum abrogativi di alcuni articoli della legge 40 sulla fecondazione assistita. Cercherò di disegnare la mia posizione sul contenuto degli articoli che si vorrebbero eliminare attraverso un referendum. Sono contrario all’accumulo nei laboratori (in gran parte privati) di embrioni umani prodotti «in vitro». Per questo occorre limitare il numero degli ovociti fecondati. Sono contrario all’«utilizzazione» di esseri umani nelle prime fasi di vita embrionale, a scopo anche di ricerca. Questo andrebbe contro al grande principio di non utilizzare gli altri, seppure per il bene comune. Sono contrario a differenziare la relazione genitoriale, con un genitore padre (o madre) solo «adottivo», e l’altro «adottivo e biologico», e di impedire che il bambino non possa venire a conoscenza della sua provenienza biologica. Ritengo che la «biopsia» con prelievo di una cellula totipotente (staminale), anche di un embrione prodotto in vitro, ricada sotto la legge 194 e sia quindi già fino da oggi regolata da essa, come penso potrà essere chiarito da appositi regolamenti. Questa dichiarazione di principi non mi porta però ad affermare né che la legge attuale corrisponde alla mia visione etica del problema, né tantomeno che la legge debba ritenersi «definitoria e definitiva». Ritengo anzi che vada corretta e migliorata, sia per meglio servire allo scopo di aiutare a risolvere problemi di sterilità di coppia, favorendo quella che è una delle più importanti missioni umane, il divenire genitori (cui mi sono dedicato per tutta la vita), sia attribuendo alla vita umana, fino dai suoi primi stadi di sviluppo, quella dignità che le compete.
È poi senza dubbio necessario e urgente riportare in primo luogo in ambito scientifico, strappandolo al mercato, molti dei 300 centri di «fecondazione assistita» oggi presenti nel Paese. Occorre poi promuovere con urgenza lo studio dei meccanismi biologici dei primi stadi della nostra esistenza e soprattutto potenziare l’analisi dei processi di differenziazione e di quelli inversi (da cellula di tessuto a cellula totipotente, o perlomeno pluripotente), prima di un’eventuale sperimentazione clinica dell’uso di cellule staminali provenienti da embrioni umani, anche al fine di eventuali applicazioni cliniche. Perché questo avvenga, occorre promuovere la ricerca sull’animale, e ancor più sulle cellule staminali che si scoprono sempre più esistere in ciascuno di noi, anche in età adulta. Quindi si qualifichino subito laboratori di ricerca a livello di biologia molecolare e di genetica, oggi privi di sufficienti mezzi. Come secondo punto, si dia vita a servizi clinici di alta qualificazione, con selezione di personale medico e biologico full-time, con accesso gratuito (privo di ticket) alle tecnologie consentite di tutti i cittadini. Centri rigorosamente controllati da apposite autorità scientifiche nazionali, senza alcuna interferenza da parte di partiti politici. Centri che superino in questo settore l’assurda devolution dell’assistenza differenziata per Regione. Perché questi miglioramenti della legge siano possibili, era necessario mettere per prima cosa ordine al caotico prolificare dei centri di fecondazione assistita, troppo bonariamente definito Far West, e porre dei severi paletti per impedire il nascere di apprendisti stregoni, e nello stesso tempo regolare l’influenza di case farmaceutiche e di produttori di apparecchiature che, non disinteressati, finanziano congressi, riviste e ricerche. Apporto utile, quello privato, ma solo se controllato da seri organi scientifici centrali. Così ho letto la funzione della legge 40, certamente, lo ripeto, non corrispondente a ciò che io oggi ritengo la migliore risposta, sia al servizio della coppia sterile, sia al nascituro, come d’altronde le altrettanto discusse e discutibili leggi europee.
