Si può parlare di «sinistra» con un’accezione religiosa, antropologica e politica. Dal punto di vista religioso, si potrebbe considerare il serpente biblico nel Paradiso come prima incarnazione della sinistra, poiché il serpente induce la prima coppia umana a disubbidire Dio, cioè a far prevalere un interesse personale contro il mondo dell’armonia cosmica. Nella storia dell’umanità, tale ribellione emerge presto e in vario modo, ad esempio nell’accusa di un operaio egizio adirato contro il visir intento solo a comandare e a sottrarsi al lavoro pesante; nella disperata resistenza degli schiavi nelle lotte per la libertà; nella contestazione accesa dei kharigiti contro un’errata evoluzione dell’islam; nell’esortazione di Thomas Münzer a uccidere i «senza Dio». Ma di una «sinistra politica» si può parlare soltanto da quando le molteplici, e non solo religiose, espressioni della ribellione sono confluite nella costituzione di un fenomeno sociale, e si sono organizzate in uno spazio pubblico relativamente libero. Ciò vale ad esempio per gli illuminati, per i radicali precursori dell’illuminismo che in Europa era più o meno sinonimo di «secolarizzazione». Non furono ancora una «destra» i governi che difesero le strutture tramandate, ma soltanto quei movimenti nati in seno alla «società», quelli che volevano aiutare lo Stato, ai loro occhi fin troppo debole. Sin dalla metà dell’Ottocento, alle primissime e più semplici dicotomie, come ad esempio il contrasto tra i monarchici «di destra» e gli alfieri della sovranità popolare «di sinistra», si sostituirono tendenze molteplici e ricche di contraddizioni. La destra spiccata dei conservatori prussiani passò alla posizione marcatamente di sinistra della negazione della «legittimità voluta da Dio», quando Bismarck proprio con questo segno cominciava la fondazione del Reich tedesco. E in Italia, la «destra storica» di Cavour, determinante per la costituzione dello Stato, ancora negli anni Cinquanta veniva considerata una sinistra. Hitler voleva essere un «rivoluzionario contro la rivoluzione» e come tale fu inequivocabilmente di destra, ma il suo «antisemitismo» assomigliò tanto alla condanna del «sistema del danaro» espressa dai primi socialisti e dal giovane Marx, quanto all’indignazione dei conservatori nei confronti degli «ebrei rivoluzionari». L’Unione Sovietica bolscevica trovò, a causa del suo solido sistema statale, non pochi ammiratori nelle destre europee, e il nazionalsocialismo fu, sotto certi aspetti, un movimento «verde» a favore di un ambiente intatto contrapposto a una crescita eccessiva e caotica dell’industrializzazione. Ma dall’inizio della seconda guerra mondiale in avanti, benché Hitler avesse avuto finalità contraddittorie (la protezione della cultura europea contro un attacco barbaro, la conquista di uno spazio vitale per i tedeschi anche a costo di cacciare altri popoli, la precipitazione della parte slava dell’Europa in uno stato di analfabetismo), di lui se ne percepirono soltanto le caratteristiche di destra: il suo elogio della guerra, il suo allontanamento antifemminista delle donne dalla vita politica, e last but not least il suo tentativo di raggiungere una «soluzione finale della questione ebraica» mediante l’annientamento fisico di un gruppo dotato di caratteristiche incrollabili. Pertanto nel 1945 non fu soltanto Hitler a risultare profondamente screditato, ma ciò valse altresì per tutte quelle tendenze considerate come movimenti precursori o sostenitori. Nemmeno il fascismo italiano fu attaccato e accusato con altrettanta veemenza e per motivi altrettanto validi. Nonostante tutte le contraddizioni e tutti i paradossi, rimane tuttavia dimostrabile un’ultima finalità della sinistra autentica, come ad esempio il comune impulso originario, quello della ribellione, della critica, della contraddizione. Si tratta dell’idea dominante di uno stato finale dell’umanità familiare ed esente da conflitti che ha lasciato alle sue spalle tutte le definizioni e le delimitazioni storiche.
