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Non mi basta un appello, voglio un ordine!

LIBERAL BIMESTRALE
di Franco Cardini
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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Capitano strane e buffe cose, quando si abbia la dabbenaggine di far lo storico di professione e il giornalista di complemento. Perché lo storico, se e quando conosce appena un po’ decentemente il suo mestiere, si confronta sempre e soltanto con questioni che, per lui, durano esattamente lo spazio della sua vita intera: è una fatica di Sisifo ma è appunto questa la sua bellezza, la sua dignità. La verità storica è qui, c’è già eppure non ancora, la insegui e t’accorgi che sta sempre oltre la curva, al di là della duna, dall’altra parte dell’orizzonte. Ma se esci dai panni del Jackhill studioso ed entri in quelli dello Hide pubblicista, e magari polemista, allora tutto cambia: devi dir la «tua» verità e convincer gli altri ch’essa è obiettivamente tale e devi far presto, devi dimostrarti sempre più acuto e più informato o più abile degli altri, vivi di ritagli di giornale e di motori di ricerca febbrilmente consultati, se dici qualcosa e nessuno replica hai fallito, se replichi a un altro e non riesci a zittirlo o a gridar più di lui sei fregato, se t’accorgi d’aver sbagliato e fai tanto di dirlo - cioè esattamente quel che ti hanno insegnato a fare e che credi profondamente giusto fare - puoi cambiar testata su cui scrivere, ma in fondo è meglio se cambi mestiere. E poi, tutto sommato, sei a part time. E d’altro canto, al di là delle sagge e pacate ragioni della scienza, è proprio tanto giusto prendersi lo spazio d’una vita intera per rispondere a una qualche domanda? Ci sono cose che debbono esser decise subito, nello spazio di un istante; e altre rispetto alle quali bisogna aver l’umile coraggio (o, se preferite, la coraggiosa umiltà) di prender comunque partito, di schierarsi, per quanto si sappia bene di non aver tutti gli elementi a disposizione per scegliere e si nutrano fondati dubbi che gli altri abbiano ottime ragioni, se non ragione tout court.
Referendum sulla fecondazione assistita. Lo studioso che non è per giunta più giovanissimo e che si professa cattolico osservante - che ha quindi una disciplina da rispettare, il che comporta talvolta un conflitto con opinioni ch’egli ritiene magari eque, fondate e legittime - si sorprende còlto di contropiede e reagisce con disappunto: ma insomma, i cattolici hanno sulle spalle la loro bella piramide di teologi e di prelati e i comuni cittadini d’una qualche democrazia rappresentativa pagano fior di quattrini a gente alla quale hanno espresso la loro fiducia e che hanno delegato anche per studiare certe questioni e scegliere per loro. Com’è che questa faccenda di ovuli e di embrioni mi ricade ora addosso, m’invade la mente e la coscienza, mi obbliga ad approfondire e perfino a studiare per la prima volta cose rispetto alle quali il mio farmacista o l’infermiera della mia Asl ne sanno giustamente ben più di me? Avrò ben il diritto, in fondo, alla mia ignoranza: pago le tasse e l’otto per mille, possibile che certe scelte non mi vengano proposte per così dire già decorosamente confezionate, che i miei superiori gerarchici e i miei rappresentanti in Parlamento le facciano ora gravare sulla mia coscienza? E possibile che una materia di questa delicatezza finisca con l’essere affidata allo strumento referendario, con tutto il rischio di doversi conformare al parere d’una maggioranza incerta, incompetente e fuorviata dalla propaganda? Bisogna esser impastati di mistica democratica per accettare una sciocchezza del genere: ebbene, that is not my cup of tea.