Dopo sette anni di confronto, spesso esasperatamente ideologico, in Parlamento, anche l’Italia è così riuscita a porre freno all’espandersi, talora selvaggio, di centri privati di produzione di embrioni umani. Per il massimalismo ideologico del mondo radicale, si è voluto invece ricorrere subito allo strumento referendario, di per sé creatore di violenti steccati, attribuendo alla legge la volontà di opporsi al progresso scientifico, alla libertà della persona, specialmente se donna. Dichiarazione che pone il dibattito sul terreno populista e non sulla seria riflessione, su quale sia la migliore strada da scegliere per migliorare una legge al fine di promuovere il bene comune (bonum). Il resto è storia, e, in gran parte, politica. La rigidità delle posizioni e l’urgenza di vincere una «gara» a livello politico, ha fatto nuovamente inasprire, fortunatamente in modo trasversale ai partiti, che talora hanno avuto la tentazione di intervenire in quanto tali. Poiché le scelte sono complesse e di difficile comprensione, gli slogan rischiano di sostituire gli interrogativi, il confronto, i dubbi che ognuno di noi ha e deve avere in un così delicato settore. Unica soluzione per chi, come me, cerca quotidianamente di «capire di più» sui meccanismi di origine della vita, e che hanno fatto dell’impegno di assistere la donna, nei suoi problemi procreativi e sessuali, l’essenza della propria professione, è quella di non accettare, su questo tema lo strumento referendario. Nella mia scelta di «credente adulto», quindi chiamato a testimoniare la «speranza che è in noi», ritengo che l’etica cristiana sulla difesa della vita fino dal suo inizio, espressa nelle parole di Giovanni Paolo II e della Chiesa italiana, sia profetica per il mondo di oggi.
Sull’andare o non andare a votare per il referendum la scelta è invece del tutto laica. Sono molti coloro, credenti o no, compagni di strada che condividono la scelta di creare una grande forza realmente democratica che renda possibile costruire quella che Paolo VI chiamava «civiltà dell’amore», e che non sopportano più la logica del consumismo dominata da uno sregolato mercato, che credono che gli articoli dell’attuale legge non possano oggi essere cancellati attraverso lo strumento referendario, anche perché non si sa con quali altre leggi verrebbero poi sostituiti. Altri, credenti o no, pensano di esprimere il loro «no» netto alla cancellazione, altri ancora vogliono approfittare della campagna referendaria soprattutto per meglio approfondire i temi etici a essa sottesi, per poi proporre miglioramenti degli articoli esistenti, non astenendosi dal partecipare a un referendum. Questa posizione rischia però di riscatenare in Parlamento gli assolutismi ideologici verificati in precedenza, con il pericolo di dar vita a una legge ancora peggiore. Sono però tutti mezzi leciti e democratici (riservati alla coscienza di ciascuno), per testimoniare la propria volontà di migliorare il servizio. Le posizioni saranno quindi diverse, sia personali, che di movimenti e di gruppi. L’importante è che non si usino toni e stili da crociate medioevali, né tantomeno da anticlericalismo ottocentesco. La radicalità sui principi e sui valori etici è infatti un dovere, ma la radicalità in politica è sempre nefanda, specialmente se nega dialogo e confronto sincero e aperto. Non andrò quindi a votare al referendum e parteciperò a dibattiti e confronti, nella speranza di trovare persone sempre più convinte della sacralità della vita umana fino dal suo albore.