La ricostruzione dello Stato della Repubblica Federale, nato da una disfatta catastrofica e ridotto a una sola parte della Germania preesistente, non sarebbe stata possibile senza la partecipazione e l’aiuto di quei ceti guida che, volenterosi, con esitazione o addirittura riluttanti, si erano messi al servizio dello Stato nazionalsocialista. (Fatti molto simili portarono poi al crollo del regime comunista nell’Est europeo quattro decenni più tardi). E questo fornì alla sinistra il suo argomento più popolare, cioè quello dei «vecchi nazisti» che sembravano mirare ad assumere il controllo dell’intero Stato, come nel 1933. Ma neppure il regime comunista della Ddr nell’Est della Germania poté fare del tutto a meno dei «vecchi nazisti» (ancorché «purificati»), e la costruzione di uno Stato succube dei sovietici senza proprietà privata, senza imprenditori autonomi e senza una rilevante influenza delle chiese, suscitò un tale raccapriccio, una tale indignazione e resistenza nella Germania dell’Ovest che un «partito della Ddr», nonostante diversi tentativi, non trovò mai la sua piena espressione, mentre il grande «partito della Repubblica federale», trasversale in quanto non limitato alla «borghesia», si poté formare soltanto nella parte occidentale della Germania, tramite quel che venne chiamato «voto con i piedi» espresso da milioni di persone. Tutte le tendenze di sinistra nella Repubblica federale dovettero pertanto essere anticomuniste (sebbene in senso lato), e ciò valse anche per i «nuovi movimenti sociali» che si ritenevano gli alfieri del «terzo mondo» oppresso, del femminismo radicale o dell’ecopacifismo e che in buona parte trovarono una patria politica nel partito dei Verdi (Grünen), inizialmente molto «rosso» e fondamentalista. Questa «nuova sinistra» fu molto potenziata dalla nascita di un «movimento pacifista», che inizialmente aveva mosso aspre critiche alla «guerra statunitense contro il Vietnam», opponendosi poi alla costruzione di un sistema di difesa antimissile attuata dagli Stati Uniti contro l’Unione Sovietica, costruzione che ebbe il sostegno poco entusiasta dei socialdemocratici tedeschi. La conseguenza fu che gli incessanti avvertimenti contro il pericolo di un suicidio atomico dell’umanità mediante una guerra fra le due potenze mondiali, trovarono largo ascolto.
Ma negli anni 1989-1991, il secondo - e più antico - sistema totalitario d’Europa dopo il 1917 crollò, senza una guerra, e la Germania fu riunificata, benché quasi tutta la sinistra - incluse alcune parti della Cdu - si fosse rassegnata all’esistenza di un «secondo Stato tedesco». Tuttavia non si può dire che l’intera sinistra fosse stata screditata quanto lo fu il nazionalsocialismo nel 1945. Furono soprattutto intellettuali un tempo di sinistra, per lo più comunisti e spesso ebrei, come Arthur Koestler, Richard Löwenthal ed Ernst Fraenkel, a determinare il successo in Occidente del dibattito intellettuale sulla guerra fredda. E soltanto in pochi avevano dimenticato che Ernst Reuter, il famoso sindaco di Berlino ai tempi del «ponte aereo», fu tra i più importanti dirigenti comunisti tedeschi dei primi anni Venti. Ma la sinistra tradizionale «anticapitalista» e militante di orientamento marxista sembrava essere scomparsa. Nel suo libro intitolato La sinistra dopo il socialismo del 1992, Joschka Fischer, sin dai primi anni Novanta il più noto rappresentante dei Verdi, scrisse: «Una sinistra post-socialista dovrà pertanto congedarsi dal vecchio anticapitalismo di sinistra, dai miti del proletariato e della lotta di classe, dell’imprenditore cattivo e della maledetta proprietà privata, e anche dal ruolo salvifico dello Stato nell’economia nazionale». La sua condanna della «seconda grande catastrofe dell’umanità», ovvero del comunismo, è talmente decisa da non temere il paragone fra gulag e Auschwitz. Ma rimane senza dubbio di «sinistra», anche se non più nel senso di una sinistra «assolutista» e distruttiva, la concezione di Fischer secondo la quale la «politica interna mondiale» dovrebbe prendere il posto della «politica estera». Lo stesso vale per la sua convinzione secondo la quale una crescita illimitata con risorse limitate non può significare altro che uno sfruttamento selvaggio, e anche per il rifiuto di una «strategia insulare» dei Paesi ricchi. Rimase indomita la volontà di Fischer, da quel realista antifondamentalista del movimento verde che era sempre stato, di continuare, insieme ai suoi compagni di fede politica del partito verde, la «marcia attraverso le istituzioni» per prendere alla fine il potere, benché il partito avesse pagato cara l’opposizione al «cancelliere dell’unificazione», non tornando per un po’ in Parlamento dopo le elezioni politiche del 1990.