Ne consegue che l’appello del Cardinal Ruini mi si adatterebbe a pennello. Solo che vorrei vigliaccamente sperare ch’esso diventasse obbligatorio per i cattolici, che fosse un perentorio ordine di Santa Romana Chiesa. Perché, amici cari, la libertà è una gran bella cosa, ma a prenderla sul serio è più un peso e un dovere che una gioia e un diritto. L’obbedienza ti fa sentire in pace con te stesso: e si ha un bel dire che non è più una virtù e ch’è stata causa storica d’infiniti orrori. Si potrebbe riempire una biblioteca con esempi d’opposto segno. Ma io, ohimè, non sono soltanto un cattolico: sono anche un cittadino italiano, per giunta pubblico funzionario, e dotato d’un asburgico senso dello Stato. E allora, se c’è un referendum, sento come mio dovere civico il parteciparvi. Dovere, attenzione: se lo considerassi solo un diritto, vi abdicherei volentieri e per giunta allegramente. Il che vuol dire che, per quanto mi riguarda, delle due l’una: o il Cardinal Ruini trova il modo di obbligarmi come cattolico all’astensione, e allora io gli obbedisco entrando con ciò in conflitto col mio senso dello Stato e risolvendolo alla luce del principio che, in moralibus, prevale il quae sunt Dei, Deo sul quae sunt Caesaris, Caesari; o Sua Eminenza, pur «consigliandomi» di astenermi, mi lascia libero di far quel che voglio, e allora io a votare ci andrò, anche se voterò - senza troppa convinzione ma nella consapevolezza della mia ignoranza specifica - come la Chiesa mi indica. La Chiesa, e nessun accidente di Comitato, con tutto il rispetto per le illustri personalità che vi aderiscono. So bene che il non-voto è civicamente parlando legittimo: ma, per quanto poco io stimi il cosiddetto sistema democratico, riguardo al quale faccio mie quasi in toto le osservazioni di Luciano Canfora e di Domenico Losurdo (ma anche di Fisichella e di Volkoff, ch’è tutto dire!), il far trionfare il mio punto di vista, o quello sul quale mi allineo, non partecipando a una competizione elettorale, cioè sfuggendo il confronto con la società alla quale appartengo, mi sembra eticamente quanto meno sleale. Lo farò solo se la Chiesa mi ordinerà di farlo.
Perché i dubbi, da parte mia, permangono. Tommaso d’Aquino era abortista. Sissignori: difatti, sosteneva che «l’embrione non partecipa della resurrezione», il che vuol dire che non è persona umana: e, se non lo è, non si commette alcun omicidio sopprimendolo. Si attenta alla vita, certo. Vale a dire che si fa un’ennesima volta quel che facciamo di continuo mangiando, camminando, facendo la doccia, prendendo medicine e respirando, a scapito d’un’infinità di grandi, piccole e invisibili forme di vita. Senza dubbio, la teologia cattolica è cambiata parecchio negli ultimi ottocento anni: e oggi i cattolici parlano di vita umana accesa nel momento stesso in cui uno spermatozoo incontra un ovulo, anche se le probabilità di sopravvivenza di quell’ovulo fecondato sono, specie nei primi istanti, in realtà pochissime. Il Comitato «Scienza e Vita» presieduto da Paola Binetti e da Bruno Dalla Piccola, due studiosi le ragioni dei quali solitamente mi convincono, o quanto meno mi trovano fiducioso e solidale, fa notare che la legge 40/2004 «non è perfetta» (e neppure cattolica, contrariamente a quanto di solito si dice), ma che perlomeno pone fine al «Far West procreativo» che altrove sembra allignare con risultati inquietanti se non agghiaccianti: e non venitemi a dire che negli Usa Bush l’ha fermato, perché tutto quel che ha fatto è stato negargli ipocritamente l’appoggio dei fondi federali di ricerca, il che fa ridere in un Paese nel quale, su queste cose, contano molto di più le norme dei singoli States nonché, soprattutto, la volontà dei promotori privati di ricerca che da una parte finanziano i gruppi dei born again in Christ e dall’altra sperimentano alla grande ogni sorta di possibili homunculi in provetta. Le ragioni di fondo del Comitato, peraltro, sono le mie: gli esseri umani non sono cavie; i figli hanno diritto di avere genitori veri e conosciuti; la società deve garantire il rispetto dei più deboli. No al Far West della provetta e all’ideologia che lo sostiene, quella d’un individualismo che trasforma ogni desiderio e ogni capriccio del singolo in un «diritto» (a patto beninteso che sia un singolo abbiente: se si è poveri e, accusati d’omicidio, non si ha di che pagarsi l’esame del Dna, nella libera e felice America si finisce giustiziati).