Il nuovo sfruttamento
di Anna La Rosa Direttore dei Servizi Parlamentari Rai
Dietro il prossimo referendum, in fondo, c’è solo uno dei tanti paradossi della nostra epoca: quello che pretende che l’unica forma di esperienza morale capace di mantenere ancora, forse, una parvenza di universalità deve necessariamente coincidere con quella «forma minima» veicolata dal diritto. Certo, a prima vista i moderni metodi di fertilizzazione artificiale non sembrano esulare dal campo asettico della tecnica medica e si configurano come strumenti capaci di risolvere problemi medici altrimenti ritenuti insolubili. Anche nel nostro Paese queste nuove frontiere sono investigare ed esplorate e appartiene certamente al «bene pubblico» prevedere aiuti e sostegni ai ricercatori impegnati a esplorare la vita per difenderla e guarirla. Ma, come giustamente si è interrogato, ponendo il problema, il presidente della Cei Camillo Ruini: sono questi gli argomenti da affrontare e risolvere agitando gli animi con argomentazioni che, quando giungono in piazza, perdono ogni razionalità scientifica per diventare gioco e strumento di passioni politiche? Diciamoci la verità: sulla piazza certi argomenti ce li portano, necessariamente, i giornalisti e i media. Questa è la loro mission. E a questa dovrebbe accompagnarsi una responsabile coscienza etica che, quando affronta temi così delicati e importanti, dovrebbe addirittura essere più scrupolosa e attenta di quella di coloro che questi argomenti sono chiamati ad affrontare nelle aule parlamentari. Perché se una corretta informazione latita, in una società impoverita nei valori umani, sociali e culturali, l’incontro della nuda «tecnica» con dei vissuti poveri di norme e depressi è fatalmente destinato a produrre dei risultati preoccupanti. Gli improvvisi sviluppi delle scienze biologiche e delle biotecniche hanno messo in crisi la comunicabilità dei valori e dei principi che hanno fino a oggi governato la tutela giuridica della vita, della dignità, della salute. In tutte le fasi della sua esistenza: dalla formazione alla disgregazione dell’individualità biologica. L’uomo è sempre persona? È possibile separare i due concetti? Attribuire la qualifica e i diritti della «persona» significa sottrarre il prodotto biologico chiamato «uomo» da ogni possibile mercificazione. Se invece si stabilisce che il corpo, in determinate condizioni, non è sottoposto alla tutela giuridica prevista per la persona, appare evidente che le biotecniche saranno interessate all’uomo non solo per studiarlo, ma anche per sfruttarlo.
Inutile fingere di non saperlo. La schiavitù è stata cancellata dal mondo civilizzato grazie all’espandersi delle categorie giuridiche nate dal pensiero filosofico occidentale. Una nuova filosofia reintrodurrà un nuovo concetto di sfruttamento «morale» del corpo dell’uomo? Magari per estrarne prodotti farmaceutici ritenuti importanti per debellare alcune malattie incurabili. Magari per ricavare prodotti cosmetici in grado di cancellare le ingiurie dell’età dal fisico delle solite matrone incapaci di convivere con la loro realtà? Il rischio esiste. Ed esiste anche il dovere di chiedersi se questa rinnovata attenzione del ricco Occidente, non stia per originare un nuovo sfruttamento dei «poveri» di sempre: i piccoli, gli indifesi, i malati, gli anziani, gli emarginati. In questo caso, la nuova metafisica e le nuove tecniche sarebbero solo una riedizione del solito disordine morale borghese. Anche noi vogliamo combattere la stessa battaglia di Luca Concione. Ma vorremmo poterlo fare con la coscienza libera e senza colpe.