Ma Helmut Kohl, sin dal 1982, guidò un governo di coalizione che comprendeva anche il partito liberaldemocratico (Fdp), e soltanto col tempo emerse il rovescio della medaglia della riunificazione tedesca - non da ultimo perché alla coscienza nazionale «pratica», che accettò di versare aiuti materiali di enormi dimensioni senza lamentarsi troppo - non corrispose lo sviluppo di una coscienza nazionale «intellettuale». Tale sviluppo non poté esserci perché avrebbe potuto portare a una presuntuosa sensazione di forza. E quest’ultima sarebbe stata quasi sicuramente accusata dai poteri di tutto il mondo come un ritorno di atteggiamenti nazionalsocialisti. Queste preoccupazioni furono notevolmente rafforzate da accadimenti spiegabili senza far alcun ricorso al nazionalsocialismo, e ai quali ci si sarebbe potuti opporre con metodi adeguati. Durante gli ultimi anni della Ddr, gravi incidenti furono provocati da esplosioni di violenza da parte di gruppi di giovani, connesse anche alla ripartizione sconsiderata dei numerosi profughi e richiedenti asilo di tutto il mondo in un territorio fino a quel momento esente da ogni immigrazione non programmata. Nella Repubblica federale, questi incidenti vennero etichettati con il termine corrente di «xenofobia» e interpretati come «di destra». In tal modo, quella parte della sinistra propensa alla violenza poté raccogliere nuove energie, da lei stessa chiamate «antifasciste». Con la condizione di riuscire a tenere a freno le sue propensioni (ad esempio a danneggiare o distruggere «vetture di lusso»), riuscì a confluire nella grande corrente liberale che si espresse mediante le Lichterketten o fiaccolate e nella parola d’ordine «lotta contro la destra». Il terreno era quindi ben preparato quando la sinistra al completo nell’autunno 1998, con il motto «Sedici anni sono abbastanza» si presentò alle elezioni politiche che videro la vittoria della coalizione rosso-verde. Divenne cancelliere il primo ministro della Bassa Sassonia Gerhard Schröder, che aveva iniziato la sua ascesa politica da quella posizione che nella Germania di Helmut Kohl fu quella più a sinistra anche se sempre all’interno dell’establishment, ovvero quella di dirigente dei «Giovani socialisti», l’ala sinistra e giovane del Partito socialdemocratico. Joschka Fischer divenne ministro degli Esteri, occupando nei sondaggi per molti anni una posizione di punta come uno dei «politici più popolari» della Germania - evidentemente perché la metamorfosi da ex-rivoluzionario e «lanciasassi» a uomo di Stato ben vestito, che per giunta sembrava tenersi a distanza degli aspetti più bassi della politica interna, piacque i tedeschi. Fra i ministri l’unico che eventualmente poteva passare come «anticapitalista» era il ministro delle Finanze e segretario della Spd Oskar Lafontaine, ma dopo poco tempo quest’ultimo si ritirò dalla politica, per occupare una posizione al vertice nel nuovo Partito di sinistra (Linkspartei) soltanto dopo la fine della coalizione rosso-verde. Tale partito è l’organizzazione succeduta al partito di Stato della Rdt che da Sed era diventata Pds (Partito del socialismo democratico). Nei primi tempi del governo rosso-verde, venne posto l’accento sulla volontà di attuare delle riforme ma anche e soprattutto sul proposito di continuità. Il grande passo verso l’unione monetaria avvenne quasi senza intoppi come previsto dal governo precedente, e Schröder venne presto chiamato dai suoi ex compagni in modo dispregiativo «il compagno dei magnati». Ben presto tutto sembrava indicare che si trattava di un governo che, a seconda del proprio punto di vista, poteva essere definito di sinistra «addomesticata» o a favore del sistema o «decadente», la cui politica, «europea» e «atlantica» com’era, di fatto non si allontanava di molto da quella del governo di Helmut Kohl.