Certo, Tommaso d’Aquino è scientificamente desueto e Giovanni Sartori alquanto sbrigativo, quando sul Corriere della Sera di lunedì 28 febbraio parla di una vita umana che «comincia a diventare diversa quando comincia a “rendersi conto”, non certo da quando sta ancora nell’utero della madre»: lasciando perdere le questioni del rapporto potenza-atto, che potrebbero parer vecchie sottigliezze aristoteliche, si può davvero passar sopra con tanta noncuranza al rapporto tra vita e coscienza (e tra coscienza e memoria), con tutto quel che ormai sappiamo - e che sembra si debba ancora scoprire - sulla vita prenatale? E si può risolvere con tanto sbrigativo cinismo il rapporto tra interruzione d’una vita futura e interruzione d’una vita tout court? E, parlando della differenza tra «vita» e «persona» come concetti eterogenei - biologico l’uno, filosofico l’altro -, si può finger d’ignorare che la «vita» di un embrione è una possibile «vita umana» futura, e che le vite umane sono, appunto, vite di «persone»? Non si scivola, con argomenti del genere, verso la giustificazione di varie forme di eugenetica, ivi compresa la soppressione «umanitaria» dei bambini ammalati? Badate che Hitler è dietro l’angolo, pronto a presentarci il conto: in fondo, certe cose le aveva dette, lui. E, dal canto mio, confesso la mia fortissima attrazione per il progresso scientifico, il fascino dell’ingegneria genetica e del sogno di Faust: sono assolutamente d’accordo con il principio dostoevskjiano secondo il quale se Dio non fosse tutto sarebbe permesso. Ma, se Dio non fosse - e non un dio qualunque: quel Dio, il Creatore, il Dio di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe, di Gesù e di Muhammad -, Hitler avrebbe avuto molte più ragioni di quante si sia di solito disposti ad accordargliene. Il punto è che io credo che egli sia. Ora, quando ci si accorge di star scivolando su un piano inclinato, l’unica cosa saggia da fare è appigliarsi a qualcosa e uscire da quella pericolosa situazione. Una revisione della 40/2004 suscettibile di celar pericolosi precedenti è altamente sconsigliabile. Se l’autorità della Chiesa non viene in mio aiuto assumendosi esplicitamente, formalmente, la responsabilità di quella che io sento come una sorta di sostanziale «disobbedienza civile», e che di per sé mi ripugna, andrò a votare dal momento che non me la sento di disertare le urne. E voterò un doppio no: sia al contenuto dei quesiti referendari, sia all’uso distorto del referendum in una tanto delicata e difficile materia. Ma voterò, col rischio di contribuire a raggiungere il quorum e a far vincere la parte avversa. Voterò perché credo che la mia testimonianza sia necessaria; che sia importante cioè ch’essa non possa venir confusa con le astensioni per disinteresse, o per insensibilità, o per ignoranza, o per carenza di spirito civico. Se la Chiesa conta su queste poco onorevoli cose per far cadere il referendum, sbaglia sul piano morale. Se esige un’astensione qualificata e militante, deve ordinarla. È un suo dovere. Ma sono un cattolico disciplinato, non un cattolico convinto. Tutti i fautori del «no» parlano di una legge che «non è perfetta»: quindi ch’è perfettibile. Vi sono aspetti di essa che mi sconcertano. Che una coppia non possa rifiutare l’impianto di un embrione ammalato, e che venga lasciata poi libera di abortire, mi sembra una contraddizione in termini e una tortuosa ipocrisia bella e buona: a meno che l’intento del legislatore non sia quello di porre i presupposti per una futura revisione anche della normativa sull’aborto, il che credo sia formalmente antigiuridico ed è senza dubbio moralmente inaccettabile. Non è con questi mezzucci che si otterrebbero leggi migliori: il fine non giustifica mai e in nessun caso i mezzi.
 

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