Il senso del Limite
di Luisa Santolini Presidente Forum delle Associazioni familiari
Nelle prossime settimane gli italiani saranno chiamati a esprimere il loro giudizio su quattro aspetti particolari della legge 40/2004 che, dal marzo scorso, regolamenta la fecondazione artificiale. Sono i quattro referendum che la Corte costituzionale ha giudicato legittimi dopo aver respinto il quinto referendum, che richiedeva l’abrogazione totale della legge. A pochi mesi dall’entrata in vigore della legge - che per giunta ha cominciato a essere applicata solo nell’agosto scorso quando sono stati emanati i regolamenti attuativi dal ministro Sirchia - la legge rischia di essere stravolta senza nemmeno essere stata sperimentata e questa è cosa più unica che rara. E il fatto che i referendum vogliano cancellare solo alcune righe del testo non li rende meno temibili, in quanto puntano a eliminare proprio i punti qualificanti della nuova normativa, quelli che per la prima volta introducono il concepito tra i soggetti aventi dei diritti da tutelare. Quando gli italiani si recheranno a votare dovranno esprimersi proprio su questo: l’essere umano anche prima della nascita, anche appena concepito, anche se contenuto in una provetta è un essere umano come tutti gli altri? La società ha il dovere di ricordarsi di lui, quando legifera su una materia che lo riguarda direttamente? In ultima analisi, benché nascosta sotto le sembianze di temi da addetti ai lavori (il numero massimo degli embrioni da trasferire in utero, la diagnosi pre-impianto, il donatore dei gameti, la ricerca scientifica ecc.), voteremo sul principio di uguaglianza tra tutti gli uomini, voteremo sul principio che gli esseri umani sono sempre un fine e mai un mezzo, voteremo sul principio che ogni bambino che nasce ha il diritto di rispecchiarsi negli occhi di un padre e di una madre certi e riconoscibili, voteremo sul principio che la ricerca scientifica non può essere sganciata da ogni riferimento a una tavola assiologica condivisa, voteremo infine sul principio che l’autodeterminazione di chiunque (donne comprese) non può essere senza cautele e senza limiti perché questo significa escludere l’altro dai propri orizzonti. Per questo, come Comitato «Scienza e vita», come associazioni operanti nella società civile, come semplici cittadini, ci opponiamo a questi referendum. E faremo ricorso a tutte le opportunità previste dalla legge e dalla Costituzione che contemplano il non-voto come opzione legittima e democratica che si affianca al sì al no e al voto nullo. Per questo l’invito che rivolgiamo a tutti è quello di non recarsi a votare. Non per disimpegno, ma per scelta libera e consapevole su una materia da cui dipende la qualità e l’umanità della nostra convivenza civile.
La crociata è laicista
di Stefano Zamagni Ordinario di Economia politica all’Università degli Studi di Bologna
Desidero sgombrare subito il campo da un equivoco ricorrente nel dibattito oggi in atto sui quesiti referendari, quello riguardante la legittimità, sotto il profilo della democrazia, dell’astensione dal voto. Come dovrebbe essere ben chiaro a tutti, in un referendum le alternative aperte alla libera scelta del cittadino non sono due - votare sì, votare no - ma tre: non votare perché il quorum non venga raggiunto. A differenza, dunque, di quanto accade nelle elezioni politiche e amministrative, in cui non esiste il quorum, astenersi dal voto referendario, lungi dal rappresentare una diserzione e perciò un segno di scarso senso della democrazia, costituisce una precisa scelta di campo - come è stato detto «un doppio no» - che, in quanto legittimata dall’istituto referendario medesimo, va rispettata, anche se non condivisa. Nel referendum del 15 giugno 2003 sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori - tema certo di non secondaria importanza - andò a votare il 25,7% degli elettori. In quell’occasione, non pochi tra coloro che oggi invitano ad andare a votare sostennero che era non solo legittimo ma anche politicamente opportuno far mancare il quorum. La coerenza dei comportamenti, in politica, paga sempre se non nell’immediato, certamente alla lunga. Vengo ora al problema di merito. Lo spazio mi consente di toccare un solo punto, peraltro di centrale importanza. Delle due l’una: o l’embrione è persona fin dall’avvenuta fecondazione, dato che contiene in sé il genoma della specie umana, e allora produrre embrioni per poi distruggerli o per impiegarli per il progresso della ricerca scientifica equivarrebbe ad accogliere il principio consequenzialista secondo cui il fine giustifica i mezzi. Oppure si sostiene che l’embrione è solamente un organismo, un mero insieme di cellule, e allora lo si può utilizzare secondo regole di convenienza personale o di opportunità sociale. Ma se si sceglie questa seconda via occorre poi fare i conti con il principio di identità, che è uno dei principi cardine della Logica: se l’embrione non è gà persona fin dall’inizio e se, come la biologia insegna, quello della vita (individuale) è un processo continuo, privo cioè di punteggiature nel senso di Stephen Jay Gould, come è possibile essere al tempo tn ciò che non si è al tempo t0? O si respinge il principio di identità, con le conseguenze sul paradigma di razionalità che è agevole immaginare, oppure si nega il principio di continuità, riconoscendo che solamente dopo un certo tempo (sei giorni per alcuni; due settimane per altri) l’embrione acquisirebbe gli attributi dell’essere umano e con essi la tutela giuridica del diritto alla vita. Ma non v’è chi non veda che abbandonare il principio di continuità in un ambito del reale come quello della vita umana costituirebbe un serio regresso rispetto alle nostre conquiste di civiltà.