Ciononostante il governo rosso-verde sin dall’inizio pose l’accento su alcuni punti singolari, e ciò gli valse l’inimicizia dei cristiano-democratici all’opposizione. Molto presto fu chiaro che, riguardo alla politica dell’immigrazione, il governo sarebbe passato dal timido consenso espresso durante il periodo precedente, a un palese apprezzamento, non arginando in modo significativo l’immigrazione turca. Quindi seguì un processo che non pochi chiamano «islamizzazione» o «turchizzazione» della Germania, provocando i primi accesi dibattiti sul crollo sbalorditivo del tasso di natalità dei tedeschi «indigeni», e incontrando infine una resistenza quasi plebiscitaria che alle elezioni regionali nel Land dell’Assia fece tornare al governo la Cdu. Ciò portò alla moderazione, anche se non alla modificazione per principio, della politica della cittadinanza gestita come fenomeno di massa. Un tentativo dei democristiani di mantenere una linea «nazionale» mediante l’introduzione del termine deutsche Leitkultur (cultura di riferimento tedesca) fu ben presto abbandonato a causa degli attacchi serrati da parte di quasi tutto il panorama mediatico, anche se sarebbe dovuto essere facilmente comprensibile che si trattava di una notevole concessione da parte della Cdu: ancora nel 1930 era cosa ovvia per cattolici, protestanti, ebrei e atei che la Germania fosse il Paese «della cultura tedesca». In tal modo si compì un importante passo verso l’obiettivo specificamente di sinistra di non considerare la Germania come lo Stato dei tedeschi ma - alla pari degli altri Paesi d’Europa, soltanto in modo molto più pronunciato - come «proprietà comune dell’umanità». Joschka Fischer risultò essere il precursore di una nuova interpretazione storica, quella cioè secondo la quale per il futuro tedesco ci si doveva orientare esclusivamente sull’unicità di Auschwitz quale «male assoluto» e quale punto da cui doveva partire l’interpretazione dell’intera storia tedesca. Fischer sembrava aver dimenticato ciò che, ancora nel 1992, sapeva sul nesso tra bolscevismo e nazionalsocialismo, tra gulag e Auschwitz. La memoria storica, che doveva essere al contempo un invito ad attuare ricerche e interpretazioni storiche, si trasformò tendenzialmente in un atto di preghiera rituale e quasi religioso, ma ovviamente in senso negativo. Paradossalmente Fischer abbandonò questo principio che voleva escludere l’uso di Auschwitz a fini politici in modo eclatante quando difese la partecipazione tedesca all’intervento Nato a favore del movimento separatista albanese nel Kosovo, motivandola con la necessità di impedire una nuova Auschwitz.
In un’autentica «democrazia occidentale» sarebbe stato compito di una destra conforme al sistema e pertanto «moderata», opporsi alla tendenza di sinistra a voler fissare ed esaltare la propria vittoria del 1945 e a sottolineare il carattere «umano», cioè non esclusivamente «nero» del nazionalsocialismo tedesco, senza per questo mettere in dubbio il grande, ma non assoluto diritto dei vincitori oltreché delle vittime. Invece non fu soltanto il mondo giornalistico, ma lo stesso governo federale a prendere come spunto alcuni fatti accaduti negli anni 1999-2001 per incitare alla «lotta contro la destra» e a proclamare una «rivolta degli onesti». Nella piscina scoperta di una cittadina in Sassonia era annegato un bambino, e secondo sua madre sarebbero stati alcuni estremisti di destra ad averlo fatto annegare nonostante la presenza della gente; in un’altra città un giovane fu sfregiato con una croce uncinata incisa sulla testa; diverse sinagoghe furono attaccate con bombe incendiarie; un attentato dinamitardo in una stazione della metropolitana leggera di Düsseldorf fece diverse vittime tra gli ebrei russi emigrati in Germania. Emerse ben presto che le accuse erano infondate, come nel caso del ragazzino annegato, che si trattava di ferite autoprocurate, come nel caso di una ragazza diciassettenne sulla sedia a rotelle oppure, in altri casi, di attentatori arabi o non identificabili. Evidentemente l’opinione pubblica di sinistra non concepiva che una «politica favorevole all’immigrazione» facesse entrare non pochi giovani di lingua e origine semita. Vedendo però nella fondazione dello Stato d’Israele un attacco imperialista contro il mondo islamico, questi giovani immigrati dovevano pertanto essere degli «antisemiti». Al passaggio nel nuovo millennio, la Germania assomigliava a un manicomio isterico piuttosto che a una «democrazia occidentale», la quale costituisce l’unico terreno per una riflessione razionale e per una scienza critica e analitica. Ma la finalità principale fu raggiunta: impedire la costituzione di un partito moderato di destra che avrebbe finalmente colmato la lacuna più evidente del sistema, un partito che in Italia arrivò non soltanto a esistere ma anche a governare.
Altri progetti-guida del governo di sinistra erano meno specificamente mirati alla Germania e si collocarono tra gli sviluppi storici mondiali. Dalla Germania, e specialmente dai Verdi, partì la richiesta di «abbandonare il nucleare», ma la stessa non rimase limitata alla sola Germania. Tale richiesta però non raggiunse la portata che l’avrebbe trasformata in un fatto positivo per la storia mondiale. Infatti se l’abbandono del nucleare pattuito tra governo tedesco e industria fosse limitato alla sola Germania, potrebbe soltanto favorire la concorrenza portando all’autoesclusione della Germania stessa, una delle più importanti nazioni industriali in un settore tecnologico di importanza cruciale, senza avere alcuna conseguenza positiva. Infatti il tanto temuto «massimo incidente credibile» (Mic) in Francia o addirittura negli Stati Uniti avrebbe per la Germania conseguenze fatali quanto quelle di un incidente nucleare nel centro del proprio Paese. Per quanto attiene alla politica estera, il problema più grave in merito al quale il governo rosso-verde si dovette esprimere fu, sotto la supremazia dell’ormai «unica» potenza mondiale, gli Stati Uniti, il ritorno del fenomeno che tutti i progressisti avevano da decenni dichiarato cosa superata: la palese preparazione di una guerra offensiva e finanche l’esplicita minaccia dell’impiego di armi nucleari. La guerra del Golfo contro l’Iraq di Saddam Hussein del 1991 poteva al limite essere vista come un parallelismo con l’embargo del 1934-‘36 della Società delle Nazioni contro l’Italia dopo l’attacco italiano contro l’Etiopia, ma nel 2002-2003 altro non ci fu che l’accusa, accompagnata da univoci preparativi per l’attacco, pronunciata dalla potenza nucleare Usa mille volte superiore all’avversario, contro il possesso non provato di «armi di distruzione di massa» da parte dell’Iraq. Il ricordo degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 non ebbe nella fattispecie altro significato che quello di una strumentalizzazione difficilmente credibile, ma l’autoconsiderazione degli Stati Uniti fece apparire come possibile l’interpretazione secondo la quale non si sarebbe trattato più di una guerra, appartenente al periodo storico, ma di un’azione di polizia contro una dittatura reazionaria nell’incipiente era post-storica.