Cosa c’è al fondo della polarità di posizioni sulla questione della fecondazione assistita? Sono dell’avviso che il fundamentum divisionis vada cercato nel diverso statuto attribuito alla categoria di valore nell’agire politico. Per un verso, vi sono coloro che ritengono che i valori siano nulla più che preferenze soggettive meritevoli di tutela a livello pubblico e dunque che tra essi sia sempre possibile istituire trade offs. Con il che il desiderio di avere figli o l’opportunità di soddisfare le ragioni della ricerca, istanze certamente più che legittime, sarebbero motivo sufficiente per sacrificare il diritto alla vita dell’embrione. Per altro verso, c’è la posizione di chi è persuaso che valori e preferenze non godano del medesimo statuto ontologico; non possano cioè essere posti sul medesimo piano e dunque che non può esserci alcun saggio di sostituzione che possa giustificare il sacrificio di un diritto in nome del soddisfacimento di un sia pur grande desiderio. Come è noto, è l’utilitarismo benthamiano la più importante matrice etica all’interno della quale, nella modernità, si è avvalorata la logica del trade off: poiché il fine dell’azione politica è la massimizzazione della sommatoria delle utilità individuali, è sempre lecito diminuire l’utilità di un soggetto a patto che l’aumento di utilità (o di benessere) di qualcun altro sia tale da più che compensare. Ora, si può ben essere fautori dell’utilitarismo, una teoria etica che rispetto profondamente ma che non condivido e proprio per il suo esasperato riduzionismo. Quel che non è rispettabile - a mio parere - è l’atteggiamento di chi si professa utilitarista in bioetica e antiutilitarista in ambiti altrettanto rilevanti, come quelli della pace, delle politiche del welfare, della lotta contro la povertà, delle azioni da intraprendere per risolvere i conflitti identitari, etc. Ad esempio, si può, senza cadere in palese contraddizione pragmatica, invocare l’universalismo quando si vuole difendere un certo modello di welfare e dimenticarsene poi totalmente quando ci si occupa della difesa della vita umana? Ci si può battere, con coerenza, nell’arena politica per garantire a tutti il diritto all’alimentazione disancorando quest’ultimo dal diritto alla vita, dal quale solo il primo diritto trae cogenza morale? Si possono plausibilmente fondare politiche di promozione della qualità della vita - nel senso di Martha Nussbaum e di Amartya Sen - su un ancoraggio antropologico che identifica la vita con l’autocoscienza e con la possibilità di instaurare relazioni intersoggettive? Non lo credo proprio. Su tali tematiche sarebbe urgente aprire, nel nostro Paese, un dibattito civile, libero da ideologismi di sorta, un dibattito cioè in cui venisse accolto e rispettato il principio di simmetria, che è un’applicazione specifica del più generale principio di reciprocità. Non accadrebbe allora che i cittadini di fede cattolica, quando difendono nell’agorà della polis una certa posizione, vengano considerati «crociati», mentre i cittadini non cattolici - credenti di altre fedi o meno - quando difendono posizioni opposte a quella vengano considerati promotori dell’autentico progresso morale. Su queste basi, non si difende la laicità dello Stato, né si aiuta il dialogo interculturale, vale a dire il confronto ragionato di argomenti pur appartenenti a visioni diverse del mondo.