Verso la metà del 2002, il governo Schröder, nell’opinione quasi generale, sembrò arrivato alla fine della sua carriera. In quel momento il cancelliere, sovente chiamato «cancelliere mediatico», fece una dichiarazione che ebbe larga risonanza pubblica, cioè disse che la Germania non avrebbe partecipato all’«avventura» nell’Iraq. Presto si sollevò un’ondata di indignazione per i neocon statunitensi quali principali guerrafondai, e non arretrò neanche davanti alla constatazione che tali neocon fossero prevalentemente ebrei guidati innanzitutto dagli interessi israeliani. Paradossalmente fu sotto un governo di sinistra che sembrò attuarsi un’analogia con il Terzo Reich: in opposizione agli Usa, la Germania scelse la «propria via» partecipando a una polemica globale che presentava una certa somiglianza (presto resa irriconoscibile) con le tesi nazionalsocialiste sugli «ebrei dietro a Roosevelt». Ma non fu solo questa ribellione - da destra? da sinistra? - contro la massima linea guida della politica tedesca del dopoguerra a venire in aiuto a Gerhard Schröder in modo decisivo. Si aggiunsero anche le «inondazioni del secolo» dell’estate-autunno del 2002: così Schröder, «il principe della pace» e «l’angelo dell’alluvione» (secondo la stampa tedesca), ottenne una vittoria di misura sul primo ministro bavarese Edmund Stoiber, e il mandato per altri quattro anni di governo. Ne riuscì a portare a termine soltanto tre, probabilmente per il fatto che stava assumendo definitivamente il calibro dello statista e che si stava misurando con un compito impopolare, oggetto di veementi critiche da parte dell’ala sinistra del suo partito, ovvero la riforma, la delimitazione dello Stato sociale che era in parte «sfuggito al controllo». Tale compito non era né «tedesco» né «di sinistra», ma esso risultò particolarmente difficoltoso in Germania, poiché nessun altro Stato aveva svolto tanto lavoro preparatorio per lo «Stato sociale» divenuto ormai quasi universale, come lo aveva fatto invece la Germania sin dai tempi di Bismarck. Ma la «Grande coalizione» tra la socialdemocrazia e la Cdu, prendendo il posto della coalizione rosso-verde, non significò una frattura e nemmeno una cesura nella politica tedesca, comportando invece una continuazione del governo rosso-verde, del governo «di sinistra», ancorché per la prima volta nella storia tedesca sotto la guida di una donna.
A voler capire e valutare con grande distacco il risultato più importante di questo periodo di governo, possiamo dire quanto segue: tramite le decisioni e le azioni del suo periodo di governo, la sinistra tedesca ha notevolmente favorito uno sviluppo paneuropeo, ancorché maggiormente pronunciato in Germania (e in Italia), che minaccia l’esistenza della stessa Germania e di quasi tutta l’Europa. La ragione principale di tale sviluppo è la diffusione dell’individualismo liberale, che fu il risultato specifico - e se vogliamo - la singolare fioritura della cultura europea. Se tale processo dovesse continuare per altri cinquant’anni senza subire modifiche rilevanti, la Germania e l’Europa diventeranno idealmente «patrimonio comune dell’umanità», e concretamente proprietà unica della cultura dell’islam, più vitale e pronta a fare sacrifici. Ne conseguirebbe come domanda principale quella di sapere se tale cultura islamica sia in grado di opporre resistenza alle forze corrosive dell’individualismo, oppure se la successiva fase nella «storia mondiale» sia quella dell’umanità effettivamente «mescolata» e libera da tutte le strutture storiche, una fase in cui è comunque possibile che «i più forti» sapranno imporsi in modo nuovo. La riflessione storica retrospettiva invece dimostra chiaramente che il nazionalsocialismo altro non fu che il tentativo estremista e autodistruttivo di allontanare una volta per tutte quel destino della scomparsa. Proprio per questo motivo sono scarse le possibilità che la Germania e l’Europa, dopo cotanta «virilità», possano di nuovo «trovare il virile coraggio» di affermare la propria «esistenza storica» nonostante tutte le tendenze post-storiche, pronte a un cambiamento indispensabile. Perché ci possa essere un’opportunità anche minima, deve innanzitutto nascere la volontà di non rassegnarsi senza presa di distanza e senza disamina critica alla «globalizzazione commerciale» nella sua forma attuale.
(Traduzione di Brigitte Stanglmeier)